• Mag
    24
    2019

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Warp Records

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“Wonky” era un tag di genere che fino a una manciata di anni fa era molto usato: ed era tanto usato, quanto odiato. Specialmente a molti produttori proprio non piaceva. C’era gente che ci litigava su. Nel 2012 gli Orbital hanno pubblicato un disco intitolato così. Sia come sia, wonky indicava un hip hop elettronico, strumentale, gommoso e allo stesso tempo — questo significa wonky — traballante, caratterizzato da ritmi instabili, vagamente zoppicanti. Al cuore di tutto, fattivamente o quantomeno a livello di logica, di concezione, quei beat di batteria non quantizzati — non ripuliti digitalmente dalle inevitabili imperfezioni — resi celebri da un produttore come J Dilla. Ecco, wonky praticamente oggi non si usa più, ma francamente io non ho trovato una cosa migliore per descrivere la base principale — l’anima portante — di questo nuovo Flying Lotus. È stato anche piuttosto deprimente andarmi a rileggere cosa avevo scritto per You’re Dead!, che è uscito cinque anni fa, e capire che avevo poco da aggiungere. Vi apro comunque uno squarcio sugli appunti che ho preso mentre ascoltavo il disco, perché sono divertenti: «due palle di romantic tastiere astrali di stocazzo» (Remind U), «ennesimo intermezzo jazzofilo» (Thank U Malcolm), «solita roba versante più mollacchioso Chaz» (9 carrots, con Toro Y Moi).

Steven continua a puntare alla pan-fusion che insegue dai tempi di Cosmogramma, quando si è riscoperto pronipote di sangue di Alice Coltrane, ma tira fuori ancora e nient’altro che un EP di lusso, infarcito di goloserie da produttore e per produttori — ringraziamo il suo laptop, Miguel Atwood-Ferguson e i fratelli Bruner — che raramente però scavalcano la sensazione della intro, dell’intermezzo, della coda, dell’esercizio preparatorio insomma per un clou che poi non arriva. Ha fatto il giro completo ed è tornato ai bumps di Adult Swim da cui era partito. Ovviamente, non è esattamente così; soprattutto perché le suggestioni jazzofile e il gradiente di sfacciato manierismo sono cresciuti esponenzialmente, lambendo quelli sì le tante vagheggiate stelle. Gli strumentali sono brevi, superfunky e videogiocosi, a tratti ancora e di nuovo prog o comunque shredwonky, e sono divertenti, funzionano, ma restano bozzetti e danno come l’impressione di essere stati ripescati da chissadove e chissaquando, facendo chissacosaltro. Oppure si tratta di assai atmosferiche nebulose astrali che però fanno viaggiare poco e solo per atterrare su lande già più che esplorate. Alcuni poi suonano davvero un po’ messi lì solo per fare spessore. Gli ospiti: contorno d’occasione in un menù di alta ristorazione, o poco più. Il pezzo con Lynch è puro cliché radiodramma (e da un certo punto in poi sembra un pezzo dei Residents sotto maltodestrine). Quello co-firmato e cantato da Thundercat è esattamente quello ti aspetti da una cosa co-firmata e cantata da Thundercat. Idem quello con Shabazz. Quello con Solange è praticamente un’outtake da Until the Quiet Comes. Di Toro Y Moi abbiamo già detto. Clinton non pervenuto.

Grazie a dio c’è qualche bagliore. Anderson .Paak funziona sempre. Il pezzo con Denzel Curry è bello dritto. Quello coi Little Dragon è caruccio con quel suo feeling falsettoso super anni Ottanta. E FF4 riporta dentro la semplice e potente intensità emotiva dilliana. Ma gli spunti veramente interessanti stanno altrove, nelle contaminazioni inattese che fungono da iniettori, da attivatori. Il latin: nella molto ben costruita Takashi e in Debbie is Depressed, che è interessante perché propone un’idea di canzone sinistra — haunted — e assai dilatata che FlyLo potrebbe sviluppare, se ne ha voglia, con grande intelligenza (rivestendosi almeno per metà da Captain Murphy, in pratica). Addirittura atmosfere kletzmer: negli archi di Say Something, che però ha il problema non indifferente di durare solo 75 secondi. Il pezzo. Uno, almeno uno, c’è: Yellow Belly, con una Tierra Whack che prende Kelis e la sbatte nella camera a gravità zero di una base quasi esclusivamente percussiva, superminimale, dai suoni fantasticamente ottusi.

Se uno che guardi da lontano indossa un maglione rosso e verde lo capisci solo avvicinandoti, perché la retina fa sintesi e te lo restituisce grigio. Qui, tirando le somme, cercando di astrarre, di guardare da lontano, di capire se e cosa è stato detto, di nuovo, di meglio, di bello eccetera, dell’ascolto di questo lussureggiante nebuloso soffusume astral-soul tutto chimes, intrecci di tastiere elettriche e bassi golosi, non resta che l’impressione di una marmellata indistinta. Steven sembra non essersi adagiato ma proprio buttato a corpo morto sugli allori. Flamagra ha dentro delle cose. Ma se usciva così già dieci anni fa spostava comunque poco. E praticamente nulla sposta oggi.

24 Maggio 2019
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