• Mag
    06
    2016

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Sony Music Entertainment

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Dagli anni Settanta in avanti Jean-Michel Jarre ci ha abituato sia a progetti monstre (i mastodontici concerti-evento da Guinness dei primati che hanno costellato e puntellato la sua lunga carriera) che a intelligenti mosse di marketing communication (la tournée del 1981 nella Repubblica Popolare Cinese, ai tempi off limits per gli occidentali; l’album Music For Supermarkets del 1983, realizzato in copia unica e venduto all’asta come un’opera d’arte; l’idea di un featuring di sassofono suonato dallo spazio – progetto purtroppo non andato a buon fine a causa della tragica esplosione in volo dello space shuttle nel 1986): in questo senso l’idea di rimettersi in gioco, dopo anni di sostanziale, sommesso declino, organizzando un clamoroso tour de force di trenta collaborazioni stellate in giro per il globo, suddivise in due tranche proposte a sette mesi di distanza l’una dall’altra per estendere strategicamente la durata dell’esposizione mediatica, non ha di per sé particolarmente impressionato, visto il personaggio. A colpire semmai è stata l’invidiabile forma fisica e la risolutezza con la quale il francese, ora vicinissimo ai sessantotto anni, si è calato nei panni del maestro itinerante, rivendicando con forza supposti e in parte legittimi diritti di primogenitura nei confronti di tanta parte del mondo musicale contemporaneo, soprattutto guardando ai paradisi dancificiali delle recenti derive EDM. L’elettronica è grande, e Jarre è il suo profeta: lo riconosce ora pure il Sonar, riservando al “Godfather of Electronic Music” un posto di rilievo nella line-up dell’edizione 2016. Missione compiuta? Diciamo solo in parte.

Il secondo capitolo di Electronica prosegue esattamente sulla falsariga del primo: i sopraccigli che, prevenuti e maliziosi, si erano alzati di fronte alla lettura dei credits del precedente The Time Machine (la ficcante e godibile recensione di Luca Roncoroni è lettura obbligata) si sono già bonariamente rilassati. L’effetto da random playlist rimane, e rappresenta, più che un ostacolo, un ottimo antidoto al tedio dell’ovvio: il gioco di farsi stupire, traccia dopo traccia, dal flusso dei nomi coinvolti (in questo giro commercialmente meno “forti” rispetto alla prima parte), cercando di volta in volta i rimandi reciproci alle rispettive storie (musicali e non), contribuisce a rendere l’ascolto, anche se non del tutto soddisfacente, almeno divertente. Continuino peraltro a lasciare ogni speranza tutti coloro che, entrando in questo Heart Of Noise (il titolo gioca con l’Arte dei rumori, russoliano manifesto fondante della ricerca elettronica novecentesca), cerchino spunti innovativi: le soluzioni proposte lasciano davvero il tempo che trovano, ma tant’è.

L’ouverture adempie alle funzioni di primo riconoscimento, per far tirare ai fan attempati un primo sospiro di sollievo. Per trattare cinematograficamente il tema che dà il nome all’album, aprendolo e chiudendolo, viene chiamato il compatriota Rone, già molto jarriano di suo (vedi il suo ultimo Creatures), ma qui intimidito di fronte al mostro sacro («il primo disco che ho comprato è stato Oxygène», dice Erwan Castex nell’intervista). Le orchestrazioni epiche lasciano spazio al synth pop da manuale: i riferimenti incrociati tra Pet Shop Boys e Jarre erano evidenti almeno già da Chronologie (1993), e Brick England si dimostra, nel bene e nel male, un singolo scappato da Super (c’è chi recentemente ha giocato mashuppando Twenty-something, dall’ultimo album del duo inglese, con Magnetic Fields: bravo Rosenhaft). Ma ecco il primo vero passo falso: in These Creatures il Nostro sembra non aver proprio capito come approcciare l’affascinante mondo di Julia Holter, banalizzandolo verso pericolose chine enyane. Uno, due: anche l’apporto dei Primal Scream (As One) lascia interdetti, rivelandosi una versione perversamente europoppeggiante di Come Together di Screamadelica memoria (con tanto di sample velocizzato). Con Here For You, invece, il gioco di nostalgie synthwave regge, per merito di un ispirato Gary Numan: il pezzo è il migliore del lotto. I soundscapes cinematici intessuti con Hans Zimmer, il compositore di colonne sonore che Jean-Michel avrebbe potuto essere (non ci fosse stato il padre Maurice Jarre a costituire freudiano ostacolo e paragone incomparabile), rimangono superficiali e non scalfiscono. L’hi-energy di Exit fa da sfondo all’intervento parlato di Edward Snowden, l’informatico ex CIA che ha dato origine al Datagate: tra tutte le collaborazioni annunciate per il progetto, questa era stata furbamente tenuta nascosta fino a pochi giorni prima dell’uscita di Electronica 2 (per dare un sapiente boost alle citazioni pre-lancio, cogliendo terreno già fertile), e ora fornisce il tocco di dark side of technology che in The Time Machine era stato dato da Rely on me (con Laurie Anderson). La tensione sensuale dell’electro-dub What You Want, con un’efficace Peaches, è ottimamente rappresentata dal relativo minimale video, dove la bocca a 90° declamante in primo piano pare assumere le inquietanti sembianze di una vagina dentata.  Ad una traccia riuscita segue una traccia fallita: in Gisele la voce del romantico guascone Sebastien Tellier viene imprigionata da vocoder e autotune, e non funziona neppure come autocaricatura, al contrario per esempio dell’altro gigione Dieter Meier, voce dei mitici Yello, che in confronto fa un figurone nella ballata Why This, Why That and Why (quanto di più lontano ci si sarebbe potuto aspettare da Jean-Michel Jarre). Switch on Leon, tributo all’inventore del Theremin (altra lezione di storia della musica elettronica del professor Jarre), omaggiato insieme agli Orb, ha il solo pregio di far incrociare di nuovo Paterson e Fehlmann con il mondo del francese a quasi vent’anni da Toxygene.

Circus e The Architect sono ulteriori (ed entrambi buoni) esercizi mimetici, nello stile dei rispettivi featuring: il primo, in tutta la sua leggerezza e cheesyness elettronica tra Mr. Oizo e Daft Punk, risulta puro Siriusmo (il tedesco Moritz Friedrich, protegé dei Modeselektor); il secondo prende anche nel titolo le parti dell’ultimo, più manieristico, Jeff Millscon tanto di orchestra e assolo di 909. La presenza di Cindy Lauper, purtroppo, immalinconisce, per una Swipe to the Right con coda finale tra le risacche elettroniche e il ritmo della Korg Minipops di diretta derivazione oxygeniana. Walking the Mile viene interpretata da Christophe, lo chanconnier francese di origine italiana (vero nome Daniele Bevilacqua) con il quale Jarre aveva lavorato come paroliere (!) nella prima metà degli anni Settanta, con un falsetto strozzato che ricorda l’impostazione da “freak lunare” di David Lynch (non è che fosse questa la canzone destinata alla collaborazione con il regista americano, annunciata e poi misteriosamente scomparsa dall’elenco definitivo?). Prima di chiudere con il tema di The Heart of Noise, c’è spazio anche per il Jean-Michel cantante (vocoderizzato): con i suoi riferimenti al Moroder più commerciale e gli svolazzi elettro-mediorientali dell’arrangiamento, Falling Down ricorda direttamente i pasticci di Metamorphoses, l’album del gennaio del 2000 che il progetto Electronica (parte 1 e parte 2) più ricorda, sia per l’affidamento alla forma-canzone che alle tante collaborazioni ospitate. Produzione impeccabilmente fredda, con un’attenzione alla spazializzazione dei suoni che invita all’ascolto in alta fedeltà, del tutto in linea con la filosofia positivistica da sempre portata avanti dal Maestro. Prendere o lasciare.

9 Maggio 2016
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