• Ott
    17
    2014

Album

Ghost Records

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Che poi può essere semplicemente che le tre figure dietro il nome Casa del Mirto siano semplicemente un po’ instabili. Già perché, dopo due classiconi del pop elettronico nostrano come 1979 e The Nature, prima annunciano uno split, poi lo smentiscono facendo uscire Love Inc., prodotto ibrido e fuori fuoco. Forse sono semplicemente instabili perché, per arrivare al terzo lavoro lungo (senza contare la marea di remix, collaborazioni ed Ep), sono dovuti passare da una gestazione senza precedenti. Durante tutto il 2013, i Casa del Mirto hanno registrato praticamente tre versioni dei brani presenti in Still, senza che nessuna delle tre soddisfacesse i loro gusti. Bene. Non possiamo far altro che leggere in questo un fatto positivo. Ci piace l’insoddisfazione, l’ansia dell’evoluzione, l’artista alla ricerca dell’equilibrio perfetto. Il sound della band trentina doveva trovare nuovi lidi a cui approdare. Il loro lido di catarsi e ancoraggio è, come suggerisce il titolo, Still.

Still è un album di ricerca del pulsante giusto, del riverbero adatto, della manipolazione dello standard pop di matrice Eighties in una miriade di derivazioni, compresa quella classicheggiante della forma canzone o della composizione orchestrale e, soprattutto, quella del glo-fi, della chillwave che, nei pressi di Washed Out e Neon Indian, ha segnato un ritorno importante nel panorama musicale internazionale. Still gioca con la musica classica, coi downtempo (mascherando il tutto con IDM), colora di french-touch gli spunti wave in stile Hacienda e, soprattutto, riqualifica e svecchia l’italo disco, contaminandola (meglio dei Daft Punk e un po’ come i nostri M+A) di r&b, hip hop e sonorità dall’anima soul. Still, infine, ha la faccia di Michael Stipe dei R.E.M., che, come a suggellare il preziosissimo cammino dei Casa del Mirto, ha regalato un suo lavoro visivo alla band, che lo ha utilizzato come copertina del singolo.

Lodiamo l’instabilità, dunque, in tutte le sue forme, anche quando rischia di creare immobilismo, come in Paralyzed (come in tutto Still), summa e punto d’unione delle anime del disco: accordi di pianoforte che non preludono a nulla, ma sono immersi nella sporcizia cosmica e sintetica dell’asfissia. Poi parte il singolo Invisible, che dell’instabilità immobile loda il lato dell’invisibilità, ma lo fa puntando su un ritornello dall’orecchiabilità impressionante e, soprattutto, sulla voce di Avalon Omega, artista di Los Angeles le cui doti, immerse nel carillon di synth dell’arrangiamento, ricordano quelle dei Morcheeba, per dirne una. Still, a differenza dei suoi predecessori, gioca quasi tutto sui ritmi eterei, estremamente distesi, sul lavoro di cesello, piuttosto che su quello di scalpello: Reflex, con i suoi richiami in armonia col creato, alla Caribou, ne è l’esempio più caratterizzante. Ma c’è spazio anche per la commistione tra l’eleganza francese degli Air e la compostezza autoritaria dei Depeche Mode in Where You Stand; c’è spazio per la citazione New Order, immersa in un campo di synth ingombranti in Pressure; per l’elogio house in stile Groove Armada di What I See Inside Of Me.

In barba a tutto questo fior fior di riferimenti, ci permettiamo di annoverare i brani che rendono più originale il disco: la jazzistica e disarmonica Last Blue Wind, il tappeto squisitamente trip hop di Butterfly, fra Tricky e vaporwave, gli echi indietronica alla Radiohead di A Picture Of, il rumorismo interstellare di 8, con featuring di Aaron Larcher, dj di casa nostra.

Still ha la non comune capacità di far coesistere tutti questi elementi sotto lo stesso tetto e di non risultare mai pesante o banale. Con un piglio genuinamente pop, il trio trentino ha saputo equilibrare referenze culturali di livello e un gusto musicale che lo livella (ma non sarebbe necessario sottolinearlo) agli artisti internazionali del genere. Tanto di cappello.

29 Ottobre 2014
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