Recensioni

6.4

Chi ha smesso di glorificare John Grant non appena l’ex Czars si è messo a trafficare con la musica elettronica, non fa testo. Dopo l’indimenticabile, toccante esordio folkie Queen Of Denmark, risalente al 2010, l’artista americano ha assecondato una svolta filo-dance che in Pale Green Ghosts, tre anni più tardi, si amalgamava molto bene alla qualità immutata del songwriting. Synthpop fatto da dio, riferimenti Eighties echeggianti certi Depeche Mode, attrazione verso la pista da ballo. Non tutti gliel’hanno perdonata, a John. Eppure stiamo parlando di un passaggio, quello verso sonorità più contemporanee, sondato nel corso del tempo anche da altri illustri cantautori, da Mark Lanegan a Cat Power giusto per dire.

Il precedente lavoro in lungo, Grey Tickles, Black Pressure del 2015, prodotto dal Re Mida John Congleton, si limitava a essere una pur apprezzabile sintesi di ballad introspettive e pulsazioni housey sempre più in funkeggiante ottica DFA. Love Is Magic riparte proprio da quest’ultima suggestione, quasi esasperandola. Gli immancabili inni queer, capaci di bilanciare sensibilità e ironia, autobiografia e cronaca, non rinunciano a citazionismo e passione per le ibridazioni linguistiche, in una girandola di piume e coriandoli tenuta sotto controllo dallo stesso Grant, da Benge – già al suo fianco nel trascurabile duo Creep Show, al primo album con Mr Dynamite lo scorso marzo, e impegnato come ingegnere nel suo studio in Cornovaglia – e dal bassista Paul Alexander dei fidati Midlake. In realtà, però, dietro alle lucine strobo si cela spesso ben altro: “The nasty world we grew up in”, per citare Tempest (forse l’unico pezzo che fa drizzare le antenne, che recupera lo stato di grazia interpretativo e funge da buona mescola degli ingredienti in atto, introdotto da note carpenteriane e in grado di far volare sul serio una voce che resta magnifica). Un presente a ritmo di #MeToo e Donald Trump (si sentano le tutto sommato innocue He’s Got His Mother’s Hips, semi-bowiana, e Smug Cunt).

Le dieci canzoni, per circa un’ora di durata che nel complesso risulta leggermente pedante all’ascolto, sono state prodotte soltanto con sintetizzatori e programmazioni. Grant, insomma, compie una scelta di campo, in linea con la sua storica ammirazione per l’italiano Francisco, la vecchia e fortunata collaborazione con gli Hercules & Love Affair, la partnership con Biggi Veira dei GusGus – sbocciata in virtù della comune residenza in quel di Reykjavik – riconducibile all’epoca di Pale Green Ghosts e via discorrendo. Non ci sarebbe assolutamente niente di male se l’ispirazione in fase di scrittura sostenesse il sound, oppure se quest’ultimo fosse quantomeno così brillante da far passare il problema in secondo piano. Invece, il caro John sembra un po’ appannato. Non ci sono ospitate clamorose stavolta, no: dimenticate nomi come Sinead O’Connor o Tracey Thorn. È un legittimo Grant-show che procede tra spoken logorroici e rimandi prepotenti a LCD Soundsystem (Preppy Boy, Diet Gum), battiti dance che a essere onesti fanno muovere poco il culo, aperture strumentali non propriamente esaltanti (Metamorphosis, la title track) e melodie replicanti i fasti recenti (Is He Strange, The Common Snipe, la finale Touch And Go sulla complessa storia di Chelsea Manning, l’ex soldato USA trasformatisi prima in attivista WikiLeaks e poi in una donna durante la sua permanenza in prigione). Il materiale di serie B di John Grant rimane più valido del materiale di serie A di molti colleghi, intendiamoci, ma la delusione è innegabile.

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