Live Report
Dal 4 novembre al 8 novembre 2015

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La quindicesima edizione di quello che viene definito come il festival di musica elettronica più interessante del panorama italiano si è rivelata l’ennesima conferma che il Club to Club, più che un appuntamento da non perdere, costituisce ormai una tradizione. Cinque serate, circa quarantamila presenze e oltre sessanta acts in venues che raramente deludono – dal regale Teatro Carignano al minimale ed enorme Padiglione Lingotto. L’idea del Club to Club è stata sin dalla prima edizione quella di creare un evento che si irradiasse in zone chiave della città di Torino, portando il pubblico a spostarsi, appunto, da un club all’altro: un’occasione per i non autoctoni di scoprire questa spettacolare città in modo del tutto diverso. Come in ogni festival che si rispetti, il risultato finale è un’evasione dal logorio della vita moderna e la creazione di una micro realtà da sogno, fatta di musica di qualità e gente altrettanto piacevole.

Volendoci soffermare un attimo sul pubblico, quest’ultimo ci è parso parecchio cambiato rispetto alle edizioni precedenti, a dimostrazione che tutti gli elementi del festival, dalla line-up a chi acquista i biglietti, sono in continua evoluzione. Come ogni anno, tra il pubblico ci sono stati gli intenditori duri e puri: stavano lì, con la stessa espressione che ti aspetteresti a un seminario di filosofia, e durante le pause elencavano i loro dischi preferiti dell’artista che si era appena esibito (della serie: “so di cosa stiamo parlando e te lo dimostro”). Meno li vedevi muoversi davanti al palco, più c’era probabilità che fossero torinesi. È accorsa poi molta più gente “da fuori” di quella che ci si sarebbe aspettati: dal connazionale arrivato in treno per non perdersi Thom Yorke al londinese che ne ha approfittato per fare un giro turistico nel Bel Paese, il tutto a formare un pubblico decisamente più variegato rispetto agli altri anni. A nostro avviso la vera “crowd C2C”, quella di matrice più torinese e underground, si è vista e riconosciuta soprattutto durante la riuscita serata di domenica 8 novembre (quella gratuita), durante i dj set in Piazza Madama di Nigga Fox e Kode9.

Purtroppo, per forza di cose, siamo stati costretti a perderci le promettenti serate di mercoledì 4 e giovedì 5 novembre, in cui si esibivano anche Apparat (che, nella suggestiva cornice del Conservatorio Giuseppe Verdi, ha presentato il suo progetto Soundtracks Live, eseguendo con una compagnia di musicisti colonne sonore recentemente composte, tra cui quella de Il Giovane Favoloso), un Floating Points al momento chiacchieratissimo grazie alla recente uscita Elaenia, e per finire Sophie e QT, da qualche anno al centro dell’hype britannico, che si sono esibiti live al Lingotto. Parlando di queste due serate con amici londinesi, ci è stato riferito che Apparat ha regalato al suo pubblico un eccellente spettacolo audio-visivo, e che invece la performance di QT è stata pessima e in playback.

La serata del venerdì parte per noi con l’attesa performance dei Battles, già protagonisti dell’Ypsigrock 2015 grazie al sempre stimato booking Indigena. Peccato essersi persi i Carter Tutti Void appena prima, una delle proposte più interessanti di quest’anno, piazzati ad un orario un po’ scomodo soprattutto per chi ha voluto godersi il festival fino alle ore piccole. Arrivati alla penultima tappa del loro tour europeo, i Battles non deludono le aspettative di chi si è esaltato vedendo il loro nome in cartellone – tra cui la sottoscritta. A parte l’esecuzione impeccabile dei brani dell’ultimo album, il post-math-trio regala un paio di pezzi d’archivio – tra cui la leggendaria Atlas – che non possono non toccare le corde emozionali dei fan più accaniti (vedi ad esempio la memorabile scena di un tizio che prende tra le mani la testa dell’amico e lo bacia in fronte dopo aver urlato “lo sapevo che la facevano”). Prima di scendere dal palco, Ian Williams si ferma a scambiare due battute col pubblico, annunciando un secret party nella sua stanza d’albergo.

Subito dopo ci spostiamo velocemente nella Sala Gialla, che quest’anno ha preso il posto della famigerata Sala Rossa AKA Sauna Rossa, la temuta camera a gas che negli anni passati ha accolto i set minori ma anche più interessanti, vantando un numero non indifferente di “vittime” a causa delle temperature insostenibili e della calca causata dalle ridicole code all’ingresso. Nella Sala Gialla, ribattezzata “La Sala Presa Bene”, siamo entrati in contatto con tutto un altro ambiente, rispetto a quello del Main Stage: un luogo più raccolto ed intimo ma non asfissiante, comprensivo di larghi sorrisi, sguardi amichevoli e buone vibrazioni. In Sala Gialla si esibisce Omar Souleyman, che per la gioia del pubblico crea una speciale atmosfera da “discoteca araba” mista a synth spensierati che ci ricorda, non senza nostalgia, le dancefloor europee di fine anni ’90. Dopodiché è la volta di Four Tet, che con un live eclettico quanto ben studiato alza le aspettative che avevamo nei confronti del suo set – trattandosi di un artista già visto live molte volte. Il londinese regala al pubblico del lingotto momenti di eterea bellezza, facendo convergere sonorità della sua terra natia con ritmi etnici particolarmente in linea con i suoi gusti, e trasformando l’atmosfera statica lasciata dai Battles in una ritrovata dancefloor da festival di elettronica.

Conclusasi la performance di Kieran Hebden prendiamo la saggia decisione di mantenere la nostra vantaggiosa posizione di-fronte-al-palco-proprio-davanti, difendendola con coraggio e perseveranza zen. Il cambio palco è lungo, fin troppo, ma non ci lasciamo scoraggiare e soprattutto non ci muoviamo, anche perché a quel punto vedersi Thom Yorke in prima fila è diventata una questione di principio – in Sala Gialla ci sono i Ninos du Brasil, che, nonostante la stima che nutriamo nei confronti di Nico Vascellari, non ci hanno mai fatto impazzire. Il frontman dei Radiohead ci presenta uno spettacolo degno del suo nome, eseguendo magistralmente pezzi dell’ultimo album solista accompagnato da Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead. L’elettronica yorkiana è come sempre morbida e poco barocca, piacevole quanto sognante, soprattutto perché impreziosita da una voce unica che incornicia quasi tutti i pezzi. Una vera goduria per chi è venuto al festival praticamente solo per lui (non sono in pochi) e che si trova ad assistere esattamente alla performance che stava aspettando. Dopo Yorke rimaniamo nella sala principale per non perderci un altro nome già segnato in rosso: Jamie XX, live in anteprima italiana. Il main man di Young Turks è accolto benissimo da una folla che ne apprezza l’esibizione. A noi invece – e qui mi preparo per il linciaggio – Jamie non convince. Un set che, come quello di Four Tet, avrebbe voluto essere variegato, ma che appunto finisce per risultare un’accozzaglia di generi che lascia più spiazzati e confusi che non piacevolmente inebriati. La selezione è costruita in maniera forse troppo avventurosa, tra una cassa che a tratti si mette a “pompare” duro e a tratti viene alternata da tamburelli tribali e ritmiche spensierate ma poco coinvolgenti che fanno perdere il groove, lasciando l’ascoltatore disorientato.

Giunge il momento di spostarsi in Sala Gialla, e appena arrivati lì ci chiediamo perché non abbiamo preferito il sempre affidabile Todd Terje a Jamie xx. La Sala Gialla, a questo punto, è davvero la personificazione della “presa bene”, con Terje che propone il miglior funk jazz e piano house del suo repertorio, da anni garanzia di una pista piena e vivace. A conclusione della serata ci spostiamo per un’ultima volta in sala principale per assistere alla prima mezz’ora del set di Lorenzo Senni, che come sempre ci ricorda come mai mezzo mondo, quando pensa all’elettronica synth-pop italiana, fa subito il suo nome. Ci avviamo verso casa stanchi e maleodoranti, segno che la serata, seppur con una line-up poco “fluida” in termini di coerenza di generi, ci ha intrattenuti a dovere.

Il sabato inizia per noi con gli ultimi minuti del set di Oneohtrix Point Never: per il poco che siamo riusciti ad ascoltare, ci è sembrata musica intrigante, riflessiva e sperimentale, in linea con le esibizioni dell’artista a cui abbiamo assistito in passato. Peccato che più di una persona tra il pubblico sembri non apprezzare, al punto che ci chiediamo: ma sarà gente che non lo conosce e che magari si aspetta che siano tutti come Jeff Mills? Per toglierci il dubbio chiediamo al vicino d’ascolto. «No, io i suoi dischi li ho tutti e li adoro», fa lui, «è che ogni volta che lo vedo live ci resto malissimo». A seguire, Andy Stott, che ripropone un set ispirato alla sua ultima uscita datata 2014, rivelandosi il miglior act di questa edizione. Precisione clinica, set scuro e – come sa chi lo conosce – praticamente indefinibile: piatti distorti, linee di basso profonde e lunghe, ritmiche mai banali o quadrate ma sempre elaborate, un autentico genio creativo alle macchine. Al contrario, a Nicolas Jaar manca quel piglio originale, per un live che non stupisce particolarmente. Il suo tocco sembra incerto e non convince, nonostante sia apprezzabile il fatto che “pompi” un po’ di più i toni rispetto al normale, adattandosi all’atmosfera da festival e facendo da apripista a quel treno in corsa che è Jeff Mills, anche lui come Kode9 cittadino d’onore torinese. Il Re torna a far salire il sangue al cervello con due ore di techno che rianimano la folla riportandola al “qui ed ora” come solo la techno con la T maiuscola sa fare. Un set come ce lo aspettavamo, con un 4/4 costante che non delude. Momento di spannung: Mills scaglia la bomba The Bells e il Main Stage del Lingotto è in fiamme.

Appena finito il set, ancora in fase catartica, scappiamo in Sala Gialla dove Powell ha giustamente deciso di tirarla per le lunghe insieme a Not Waving. Zero dubbi sul fatto che si trattasse di un set da vedere dall’inizio, in una parola: noise. Come dice Ryan Keeling in uno speciale per Resident Advisor, «la club music che Powell voleva sentire non esisteva, per cui ha pensato bene di crearsela da sè». Il set di cui sopra ne è stata la dimostrazione. L’ultimo atto è Shackleton, a nostro parere un po’ sottotono rispetto ai livelli di due anni fa, quando nella Sala Rossa aveva creato un’atmosfera davvero unica per i pochi rimasti. Il pubblico in sala grande è comunque decisamente più numeroso rispetto ad un anno fa alla stessa ora, quando il povero Dettmann fu costretto a confrontarsi con un impianto che non aveva retto, mandando tutti a casa tra le bestemmie.

Concludiamo con tre weak points e tre highlights di questo C2C ormai nel pieno dell’adolescenza. Punti “no”: 1) line-up poco amalgamata a livello di generi, decisamente confusionaria; 2) alcolici al bar costosissimi; 3) non si è fatto posto a nomi nuovi della scena italiana, riproponendo per l’ennesima volta – per dire – un Vaghe Stelle, quando invece una promessa della techno internazionale come Stenny è stata posizionata all’Absolute Symposium, presso l’HQ del festival, alle ore 20:00.  Punti “sì” : 1) finalmente la Sauna Rossa è stata sostituita con uno spazio più fruibile; 2) le performance di Stott, Mills e Powell sono state eccezionali; 3) la domenica è stato il vero “gran finale”, fondamentale per depressurizzare l’adrenalina da maratona musicale e per elaborare il ritorno alla realtà. Assistere ad una Piazza Madama come non si era mai vista grazie ai dj set di Nigga Fox e Kode9 (che martellava di grime), è stata una goduria. Il vero lato underground del festival stava tutto lì. Ancora una volta, insomma, Club to Club ci ha fatto sognare.

12 novembre 2015
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