Il codice dei pesci strani: 25 canzoni dei Radiohead

Con la pubblicazione di A Moon Shaped Pool (trovate qui la recensione di Fernando Rennis) i Radiohead ci hanno detto una cosa importante: dopo un quarto di secolo (circa) dalla loro affermazione come band continuano a essere una realtà viva, significativa. E non solo – si badi bene – dal punto di vista mediatico, come uno dei tanti dinosauri del rock carburati verso l’autocelebrazione, ma nel produrre canzoni, suoni, persino un album intero capaci di spostare ancora gli equilibri nel quadro musicale contemporaneo. Abbiamo dunque deciso di coinvolgere parte della redazione e dei collaboratori per un gioco collettivo, che come tutti i giochi non è soltanto un gioco: considerare l’impronta dei Radiohead dal punto di vista delle canzoni, sceglierne venticinque tra le molte che come tessere compongono un mosaico composito, sfaccettato, cangiante, lungo la linea del tempo. Impressioni personali calate nel contesto in cui queste canzoni sono nate, per comprendere l’essenza multisfaccettata del fenomeno Radiohead. Buona lettura.

25. Feral The King Of Limbs

Parlare di Feral vuol dire riallacciarsi al discorso portato avanti da Thom Yorke nei suoi esperimenti, seppur estemporanei, con Four Tet e Burial nello split Ego/Mirror del 2011. La quarta traccia di The King Of Limbs riprende le fascinazioni dell’artista di Oxford verso buona parte del sottobosco elettronico di Londra Sud, tra reminiscenze dubstep e, indietro, 2 step. Il tutto riflesso nella violenta e imperturbabile struttura ritmica delle sorde percussioni quasi jungle, lancinanti e glaciali, in cui si avvinghia in loop la voce di Yorke, fantasmagorica e fumosa ma anche metallica, distesa su un tappeto glitch formicolante e sorretta da lamenti e sussurri malinconici in una versione primordiale di James Blake. Certamente una delle tracce che meglio rappresentano la versatilità e i mille rivoli stilistici attraversati dalla band, tra infiniti rimandi e influenze che da sempre caratterizzano l’ampio e complesso spettro di longitudini percorse dai quattro all’interno della loro carriera. (Daniele Rigoli)

24. Creep / Pablo Honey

Croce e delizia, Creep è il primo successo che i Radiohead si sono affrettati a chiudere in soffitta senza troppi rimpianti. Il brano che li ha fatti nascere artisticamente e presentati al grande pubblico è scomparso a lungo dai concerti alla fine degli anni Novanta. È abbastanza raro che un gruppo rinneghi così apertamente una propria canzone. Qual è il peccato originale di Creep? Essere il tipico brano prima maniera, acerbo, che dichiara influenze e paralleli rimarcati anche dalla critica (sta tra Lithium, Everybody Hurts e With or Without You) e affronta un tema teen-pop come l’amore non corrisposto, con una specie di romanticismo frustrato, depresso e autodistruttivo. Si nota ancora il talento, seppure grezzo, nella costruzione drammatica di una canzone, enfatizzando i pieni e i vuoti naturali di un gruppo rock chitarristico: le note zampillanti degli arpeggi puliti, l’effetto di accensione di Jonny che precede il ritornello, le ottave e le note distorte in terzine rapide, sempre di Jonny, che sostengono il classico crescendo sul finale stile Pablo Honeyqualche gruppo che avrebbe fatto carte false per avere un singolone del genere certe idee non le ha proprio mai avute. Ma in una prospettiva più ampia erano solo i primi passi a carponi di una creatura musicale che presto avrebbe cominciato a camminare spedita con le proprie gambe. (Tommaso Iannini)

23. These Are My Twisted Words These Are My Twisted Words

Il post-In Rainbows dei Radiohead è un’immersione in quella elettronica irregolare di Kid A ma non estrema come sarà in The King Of Limbs. These Are My Twisted Words è un brano che si sviluppa su un ritmo ipnotico e chitarre che si incrociano in un climax claustrofobico in cui la voce di Thom Yorke irrompe con fare incerto. Un brano che, visto in chiave retrospettiva, anticipa quello che succederà in A Moon Shaped Pool con un minimalismo e un senso di incertezza che si sviluppa per oltre cinque minuti. Di lì a poco sarebbe arrivato lo sperimentalismo e poi, ultimo tassello, le orchestrazioni delle varie The Daily Mail e Spectre. Un brano non epocale, ma certamente fondamentale per capire le coordinate che i Radiohead hanno seguito per approdare alla loro nuova, mutevole, forma, sotto il chiarore di una luna riflessa in una pozzanghera. (Fernando Rennis)

22. Sail To The Moon Hail To The Thief

Arriva un momento, in ogni album dei Radiohead, in cui a farsi largo è la smaniosa attesa di quelle riconoscibilissime note di pianoforte dilatate, sulle quali sai già che Thom, con il suo struggente falsetto, andrà a ricamare criptici testi onirici. E quando arrivano, quelle note, spesso ti si scaraventano addosso lasciandoti per qualche attimo tramortito. È questo l’effetto che mi provoca ogni volta Sail To The Moon, ninna-nanna catartica scritta da Yorke per il figlioletto Noha. Una ballad al piano, minimale, che alludendo al racconto biblico dell’arca di Noè definisce le traiettorie per un fluttuante viaggio tra costellazioni, con all’orizzonte il riflesso della superficie lunare ad abbagliarti. Scritta e registrata in versione demo da Thom “in five minutes” ai tempi di Amnesiac, la traccia venne sottoposta al giudizio della band ed ottenne il consenso di Colin e Philip, ma non quello di Jonny Greenwood, il quale, con orecchio critico, la valutò non pronta a finire in un album. Solo dopo due anni di gestazione la si troverà in Hail to the Thief, in tutta la sua meravigliosa essenza catartica. (Marco Frattaruolo)

21. Codex The King Of Limbs

In quello che da molti è considerato l’album minore del quintetto di Oxford, a levarsi è una splendida, malinconica, ballad al pianoforte. In Codex la luminosità è soffusa, pochi spiragli di luce irradiano un Thom Yorke che con la sua voce angelica, che si fa lamento, tratteggia un immaginario focalizzato sulla natura, sullo spazio e sull’interiorità. C’è malinconia e dolore nei quattro minuti e quarantasette secondi che offrono un momento di respiro dai ritmi sincopati che caratterizzano il resto dell’album. L’apertura affidata all’espressione «Sleight of hand», che fa riferimento alla capacità dell’illusionista di far sparire oggetti, indica la strada: l’illusione di potersi (volersi) smaterializzare di fronte alle paure, alle sconfitte, agli errori. Sullo sfondo fruscii e spifferi d’aria contribuiscono a rendere l’atmosfera, nella sua già marcata suggestività, ancor più spettrale e riflessiva. Il suono del filicorno che irrompe docilmente a metà canzone, invece, procura profondi graffi al cuore, laddove Codex cerca di aggrapparsi. Cugino della più cinematografica Pyramid Song, e fratello della versione finale di True Love Waits, questo piccolo gioiellino dai tratti rigorosamente yorkiani merita di essere citato tra almeno le prime cinque ballate targate Radiohead. (Marco Frattaruolo)

20. True Love Waits A Moon Shaped Pool

Un gioiello antico, avvistato sui palchi fin dal 1995, amato dai fan e perciò immortalato sul live I Might be Wrong. La versione chitarra acustica e voce arrivava da un concerto dell’agosto 2001 a Los Angeles, ed era ovviamente splendida. Perciò fa strano pensare che tanta bellezza fallì l’appuntamento prima con Kid A e poi con Amnesiac, non riuscendo in entrambi i casi a trovare la forma soddisfacente. Questa specie di melodramma astratto, che procede per allusioni struggenti, rischiava quindi di rimanere uno splendido fantasma grezzo, preso atto anche delle dichiarazioni di un Nigel Godrich oramai rassegnato. Perciò la sua presenza come closing track in A Moon Shaped Pool rappresenta la sorpresa più bella e inattesa che la band di Oxford potesse riservarci: la chiave della quadratura sta nell’insostenibile e sbieca leggerezza piano-voce, con quei barbagli bossa e le dissonanze liquide, la voce assorta in una specie di dolore amniotico così indecifrabilmente simile a uno stato di grazia. Il trionfo dell’essenzialità, del togliere come chiave del compiere. (Stefano Solventi)

19. Daydreaming A Moon Shaped Pool

La seconda anticipazione del nono disco in studio dei Radiohead è un brano a metà strada tra Go Slowly e Last Flowers To The Hospital, una ballata claustrofobica col pianoforte in primo piano che sfocia in uno strumentale in crescendo. Un cantato sommesso e un’elettronica defilata in cui però irrompono nel finale archi inquietanti che poi si ritirano per lasciare spazio alla voce di Yorke. Una voce che sotto l’effetto del pitch e del reverse, pronuncia la frase «Half of my life», uno dei tanti riferimenti presenti nel disco alla separazione amichevole del quarantasettenne Thom da Rachel Owen, sua compagna per ventitré anni. (Fernando Rennis)

18. All I Need In Rainbows

La prima volta che ascoltai In Rainbows, sentii un formicolio alla testa quando arrivai alla quinta traccia. Come se il cervello si fosse intorpidito prestando attenzione agli iniziali giochi su tempi dispari, reverse e distorsori della prima parte del disco e si stesse ridestando con il suono evanescente del fender rhodes e delle note prolungate, prive di stacchi, della chitarra. Alla metà esatta dell’album, infatti, si precipita in un vortice temporale, nel tormento di un amore viscerale e fatalista che riporta alla mente Creep e rappresenta una pacata presa di coscienza. All I Need è il risultato del montaggio delle parti migliori di quattro take diverse del brano. C’è la volontà di Greenwood di ricreare con un’orchestra di archi, ovvero The Millennia Ensemble, il white noise tipico dei volumi assordanti di una garage band amatoriale; il candore di un glockenspiel accostato alle note gravi del rhodes e del basso, con l’improvviso e penetrante noise di sottofondo dei violini; l’espressione di una devozione sanguigna e ossessiva, che commuove e descrive al tempo stesso immagini lontanissime dall’amore («I am an animal trapped in your hot car, I am all the days that you choose to ignore/ I am a moth who just wants to share your light/ I’m just an insect trying to get out of the night»); un ritmo di batteria minimale, quasi trascinato, che conduce ad un crescendo frenetico, insistente ed espiatorio, in cui la voce di Thom Yorke si confonde e si fonde con l’orchestra, che nel suonare tutte le note della scala sembra riprodurre il suono dell’apertura del mantice di una fisarmonica. (Federica Carlino)

17. Airbag Ok Computer

Sulla fiducia, dopo aver mandato a memoria The Bends, compro Ok Computer praticamente il giorno in cui arriva nei negozi, incurante della recensione di Rumore che lo stroncava in anteprima. Si impara anche quello, appena conseguita la maggiore età, a prendere il parere dei critici con le pinze; ma pure da freschi maggiorenni si attende sempre con ansia un nuovo album da cui ti aspetti qualcosa. Quindi eccomi con il sospirato CD in mano nel compatto Amstrad che stava per tirare le cuoia, e parte Airbag. Spaesamento, con quella frase lenta che ti dondola dolcemente ed è – non ci avevo neppure fatto caso all’epoca – un melodioso riff di violoncello (!!) doppiato da una chitarra distorta. Mmmh, sembra una Planet Telex più psichedelica; è un crescendo costante, la voce di Thom Yorke fluttua morbida tra le dissonanze e i glitch mentre sotto lievita la chitarra di Jonny con le sue linee armo-lodiche in sedicesimi. Momenti preferiti: l’assolo di chitarra che porta al terzo ritornello (vogliamo parlare di quel ritornello?), poi il break con finale tutto groove (e vogliamo parlare di quel groove?), archi, rumori, cori, vocalizzi. E per farmi piacere un assolo e un break con dei vocalizzi, ve lo assicuro, ce ne vuole. Non comincia per niente male questo nuovo album, chissà come sarà il resto… (Tommaso Iannini)

16. 2+2=5 Hail To The Thief

Inserita non a caso in apertura del controverso Hail to the Thief, come se fosse una sorta di dichiarazione d’intenti, 2+2=5 riassume emblematicamente l’attitudine del gruppo nel far convivere sotto lo stesso titolo arrangiamenti e atmosfere diverse, con repentini cambi, accelerazioni e rallentamenti. Un brano schizofrenico, imprevedibile, che inizia con Jonny Greenwood che collegando la sua chitarra esclama «We’re on», a cui risponde divertito Yorke con un «That’s a nice way to start, Jonny». Parte quindi il brano, che deve il titolo al bispensiero di 1984 di Orwell, riferimento che ritorna anche nel videoclip del singolo, mentre il titolo alternativo, The Lukewarm, si rifà agli ignavi della Divina Commedia. Strutturato in quattro sezioni, il pezzo segue lentamente una curva crescente che parte da un tappeto di drum beat in 7/8 su cui si distende un arpeggio di chitarra che accompagna il falsetto di Thom Yorke ed Ed O’Brien, con quest’ultimo ad azzardare armonici sul ponte della chitarra. Tornato in 4/4, un lieve charleston si inserisce timidamente mentre al fingerpicking si affiancano gli accordi strimpellati di O’Brien. Nella terza parte il pezzo si apre, accelera, decolla definitivamente: il groove diventa più aggressivo, entra il basso, una portentosa batteria e la chitarra di Yorke che nel frattempo abbraccia un cantato quasi urlato per esorcizzare un assurda accondiscendenza impossibile da rifuggire. È l’apice della curva da cui si può soltanto piombare giù, tra sintetizzatori distorti che anticipano lo sgranarsi delle armonie e l’ultimo disperato messaggio («Oh go and tell the king that the sky is falling in / when it’s not / but it’s not / maybe not») prima della fine improvvisa. (Gianluca Lambiase)

15. No Surprises Ok Computer

Arrivati a tre quarti di un disco come Ok Computer non si può dire che siano mancate le emozioni o i brani a forte rischio commozione. Con la differenza che Airbag, Paranoid Android, Let Down, Exit Music o la stessa Karma Police sono tutto un accavallarsi di crescendo, di pause, di saliscendi drammatici, e sono piene di passaggi ad effetto. No Surprises in confronto sembrerebbe una canzone talmente piana. Non è nemmeno così densa, di per sé. Una melodia appena un po’ stralunata, una chitarra elettrica arpeggiata che sembra un carillon, i classici giri di chitarra acustica, gocciolii di glockenspiel. C’è dentro un po’ di Lennon, un po’ di Syd Barrett, ma soprattutto una voce che farebbe lacrimare pure una pietra. Semplicemente disarmante. È il fanciullino dentro di te che prende il sopravvento. Di che cosa scrivi poi, o che scrivi a fare quando hai uno che canta così? (Tommaso Iannini)

14. The Gloaming Hail To The Thief

Forse il brano più politicizzato del disco più politico dei Radiohead (a partire da titolo e cover) sarebbe anche la title track, nel gioco di titoli alternativi che attraversa tutto l’album. “Il crepuscolo”, come specificato da Yorke in sede live, è un monito verso il sinistro ritorno di ideologie fasciste e di nuova destra, tanto in Europa quanto negli USA, e il pericolo che ogni immobilismo comporta: «the only way to stop them is to do something. If you do nothing, they’ll win». In un album equamente diviso tra l’anima più tradizionalmente “suonata” e quella più gelidamente elettronica e post-Kid A del gruppo, The Gloaming è il brano che meglio si inserisce nella seconda: texture sintetiche e nebbie glitch, per un inquietante e onirico avvertimento attuale oggi più che mai. (Luca Roncoroni)

13. Life In A Glass House Amnesiac

D’accordo, We Suck Young Blood insieme a The National Anthem e alla sua sezione di ottoni sono un dichiarato omaggio alla lezione free jazz del Mingus di Freedom, così come nella batteria spesso sincopata di Philip Selway in In Rainbows e in generale nell’intero Amnesiac, ma anche in tantissimi altri brani dei Radiohead, si possono rintracciare evidenti e più o meno espliciti riferimenti jazzy. È Life In A Glasshouse il brano che però più di tutti fa incontrare in maniera chiara e diretta Yorke e soci con il mondo jazz. Inserita come ultima traccia di Amnesiac, confermando la regola del brano emozionale alla fine del disco, la band chiese al trombettista Humphrey Lyttleton di intervenire con il suo quintetto su questo pezzo, ammettendo che, parole di un modesto Greenwood a Mojo, «We couldn’t play jazz. You know, we’ve always been a band of great ambition with limited playing abilities». Dopo che suo figlio gli fece avere una copia di Ok Computer, Lyttelton decise di accettare l’incarico contribuendo in maniera determinante alla realizzazione di un brano che mette insieme classicità e visioni rarefatte. Il brano parte con un’atmosfera sfocata, un andamento cadenzato che si apre velocemente ai fiati da big-band: clarinetto, tromba e trombone si uniscono alla voce malinconica di Yorke in una dimensione sospesa ed incerta, un cortocircuito spazio-temporale che prende un fumoso Chet Baker e lo lancia nel futuro. Nel pomposo finale i fiati esplodono tra arpeggi e grida disperate che d’improvviso sono costrette a placarsi: «There’s someone listening in». (Gianluca Lambiase)

12. Jigsaw Falling Into Place In Rainbows

Primo singolo estratto da In Rainbows e primo video dai tempi di Idioteque in cui compaiono tutti e cinque i membri della band di Oxford, Jigsaw Falling Into Place è il racconto di sfocati giochi di sguardi all’interno di un club, probabilmente ricordo degli university days di Yorke e soci. Brano radicalmente “suonato”, con chitarra e basso assoluti protagonisti e una struttura che pare schivare la forma canzone rifiutandosi di sfociare in un refrain che sembra sempre sul punto di scoppiare ma non arriva mai, la qui presente è una delle tracce che meglio racchiudono l’essenza di In Rainbows come disco post-apice nel percorso del gruppo, ma non ancora pronto per un declino che sarebbe fisiologico attendersi e che appare ad oggi ancora lontano. (Luca Roncoroni)

11. Fake Plastic Trees The Bends

Nell’era pre-streaming e download, se non avevi molti amici con cui scambiare i dischi, i punti di riferimento obbligati nella musica rock non troppo underground diventavano i singoli-video. Te ne piaceva uno (High and Dry) e guardavi con interesse alla prospettiva di comprare l’album; ne arrivavano un secondo e un terzo che ti stendevano, e le trentamila lire prendevano la via del CD senza troppe esitazioni. Fake Plastic Trees era una delle canzoni-tipo che ti facevano sentire abbastanza sicuro delle tue prossime mosse discografiche. Una ballata acustica con i contrappunti micidiali delle chitarre effettate e distorte. Abbastanza per colpire l’immaginario di adolescenti alle prese con la crisi post-grunge e dare appigli melodici perfetti per sublimarla, canticchiando un testo da incubo che parla di gente di plastica e della gravità che prima o poi vince su tutto. Un pezzo che brilla ancora, per la sua luce particolare. È costruito come altri brani dei primi Radiohead per partire piano e poi crescere, eppure nel ritornello e nel finale, invece di esplodere rallenta, si culla placidamente tra accordi d’organo lontani o nel suo stesso giro armonico di chitarra. E poi, riascoltando, affiora sempre il cambio d’accordi strano che ti sorprende e ti emoziona ancora o il momento in cui lievita tutta la canzone: «But I can’t help the feeling, I could blow through the ceiling, if I just turn and run. And it wears me out…»  (Tommaso Iannini)

10. Exit Music (For A Film) Ok Computer

Canzone scritta appositamente per i titoli di coda di Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann (1996) e inclusa in Ok Computer come quarta traccia (oltre che nella soundtrack del trascurabile thriller paranormale polacco After.Life), Exit Music (For A Film) è una disperata ballata d’amore schiumante di rabbia e risentimento – quel «we hope that you choke» reiterato all’infinito – che nasce acustica e dimessa per poi sfociare in un crescendo di batteria e basso distorto su cui i Muse hanno costruito una carriera. Bellamy – e tutti noi con lui – ringrazia. (Luca Roncoroni)

9. The National Anthem Kid A

È il pezzo heavy di Kid A, quello che ci ha fatto ricordare – o venire in mente, se prima non ci avevamo tanto fatto caso – del lavoro di Colin e Phil dietro al trio di chitarre. Colin sul palco mica stava attaccato a Phil perché era timido, come gli aveva urlato una volta qualche buontempone dietro di me a un concerto… Quei due erano il motore su cui poggiava il castello di arpeggi e armonie sofisticate, e ora “puff”, niente chitarre, ridotte a un nugolo di effetti sonori, solo un groove teso e mobile, il riff pulsante e distorto di basso in primo piano, entra la batteria sincopata, un tempestare di piatti a un certo punto, e poi una tremula linea vocale. Intorno un clash di rumori, frammenti di orchestra e di fanfara jazz – free jazz – imbizzarriti e collassati. Free dance rock. Nella versione del live I Might Be Wrong c’è l’Onde Martenot a sibilare sui vocalizzi ritmici di Thom (che ricorda quasi il Malcolm Mooney dei Can), ma è sempre, soprattutto un gran marasma su quel giro di basso che ti inchioda: ti si ficca in testa, è un attimo e viaggia già in loop. Prova a togliertelo dal cervello… impazzirai come la tromba e il sax… (Tommaso Iannini)

8. Just The Bends

Per chi come me veniva dal rock americano contemporaneo non c’erano già dubbi. Nel 1995 tutti parlavano del britpop mentre erano i Radiohead la vera band da tenere d’occhio. Oggi il tempo e un poco di esperienza in più mi fanno sorridere al pensiero, per certe di prese di posizione musicali da adolescente dell’epoca. I Blur di Girls and Boys: ma che è, sono tornati gli anni Ottanta? Oppure gli Oasis: ok il muro di chitarre è interessante, però… Eppure la sostanza non è cambiata molto, i Blur li avrei rivalutati e un bel po’ con l’album omonimo, gli Oasis, be’ forse erano interessanti quando avevano il muro di chitarre però… I Radiohead non erano la solita band brit, non erano neppure un gruppo grunge, ma se è mai esistito il brit grunge avrebbe dovuto essere qualcosa di molto simile a Just: stop and go e sbalzi di dinamica alla Pixies  (molto più che Nirvana), chitarra acustica e pennata funky ma cattiva, botte di distorsione, con quel riff in ottave a salire di Greenwood che ti giostrava come voleva lui, e quando entrava all’unisono con gli accordi in overdrive di Ed era vero cinebrivido. Roba da montagne russe o da helter skelter, altro che le tastierine di Girls and Boys… (Tommaso Iannini)

7. Weird Fishes In Rainbows

Di In Rainbows non mancherò mai di sottolineare il senso di ritorno a casa, di implosione e riflessione sul proprio codice espressivo. Non a caso ad esso seguì il live From The Basement, echeggiante proprio quelle frequenze stilistiche, come del resto l’omonima serie di concerti ideati da Nigel Godrich e diffusi via podcast. Questa canzone mi è sembrata fin dalla prima volta che l’ho sentita un miracolo di equilibrio, di pressione post-wave e rilascio lirico, di tensione meditabonda e graffio vitale. Inizialmente intitolata solo Arpeggi, fu suonata da Jonny Greenwood e Yorke nel 2005, con tanto di accompagnamento d’archi della Nazareth Orchestra. Tempo pochi mesi e la band decise per una veste più tirata, concedendole solo pochi istanti di sospensione onirica, però memorabili. Ed ecco quindi Weird Fishes, pesci strani nelle profondità di un acquario esistenziale che potresti scambiare per la sfera di cristallo sintonizzata sui tremori del domani. Dalle mie parti si dice “sei un pesce strano” per sottolineare la bizzarria del carattere, del modo di vedere le cose o del mostrarsi. Nel loro essere potentemente mainstream, i Radiohead hanno avuto questo merito: di coltivare la stranezza, lo scarto rispetto alla consuetudine, ponendo attenzione affinché questo scarto fosse sempre in anticipo, in avanti. (Stefano Solventi)

6. Morning Bell Kid AAmnesiac

Punto d’incontro tra Kid A e Amnesiac, Morning Bell è inclusa in entrambi gli album ma con vesti diverse e rappresentative del sound di ciascun disco. La versione di Kid A è essenziale, irregolare (ancora l’uso del 5/4), con un senso di straniamento che è forse il carattere principale di tutto il disco; la versione di Amnesiac è più calda, quasi barocca, con delle campane, un ritmo più regolare (4/4), più lenta ma più tendente all’horror del maestro Carpenter, «cut the kids in half». Il brano è sintomatico della libertà di composizione che i Radiohead hanno perseguito nel periodo post-Ok Computer, lontana dal formato canzone canonico e rinvigorita dalle influenze sonore dell’elettronica di matrice anni Novanta e dalle strutture aperte del jazz del Novecento. (Fernando Rennis)

5. Everything In Its Right Place Kid A

Ogni cosa al posto giusto: i Radiohead piegano il loro sound verso l’elettronica che aveva fatto capolino già in Ok Computer, acutizzando la vena sperimentale degli artisti di Warp Records (Boards Of Canada su tutti) e mescolandola con il jazz oscuro di Charles Mingus. Ispirata dai quadri di Rothko («there are two colors in my head»), Everything In Its Right Place è il brano d’apertura di Kid A. L’incipit affidato al piano elettrico, con battute alternate di 6/4 e 4/4, viene arricchito da sample vocali, reverse e, soprattutto, la voce di Thom Yorke che con apparente nonsense sciorina frasi dal sapore dadaista («yesterday I woke up sucking a lemon»). (Fernando Rennis)

4. Idioteque Kid A

Estate 2000, alla Villa Reale di Monza, i Radiohead in concerto suonano in anteprima i pezzi di un disco che vedrà la luce soltanto in autunno. Gira ormai da tempo la voce che stiano prendendo una direzione diversa, un po’ (molto) più sperimentale. Al primo impatto, si sente già che le influenze sono cambiate. Abituati a Smiths, Pixies, R.E.M., U2, Beatles, Pink Floyd, tra i loro punti di riferimento dobbiamo aggiungere anche Autechre e Aphex Twin. Da quel che si sente sul palco, con i pezzi nuovi ci vorrà un po’ a carburare. Ce n’è forse uno che fa eccezione: una techno-dance spettrale dalla coda tutta strumentale che Thom Yorke balla come uno spastico (lo so, non è una bella immagine, ma per lo shock non me ne viene una migliore, sono pur sempre passati sedici anni). Come si chiamerà? Si scopre qualche mese dopo: Idioteque. Ci sono quattro accordi di sintetizzatore e la melodia cantata, il resto è tutto programming, suoni percussivi elettronici e tracce vocali raddoppiate e triplicate che si inseguono e si avvolgono in spirali drammatiche. Il brano dance più emo e più disperato che si potesse e si può ancora immaginare. Benvenuti nella nuova era glaciale. (Tommaso Iannini)

3. Karma PoliceOk Computer

Nelle menti di molti Karma Police è legata inevitabilmente al video girato dal regista Jonathan Glazer. Ricordo che all’epoca (avevo all’incirca 7 anni) ogni volta venivo rapito dalla stranezza di quel ragazzo dalle sembianze elfiche che, in stato confusionale, viaggiava sul retro di una Chrysler New Yorker del 1976. Intanto, mentre l’auto procedeva la sua marcia, cominciavo a chiedermi chi fosse quell’uomo che a un certo punto iniziava a correre davanti ad essa. La risposta mi arrivò qualche anno dopo quando mi trovai a leggere la seguente dichiarazione-dedica di Yorke: «il Karma è importante. L’idea che esista qualcosa come il karma mi rende felice. Mi fa sorridere. Karma Police è dedicata a tutti coloro che lavorano in una grande azienda. È una canzone contro tutti i boss…». In sottofondo allo scorrere delle immagini, una chitarra acustica si lascia accarezzare da un pianoforte carillonesco (che ricorda i Beatles di Sexy Sadie), prima di sfaldarsi in un finale distorto, inquietante, opera delle sperimentazioni sonore del secondo chitarrista Ed O’Brien. Quelli di Karma Police (titolo che fa riferimento a uno scherzo in voga nella band ai tempi di Ok Computer, e che prevedeva che un membro minacciasse l’altro di chiamare la “Polizia del karma” se si fosse comportato in modo sbagliato) sono, probabilmente, i Radiohead più mainstream in assoluto, eppure resta sorprendente la destrezza dei cinque nel riuscire a non scollarsi dalla loro natura weirdo. (Marco Frattaruolo)

2. Like Spinning Plates Amnesiac

Se Kid A mi aveva spiazzato e rapito, scaraventandomi dove non credevo sarei mai andato, Amnesiac mi lasciò di sasso. Perché, mi chiedevo? Cosa ancora? Sulle prime non capii che si trattava di un album ancora più compiuto, il passo decisivo verso la smaterializzazione sintetica del concetto-canzone. Su tutte c’era questa, col suo melisma antico e futuribile, la dimensione del suono che racconta la catastrofe invisibile, un pugno di frequenze tra tutte le frequenze possibili. Un enigma che conosce la grazia dell’incanto, colto da qualche parte tra ambient e minimal-techno. Particolarissimo l’iter compositivo: insoddisfatti di I Will – che poi avrebbe visto la luce in Hail to The Thief – i Radiohead decisero di abbandonarla, ma al momento di riavvolgere il nastro avvertirono lo sbocciare di una melodia ipnotica. Che, appunto, li ipnotizzò, convincendoli a farne Like Spinning Plates. Per preservare il segno di questa origine, la traccia vocale fu incisa in reverse, aggiungendo bizzarria al mistero (Stefano Solventi).

1. Paranoid Android Ok Computer

Definita da più parti come la Bohemian Rapsody degli anni Novanta, Paranoid Android è una suite divisa in tre sezioni con battute alternate di 4/4 e 7/8. Un vero e proprio manifesto dello stato di alienazione di fine millennio causato dalla tecnologia e dal vuoto sociale («Please could you stop the noise I’m trying to get some rest? From all the unborn chicken voices in my head»). Nonostante la sua durata (oltre i sei minuti, già ridimensionata dagli otto/dieci minuti della versione originale) Paranoid Android è stato il primo singolo scelto per il lancio di Ok Computer: la prima parte del brano segue un ritmo latino che ben presto esplode in una sezione centrale rock irregolare, per poi distendersi in un tappeto di cori e contro-cori malinconico e terminare in un caos organizzato. Uno dei punti più alti della musica leggera del XX secolo. (Fernando Rennis)

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Emanuele Binelli Mantelli

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