• Ott
    06
    2014

Album

Warp Records

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You’re Dead!, 38 minuti organizzati in un unico flusso, un film per le orecchie scandito dai disegni di Shintaro Kago, prosegue coerentemente il discorso inaugurato da Flying Lotus con Cosmogramma, chiarendo definitivamente quale sia la sua idea di musica. Non si tratta tanto di una possibile elettronica suonata, quanto proprio di un nuovo jazz, anzi di una pan-fusion la cui anima sono un basso nodoso, un piatto ride ora picchiettato ora sfrigolante, tante linee di tastiera elettrica, tanti vocalizzi vaporosi. Il suono di Steven, in pieno trip post-Bitches Brew, è sfarzoso, ma lontano dal massimalismo wonky che ha contato negli ultimi anni, è puro afrofuturismo da salotto, lontano anche dalle baldorie e dai bagordi dei figli di Sun Ra (o dalla carnale spiritualità, dalla umana trascendenza dello zio Coltrane), incorporato com’è in una pasta timbrica suadente e impeccabile, elegante, controllatissima, che da Until the Quiet Comes è programmaticamente manierista.

Escludendo la manciata di pezzi rappati e sotto l’influsso del doppio Captain Murphy (quello con Kendrick Lamar, quello con Snoop Dogg, The Boys Who Died in Their Sleep), tutti ottimi, ma assai meno selvaggi di quanto pensabile dopo lo splendido guazzabuglio psichedelico che era stato Duality (di cui si attende il seguito entro l’anno, speriamo finalmente con dentro Lil Wayne), il disco è uno showcase di goloserie da produttore, da audiofili col microscopio, immerse in atmosfere ora più dense (l’esoterica Descent into Madness, Ready Err Not), ora più elegiache (l’ascensionale Siren Song, Obligatory Cadence), che restituiscono tutta la pulizia dei Settanta con tutta la tecnologia dei Duemila, sfruttando l’expertise di vari turnisti jazz (e di Herbie Hancock) orchestrati dal solito Miguel Atwood Ferguson. Non si scappa, tanto nelle strutture, che nei suoni, che nella strategia con cui entrambe le cose sono impiattate: per dire, i primi quattro pezzi non sono che una lunga intro a Never Catch Me (e Cold Dead è una scheggia di math rock suonato dagli Area di Maledetti) e Coronus, The Terminator è un apocrifo di Madlib – ripulito – per Erykah Badu.

Detta così dovremmo spellarci le mani. Il fatto è che accecati dal nome, dalle attese, dai discorsi di contorno, dalla lucentezza dei suoni il rischio che si corre è di non vedere questo disco per quello che è: un lussuoso EP, un’alternanza di intro, intermezzi, code e sprazzi di grande musica confezionati da un produttore bravissimo e con mezzi potenti, che è diventato maturo nel senso dell’AOR. Dopo il funk di 1983, il blues di Los Angeles, il prog di Cosmogramma e il trip hop di Until the Quiet Comes, era questo l’esito più probabile e questo è stato. Ma Steven deve osare di più, andare sul serio in quell’oltre di cui parla. Sono splendidi suoni e faranno scoprire e riscoprire i Soft Machine di Third & dintorni, la “musica totale”, tutto quello che è successo dopo il Miles Davis elettrico, forse anche il Kraut. Ma questa fusion afrofuturista ancora non (ci fa) esplode(re la testa): come immagini a corredo, invece di Shintaro, sarebbe stata più azzeccata una raccolta di screen saver con foto di nebulose in HD. Resta un disco importante per capire dove può puntare la musica che viene dai beats.

6 Ottobre 2014
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