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6.4

Al ritmo di un album all’anno, Ariana Grande si aggiudica senza dubbio il titolo di pop star suprema nell’era dello streaming. Più che i numeri di followers, streams, views, premi e altissime posizioni in classifica, ormai citati di routine come esempio degli unici a ‘pagare’ davvero in un contesto di svalutazione generale della musica, a colpire è la strategica quantità di materiale pubblicato a partire dalla metà degli anni Dieci. Tuttavia, a differenza di una Miley o una Gaga, impegnate a rispolverare, con altalenanti risultati, la vecchia parabola della rock star imperniata alla reinvenzione radicale, quello di Ariana Grande è una sorta di continuum a base di piccoli ritocchi e flirt stilistici, micro-reinvenzioni che hanno permesso all’artista di rimanere, nell’immagine e nel sound, moderatamente ardita e risolutamente on brand.

Il suo copione di riferimento, un R&B di grande impatto vocale unito a produzioni ipercontemporanee in ambito hip-hop, è strappato direttamente dalle pagine di The Emancipation of Mimi di Mariah Carey (2005), un incontro di sensuale divismo, picchi emotivi e spigolosi beat che Grande ha aggiornato all’era della trap e del selfie con l’aiuto di decine di co-autori e co-produttori à la page. Se il passaggio da Sweetener (2018) a thank you, next (2019), tra tattici sample, ingegnose rivelazioni autobiografiche e flebili oscillazioni di genere, segnava il raggiungimento di una maturità artistica e un’assimilazione pressoché definitiva al mondo dell’hip-hop, il nuovo positions, nel complesso, tende ad adagiarsi sugli allori.

Il brano Just Like Magic, più di tutti, sembra commentare il disco da sé, erigendo un monumento autocelebrativo alla figura di Grande e all’arte dell’affinamento. Accompagnata da scintillanti synth e un atmosferico beat trap ad alto tasso di déjà entendu, Grande prova a raccontarci la sua giornata tipo, tra meditazione, visite allo studio e risultati che si materializzano al primo tentativo. «Good karma, my aesthetic», dice nel primo brano propriamente ‘meta’ della sua carriera, «Manifest it, I finesse it». Se da una parte il braggadocio di Grande è in perfetta linea con lo stile semi-rappato dei suoi versi e in continuità con le millanterie di alcune delle sue hit più irresistibili del passato, qui, complice la fiacchezza del brano, allo schioccare delle sue dita si tende a rispondere facendo spallucce.

In Just Like Magic Grande spera che un verso come «I get everything I want ‘cause I attract it» possa risultare sufficientemente Zen da passare come motivazionale, e invece finisce per ricordarmi un’esilarante scena dal non-capolavoro di Sofia Coppola The Bling Ring in cui la Legge di Attrazione, cui Grande fa riferimento, si trasforma in una parabola di superficialità ed egocentrismo. Sono proprio le ennesime derive iperconsumistiche e il tentativo di incastrare la ferocia sex-positive delle migliori rapper in circolazione nel format della ‘pop star a tinte pastello’ che finiscono per intiepidire positions. Non è un caso che a fronte di innumerevoli tentativi di annientare i propri detrattori e intessere rime vietate ai minori (una sonnolenta nasty, i doppi sensi del fiacco singolo positions, il temperato brio di 34+35) sia la presenza day-glo della rapper di Los Angeles Doja Cat a rubare la scena, i suoi ruvidi vocals in abbagliante contrasto con i sospiri di Grande e le rinvigorenti ritmiche house di motive, co-prodotta da Murda Beatz (già con Drake, Travis Scott, Migos, tra gli altri).

Non se la cavano altrettanto bene The Weeknd e Ty Dolla $ign, rispettivamente presenza ingombrante e pressoché ornamentale nelle due melodrammatiche off the table e safety net, passabili aggiunte all’ormai nutrito catalogo di ballate R&B di Ariana. Che sia giunta l’ora di un feat con un espressionista dai gusti post-genere à la Danny Brown, Sheck Wes o Travis Scott, per iniettare una nuova dose di ‘cool’ e sperimentazione nella sua «aesthetic»? Fortunatamente una componente di novità si «manifesta», per continuare ad utilizzare il lessico di Grande, in una manciata di deliziosi brani in cui la pop star e il suo stuolo di produttori esplorano le possibilità di un pop orchestrale in cui la carriera e la sfera emotiva dell’artista sembrano volersi rilanciare a colpi d’archi.

Nel brano apripista shut up il concetto di braggadocio rap e l’immagine della diva postfemminista («My presence sweet and my aura bright / Diamonds good for my appetite / Guess it fuckin’ just clicked one night») vengono de-familiarizzati all’interno di un immaginario da vecchia Disney che sembra stuzzicare e al contempo esorcizzare il ricordo dell’Ariana child star di Nickelodeon. Nella sfumature rétro di love language distorti sample in sottofondo si scontrano con le gloriose ambizioni Motown delle orchestrazioni e dei precipitosi versi sussurati da Ariana, qui in veste di one-woman girl group. E, per finire, in my hair, Ariana si abbandona ad atmosfere jazz che non sfigurerebbero su un disco di Solange, pronta a sfoderare il proprio whistle register più careyano, abbassare le proprie armi di difesa e, per un attimo, ripensare la propria iconografia («Know this ain’t usually me / But I might let it down for ya», dice di uno dei suoi ‘marchi di fabbrica’, la sua acconciatura). Pretty cool, next.

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