• apr
    15
    2016

Album

Secretly Canadian

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Premettiamo che il sound dei Suuns è attualmente uno dei più moderni, nell’ibridare rock ed elettronica. I quattro canadesi fanno tesoro degli insegnamenti di chi prima di loro ha tracciato nuove rotte neopsichedeliche e kraute (Clinic e via dicendo), ma come pochi altri coevi si dimostrano avventurosi nell’appropriarsene con personalità e assoluto senso del presente. A seguire l’esordio Zeroes QC e quell’Images Du Futur che li aveva sdoganati grazie a pezzi killer come 2020, Hold/Still vede per la prima volta in cabina di regia John Congleton, scelto in sostituzione di Jace Lasek dei connazionali The Besnard Lakes: probabilmente la quadratura del cerchio, poiché le sue mani possono volgere ciò che già di per sé suona moderno in modernissimo (si pensi anche al lavoro svolto con St. Vincent). Senza dimenticare la riuscita collaborazione sperimentale nell’album cofirmato con Jerusalem In My Heart, risalente appena all’anno scorso: una compenetrazione fra culture diverse che si ricollega persino alle origini di una ragione sociale significante “zeroes” in lingua thailandese.

Possiamo affermare che le undici tracce in scaletta, seppur cantate, antepongono l’aspetto puramente strumentale a quello compositivo, tanto che la voce di Ben Shemie – in ogni caso, mai così curata – si pone quasi alla stessa stregua di corde, batteria e synth. La band di Montreal gioca tutto sulle contrapposizioni e su una tensione che non sfocia mai in un vero e proprio climax liberatorio, ma trascina l’ascoltatore in tunnel paranoici e circolari, in buon abbinamento a testi focalizzati stavolta su suggestioni sessuali. Sono tracce, infatti, basate principalmente sulla reiterazione, che sia in senso più orientato al rumore (Fall è un’apertura così dissonante da risultare respingente, il minimale inno barricadero Resistance immagina dei Fugazi proiettati nel futuro) oppure al groove (Mortise And Tenon potrebbe appartenere al repertorio degli ultimi Radiohead, se questi ultimi incupissero i toni, tanto quanto Translate potrebbe piacere a dei Battles alle prese con la forma-canzone). C’è anche molta cupezza sullo sfondo, a collegarsi per certi versi con il post-punk di formazioni austere e geometriche come i Disappears e per altri a protagonisti elettronici come Andy Stott o James Holden, dichiarati fra le maggiori influenze dai diretti interessati.

Il bello è che, se vari pezzi sembrano potenziali remix per la loro perfetta, coinvolgente trasparenza sonora, le registrazioni sono state in realtà effettuate in presa diretta, senza overdubbing. Instrument, UN-NO e Paralyzer catturano in mulinelli di ritmo ossessivo ed elettricità sinuosa, semplicemente irresistibili nel loro girare intorno e intorno, fregandosene della destinazione finale e raggiungendo l’effetto di apparire profondamente misteriose. C’è addirittura spazio per le atmosfere: Brainwash parte con delicatezza da indie songwriting prima di essere sconquassata da battiti industrial-techno e Nobody Can Save Me Now rivela suggestioni blues che a dir la verità si possono scorgere un po’ ovunque, mentre Careful centrifuga semi-spoken, soundscape e musica suonata dilatandosi per oltre sette, minacciosi minuti e Infinity chiude con essenzialità arty, a richiamare alla lontana i Blonde Redhead di In An Expression Of The Inexpressible. Un ottimo disco per una band preziosa, che sta diventando a suo modo “importante”. Ce la teniamo stretta.

 

15 Aprile 2016
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