• feb
    03
    2017

Album

Young Turks

Add to Flipboard Magazine.

Famiglia di quelle giuste che fin da piccolo lo asseconda nella sua vocazione musicale, anagrafica non troppo salda (nessuno sa esattamente quando è nato, ad oggi potrebbe avere 27 anni come 28), e un posto al sole per il titolo di capello black più improponibile ever in continuità con Basquiat e col The Weeknd pre-Starboy. Tra le pieghe della vita e delle incastigabili treccine, una manciata di EP solisti di riscaldamento; ma soprattutto una carriera che per Sampha si è lanciata – seguendo le orme, e non solo per questo tratto, di Frank Ocean – lavorando per gli altri. Scrivere (e cantare) canzoni altrui è stato il trampolino di lancio per questa voce vertiginosa e questa penna sopraffina. Tra i tanti vale la pena di nominare soprattutto SBTRKT, Drake, Kanye West, Jessie Ware, Katy B e le sorelle Knowles (Solange e Beyoncè).

Uscito via Young Turks e prodotto da quello stesso Rodahid McDonald presenza importante anche alle spalle dei soci di roster The xx (che infatti hanno a loro volta spinterellato il disco sui social), il suo atteso esordio Process si scansa agilmente dal Sampha dei singoloni collaborativi e sceglie prevedibilmente di giocarsi la carta introspezione; un trend che ultimamente pare stabilmente trasversale a tutta la musica black, sia essa made in USA oppure in UK. Il Frank Ocean di Blonde, il Loyle Carner di Yesterday’s Gone, il Drake di Views e la Solange di A Seat at the Table, ma anche il Kanye West di TLOP. Potremmo anche infilarci il Kendrick Lamar di To Pimp a Butterfly, esempio però di un’introspezione che da soggettiva si collettivizza assurgendo a manifesto di un intero popolo (gli afroamericani). Tutto questo per dire che insomma anche Sampha va a battere lì, con una serie di riflessioni di carattere più o meno generale che partono sostanzialmente da uno stream of consciousness sui cazzi suoi.

Proseguendo il discorso di contestualizzazione, siamo qui grossomodo a metà strada tra l’ultimo Ocean e il James Blake di The Colour in Anything. Concettualmente anche Process parte dalle stesse premesse di Blonde, ma ne schiva in toto lappeal di ruvidezza e buonarrotiana non-finitezza da bedroom roughness che era componente fondamentale se non imprescindibile del fascino e dell’atmosfera alla base del successo del sophomore di Ocean. Detto male male, la produzione e l’eleganza (non che mancassero a Blonde, ma sicuramente in modo molto diverso) qui sono di quelle giust(issim)e. Sembra non esserci un dettaglio che non sia stato certosinamente rivisto e aggiustato un’infinità di volte. Sampha è un perfezionista, tanto della forma quanto del contenuto, e tra le righe di queste tracce la cosa arriva subito. Questo porta talvolta la carica emotiva dei pezzi, che pure c’è e anche bella potente, a risultare a tratti un po’ affievolita, quasi smorzata. La voce, che è poi quello che Sampha mette giustamente in prim(issim)o piano, maestosa, inconfondibile, perfetta, capace di coprire un range pressoché illimitato (basti sentire le altezze vertiginose toccate in Take Me Inside), è talmente bella e versatile che potrebbe cantare letteralmente qualsiasi cosa. Il risultato è un Bernini r&b, talmente magnifico da riuscire, se non proprio asettico, a tratti quasi un po’ imballato e plastificato.

È facile capire gli entusiasmi spesso sfocianti in una vera e propria adorazione di questo disco che stanno fiorendo in ogni dove, dalla Pitchfork del caso (ormai sempre più dedita al trend-setting che alla critica musicale) fino al blog dell’amico, così come è facile spiegare perché questo disco È un lavoro di altissimo livello. La fioritura di contaminazioni, dall’hh (anche se non si rappa mai) a spezie più orientaleggianti come negli arpeggi di Plastic 100°C, il toccante intimismo di piano-ballads come (No One Knows Me) Like the Piano, la brutale sincerità di testi in cui si parla della propria madre morta di cancro, della consapevolezza della propria finitezza, della difficoltà nel rapportarsi al fratello malato, insomma del SÈ (quello freudianamente maiuscolo), gli erratici spezzettamenti elettronici di Reverse Faults, le splendide impalcature melodiche di singoli come Blood on Me, che semplicemente funzionano alla grande. Tutto è bello, tutto è perfetto. Forse perfino troppo.

8 febbraio 2017
Leggi tutto
Precedente
Code Orange – Forever Code Orange – Forever
Successivo
Amber Run – For a Moment I Was Lost Amber Run – For a Moment I Was Lost

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

Altre notizie suggerite