In un anno come questo senza concerti, senza clubbing (se escludiamo quello illegale) e senza tutto ciò che ancorava l’ascolto musicale allo spazio pubblico e all’aggregazione, l’escapismo è non solo un’urgenza ma un imperativo. In attesa di tempi migliori, facciamo più cocciutamente ciò che a dire il vero stavamo già facendo da tempo immemore: sintonizzarci sul passato per rivivere epoche mitiche e largamente più felici della nostra.
È chiaramente un’illusione, una distopia consumistica. La realtà delle cose va accettata, come ha affermato uno che di viaggi nel tempo se ne intende come Michael J. Fox, e accettarla non significa certo rassegnarci, rinunciando a migliorare la nostra condizione. Così anche un viaggio a ritroso negli anni d’oro della disco music può non solo un rappresentare una semplice fuga un mondo di lustrini e cotonature immaginarie, ma qualcosa di più fattivo e reattivo. Qualche settimana fa Róisín Murphy aveva amplificato urgenze disco di lungo corso in un album che la proponeva nei panni di macchina danzante e ora ad incarnare il motto “dance your problems away” ci pensa Kylie Minogue. Dopo la parentesi country, la popstar riprende la disco per come l’aveva lasciata negli anni zero, rivestendo a sua volta i panni della regina del dancefloor con un album che già dal titolo non lascia adito a dubbi, DISCO. Il lavoro non sarà potente e frontale come quello dell’ex Moloko, ma si ascolta che è un piacere. Biff Stannard prende a prestito più di una trovata che sappiamo appartenere al dio Nile Rodgers / Chic e senz’altro nelle tracce si respirano un po’ di post-Random Access Memories ed echi delle hit single della Nostra, e va bene così.
Un’iniezione di Studio 54 è quel che ci vuole per dimenticarci di lockdown e seconde ondate, ma c’è dell’altro che si agita tra le uscite di questo weekend un po’ defilato in quanto a uscite e anche dal punto di vista dell’approccio alla composizione. C’è dell’ottima elettronica da consigliarvi in questo senso. Tornano Pole e Black Dog, rispettivamente il genio dub riduzionista Stefan Betke e quel tassello fondamentale per comprendere l’evoluzione della scena elettronica britannica degli anni ’90 che è Ken Downie. I loro Fading e Fragments sono rispettivamente lavori dal tocco leggero e dalla spiccata personalità, ricchi di dettaglio e cesello. Da questi umori di natura ambientale c’è chi punta dritto al cuore della trance, e questi sono gli Overmono, ovvero i fratelli Ed e Tom Russell (aka Tessela e Truss), di Everything U Need. Ma a quel taglio un po’ abusato preferiamo un mix di grime e influenze global, tra Caraibi e Africa, proprio come quello proposto dal romano Lorenzo BITW in combutta con il producer e MC ugandese Swordman Kitala (Anda/Okikuba, recensito da Nicolò Arpinati).
Tornando ad un sound fatto di sfaldamento e dissoluzione, Harj-o-Marj è il primo disco di Robert Harris sotto l’alias di Sockethead composto in tempi non sospetti in una roulotte in totale auto-isolamento, e The Black Iron Prison è il primo album da solista di Massimo Pupillo degli ZU. Ma i Re di questo regno sono senz’altro gli Starfuckers. Il loro The Eternal Soundcheck – recensito da Stefano Pifferi – è un frammento del mitico live di 6 ore al Link bolognese che, cercando di rendere l’atmosfera di un momento irripetibile, ci restituisce qualcosa di ugualmente potente. E visto che di chitarre torniamo a parlare, in area post punk l’album da segnalare questo weekend è Book of Curses, l’esordio discografico degli inglesi Adulkt Life, band che nasce dall’incontro di Chris Rowley, membro fondatore degli storici Huggy Bear, John Arthur Webb e Kevin Hendrick dei power-punkers Male Bonding, e il batterista Sonny Barrett. Mentre dall’Italia segnaliamo Killadelica, terzo disco dei trevigiani Kill Your Boyfriend, che si confermano come una delle realtà più calde del rock nostrano (recensione di Nicolò Arpinati).
Sul rap, Piotta pubblica la colonna sonora da lui curata dell’ultima stagione di Suburra, mentre Young Signorino nel suo esordio ufficiale abbassa i toni e i bpm, con un Souncloud (t)rap narcolettico e riflessivo che sembra voler esorcizzare un imminente attacco di panico. C’è spazio anche per numeri reaggaeton più ballabili – scrive Roncoroni in sede di recensione – ma la sensazione generale è che il ragazzo abbia voluto giocare la carta dell’intimismo per dimostrare definitivamente di avere altro da dire rispetto alle facili meme-izzazioni di “mmh ah ah”. Ci è riuscito a metà.
Svoltando infine sulla classica contemporanea, Ólafur Arnalds con Some Kind of Peace torna con un set più intimista, maturato definitivamente nel lockdown. Siamo a metà strada tra i lavori più cinematografici e canzoni vere e proprie (solo due), tra easy listening di qualità, ambient e soundtrack (recensione di Marco Boscolo in arrivo).
Last but not least, esce Morricone segreto, una raccolta di brani rari e inediti del compianto compositore estratti da film di genere come, ad esempio, Lui per lei, per la regia di Claudio Rispoli («un’incredibile colonna sonora che mescola sperimentazione, psichedelia, alternative rock e lounge») o Il clan dei siciliani di Henri Verneuil.
Per le altre uscite del fine settimana – e ce ne sono ancora parecchie – vi rimandiamo al nostro consueto virtual magazine, ovvero Weekly.