U2, scatti fotografici per il singolo “Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of”

Gli U2 e i 20 anni dell’album “All That You Can’t Leave Behind”. The Edge: “Volevamo lasciare un segno”

The Edge (U2): "Cosa rimane del tuo lavoro dopo tanti anni? Le canzoni".

All That You Can’t Leave Behind degli U2 sta per compiere 20 anni e il chitarrista The Edge ha ricordato il disco in un’intervista rilasciata a Rolling Stone in cui ha parlato diffusamente delle circostanze che portarono alla pubblicazione del lavoro, ma anche del presente della band.

Dato alle stampe il 30 ottobre 2000, l’album fu un ritorno alle origini in tema di sonorità, per il quartetto irlandese, e sarà celebrato dalla stessa formazione con una nuova edizione in arrivo venerdì. The Edge ha iniziato la chiacchierata raccontando la genesi del disco, partendo dalla fase immediatamente precedente: «Alla fine del PopMart Tour ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che ce l’avevamo fatta, che avevamo raggiunto il traguardo che ci eravamo prefissati. Ero orgoglioso. Ma più di ogni altra cosa eravamo sollevati e già proiettati verso la fine del millennio. Ci sembrava un momento significativo, volevamo lasciare un segno. Era naturale pensare a un nuovo inizio, a mettere in discussione tutto quello che volevamo fare come band».

A seguire il PopMart Tour, però, ci fu prima l’antologia The Best Of 1980-1990, pubblicata nel 1998 e contenente la prima vera hit dei quattro dopo tanto tempo, Sweetest Thing: «Abbiamo imparato che la cosa più importante è catturare l’immaginazione della gente. Il rock ’n’ roll deve offrire sempre nuove idee e sorprese. Il successo della canzone è stato rassicurante. La gente era curiosa, voleva sapere che cosa stavamo facendo. C’era un’atmosfera di caos positivo, causato da un gruppo che cercava di mantenere un equilibrio interno e con il pubblico. Ripensando a Pop, forse mancava una canzone di quelle che entrano nel cuore della gente. Forse non c’era perché la scrittura aveva lasciato il posto alle sperimentazioni. Ad alcuni piacevano, ma sapevamo che in futuro avremmo dovuto concentrarci di più sulla scrittura. Che cosa rimane del tuo lavoro dopo tanti anni? Le canzoni».

Le canzoni, ecco. The Edge ha raccontato come sono nate alcune di quelle da cui l’intero progetto partì: «Stuck In A Moment è arrivata presto. Avevo iniziato a lavorare a quella musica durante il PopMart. Io e Bono avevamo scritto qualcosa prima che Brian (Eno, ndSA) e Danny (Lanois, ndSA) entrassero in gioco. Era un bel pezzo da cui cominciare. Ce n’era anche un altro, Kite, a cui avevamo lavorato tutti assieme. Suonava bene. Il resto del materiale è venuto fuori in studio. Brian e Danny sono dei maestri delle registrazioni, soprattutto quando si tratta di usare lo studio come uno strumento di scrittura. È in quel processo che sblocchi le idee, che trovi passaggi musicali interessanti. La parte divertente è che non ti ritrovi mai a fare cose convenzionali. Il problema del songwriting tradizionale è che ti ritrovi in un mare di cliché. Quando inizi dai suoni, invece, non imbocchi strade prevedibili e viene fuori qualcosa di nuovo. Siamo partiti così. In Pop l’idea era di decostruire tutto il più possibile. E siamo arrivati più lontano di quello che è finito nel disco vero e proprio. A un certo punto, durante quelle session, avevamo capito che stavamo perdendo alcuni elementi chiave di cos’è una rock band, quindi abbiamo fatto un passo indietro. In All That You Can’t Leave Behind, invece, l’obiettivo era mostrare la chimica di una band. Nel farlo, ci siamo ritrovati ad affrontare il problema opposto e cioè che le rock band tendono a suonare tutte nello stesso modo. Chitarra, basso e batteria offrono una gamma limitata di opportunità sonore e per questo è stato fantastico avere in sala Brian e Danny. Tutto suonava nuovo, anche se era in tutto e per tutto il disco di una band tradizionale».

The Edge ha raccontato anche la costruzione di altri due pezzi: «Riguardo a Beautiful Day, avevamo finalmente trovato il ritornello giusto per Bono. Aveva trovato la melodia e il testo. Mentre uscivo dallo studio, avevo sentito il ritornello e mi era parso un po’ scarno. Allora ho preso il microfono e ho cantato un’armonizzazione alta. Sono un minimalista, quindi ho cercato il numero minore possibile di note da usare per tirare su quel ritornello. New York invece è nata da un pattern di batteria di Larry. L’ha messo in loop e ha aggiunto una parte di tastiera. Siamo arrivati in studio alle 8 del mattino e uno per volta abbiamo iniziato a suonare su quel loop e quella tastiera. La canzone è venuta fuori così. È un ottimo esempio di come Brian crea degli scenari per farti uscire dalla tua comfort zone e spingerti a tentare cose nuove».

Brian Eno e Daniel Lanois, appunto. Anche l’idea di tornare a lavorare con i due produttori storici segnò la via: «Non essendo un musicista convenzionale, Eno riesce guidare il processo di registrazione in modo tale da generare qualcosa di innovativo. Brian sa come provocare e guidare lo spirito creativo in una session».

All That You Can’t Leave Behind uscì più o meno un anno prima delle stragi dell’11 settembre, eppure l’album dopo quel giorno tornò a rivivere nell’immaginario collettivo, ricominciò a scalare la classifica americana e la band conobbe una seconda luna di miele con il pubblico USA: «Sono successe tante cose dopo l’uscita di quel disco, soprattutto durante il tour. Abbiamo fatto il Super Bowl dopo l’11 settembre. Insieme ai designer degli show, abbiamo tirato fuori l’idea di far vedere i nomi delle vittime. È stato un momento importante. I concerti a New York sono stati catartici, i primi soccorritori salivano sul palco e parlavano dei colleghi persi durante gli attentati. Era intenso e commovente. Mi ha commosso. Il lavoro che abbiamo fatto ha resistito a quel momento di crisi. Scrivi una canzone e la dai al mondo. Una volta pubblicata prende una vita tutta sua. Non sai come verrà usata, che valore prenderà. È incredibile come alcune di quelle canzoni fossero diventate attuali, che avessero colpito la gente in modo tanto forte».

The Edge ha parlato anche dei contenuti della ristampa, che nella sua versione estesa includerà, oltre al disco, molto materiale secondario del periodo tra cui B-side e rarità: «Alcune outtake sono notevoli. Di solito sono canzoni tutt’altro che indimenticabili. Non le suoni dal vivo, non vanno in radio. Riascoltando queste invece pensi che forse avremmo dovuto metterle nell’album. È bello approcciarsi al passato come un fan, avevo dimenticato come avevamo scritto alcuni pezzi, da dove eravamo partiti».

Gli U2 hanno tenuto gli ultimi concerti nello scorso autunno, quando portarono il tour celebrativo per i 30 anni di The Joshua Tree (recentemente eletto miglior album degli 80s) anche in Asia e Oceania. E adesso cosa stanno facendo? «Ci stiamo godendo questo momento, non abbiamo ancora pianificato nulla». E la nuova vita in lockdown (ricordiamo che il governo irlandese è stato il primo in Europa a decidere per una nuova chiusura generalizzata, scuole a parte, a seguito della seconda ondata della pandemia da Covid)?: «Al momento sono in stato di semi-ibernazione – ha scherzato il musicista – Mi sono dato l’obiettivo di buttare giù nuove idee musicali. Il periodo è frustrante, ma sono stato bene e mi sono dedicato alla creatività. Provo empatia per chi ha bisogno di uscire per lavorare. Se avessimo un tour in programma sarebbe diverso. Guarda caso è successo nel periodo in cui avevamo comunque deciso di dedicarci alla scrittura».

Ricordiamo che per celebrare il ventennale di ATYCLB, gli U2 stanno pubblicando sul loro canale YouTube ufficiale una serie di video in HD. Su queste pagine trovate il nostro nuovo monografico dedicato al gruppo di Dublino, così come la recensione Classic di All That You Can’t Leave Behind, quella di Boy (l’LP d’esordio che il 20 ha fatto pure lui conto pari, compiendo 40 anni), quella di Pop, quella di The Joshua Tree, ma anche l’ultimo episodio del nostro Videoclip Story è dedicato alla band irlandese, con un approfondimento sul video di Numb.

Tracklist