• mag
    08
    2016

Album

XL

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«Nella fiamma il tempo stesso si mette a vegliare. Sì, chi veglia davanti alla fiamma non legge più. Pensa alla vita. Pensa alla morte. La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce, basta un soffio ad annientarla, una scintilla a riaccenderla». Il pensiero di Bachelard è appropriato all’immagine di un Thom Yorke che nel video di Daydreaming, dopo aver attraversato molte porte e situazioni quotidiane, si accovaccia accanto al fuoco. D’altronde, come lo stesso cantante dei Radiohead ha precisato: «se si guarda l’opera d’arte per Kid A … beh, è ​​come guardare il fuoco da lontano. Amnesiac è il suono di come ci si sente a stare nel fuoco».

Radiohead sono ormai una band seguita in maniera maniacale da fan e hater in egual misura, ogni mossa para-musicale viene acutamente analizzata in rete con annesse congetture e tentativi di ricercare significati ancestrali nascosti che spesso si rivelano inesistenti. È successo di nuovo, per questo nono disco in studio del quintetto di Oxford: questa volta il marketing promozionale ha aiutato e parecchio, con lo svuotamento dei contenuti social dai vari profili e dal sito della band e l’attivazione del canale Instagram, con alcuni volantini recapitati per posta agli ultimi acquirenti in ordine di tempo dello shop online del gruppo e con vari assaggi video/audio. Sono arrivati poi a sorpresa i primi due singoli Burn The Witch Daydreaming e giù con le solite reazioni che abbracciano una vasta gamma di sensazioni, dagli allucinati ai disfattisti – ma, ormai, si sa, fa parte del gioco.

A Moon Shapel Pool è un disco complesso: distante in egual misura dall’equilibrio tra rock ed elettronica che è In Rainbows e dallo sperimentalismo minimale di The King Of Limbs, vicino all’accoppiata Kid A/Amnesiac ma più penetrabile. È un album dove gli archi sono presenti come mai accaduto in precedenza nella produzione dei Radiohead, dove l’elettronica c’è ma rimane in equilibrio con le chitarre pulite e/o acustiche e dove la sezione ritmica basso/batteria rimane sempre essenziale e mai barocca. Su tutto questo la voce di Thom Yorke, che pare aver dimenticato cosa sia la rabbia di Hail To The Thief ma anche la serenità di Amok. Un disco composto per lo più da canzoni già conosciute: Burn The Witch è dei primi Duemila, brani come Identikit, Ful Stop True Love Waits (quest’ultima addirittura già pubblicata nell’EP live I Might Be Wrong) erano già stati suonati dalla band nei tour passati; stessa sorte di Present TenseThe NumberDesert Island Disk presentati dal solo Yorke. Non è una novità, già in altre occasioni brani finiti nella tracklist definitiva di un album erano noti prima ancora della loro pubblicazione su disco: un esempio su tutti Nude, nato quasi dieci anni prima di essere fissato in In Rainbows. Gli undici brani dell’atteso nuovo disco dei Radiohead sono inoltre presentati in un inquietante e rigoroso ordine alfabetico. Ultimo tassello: l’immancabile presenza di Stanley Donwood come grafico e del produttore Nigel Godrich, il quale ha definito la lavorazione del disco “intensa” a causa della morte del padre durante le sessioni di registrazione.

L’apertura di A Moon Shaped Pool è affidata al brano più “pop” del disco: Burn The Witch fa capire sin da subito che gli archi diretti da Greenwood sono una parte fondamentale dell’album, con un pizzicato iniziale che si risolve in un ritmo sincopato nei ritornelli e in arabeschi durante la seconda strofa che ricordano molto da vicino quanto fatto dal chitarrista dei Radiohead nei lavori per il cinema (Il PetroliereNorwegian WoodThe Master su tutti) e in JununDaydreaming è una ballata al pianoforte che rimane sospesa a metà tra Go Slowly Last Flower To The Hospital, con un cantato sommesso e un’elettronica defilata in cui però irrompono nel finale archi inquietanti che poi si ritirano per lasciare spazio alla voce di Yorke. Una voce che sotto l’effetto del pitch e del reverse, pronuncia la frase «Half of my life», uno dei tanti riferimenti presenti nel disco alla separazione amichevole del quarantasettenne Thom da Rachel Owen, sua compagna per ventitré anni. Decks Dark riporta a galla una delle influenze storiche più importanti per la band britannica: il catalogo Warp. Sample, reverse, frammenti di tastiere incrociati e supportati qui da un pianoforte principale che detta il tempo e dagli immancabili archi filmici a far da contorno.

Chiarissimi echi di Boards Of Canada e Autechre sono presenti in Ful Stop, con un synth bass in primo piano e una struttura che ricorda molto da vicino These Are My Twisted Words, una struttura fatta di ritmiche stratificate, sample vocali e riff di chitarra ad intreccio su bpm elevati. Quando sembra che le punte di diamante dell’etichetta elettronica di Sheffield siano la matrice peculiare di A Moon Shaped Pool, ecco arrivare Desert Island Disk, con un giro di accordi su chitarra acustica che si apre poi con l’ingresso di orchestrazioni e batteria frammentaria di chiara matrice jazz. E poi ancora Aphex Twin nell’intro di Glass Eyes, il brano che più di tutti fa tornare in mente il Greenwood compositore che dirige nuovamente la London Contemporary Orchestra e mette in pratica al meglio la lezione imparata dalla collaborazione con Krzysztof PendereckiIdentikit è una canzone dub in cui a metà irrompe un synth massiccio e nel finale una chitarra new-wave incisiva; in The Numbers fa capolino l’altra grande passione della band, ovvero il jazz, qui però appena accennato negli innesti di pianoforte di un brano che ha la ritmica di Optimistic e un sapore anni Sessanta/Settanta quasi prog in alcuni punti, molto Stairway To Heaven per tutto il resto. Completano il pezzo un giro di basso che ricorda il riff di Come Together e un crescendo orchestrale di notevole gusto e intensità. Present Tense diventa una bossa nella sua versione in studio, dove un riff a metà tra le dissonanze di Faust Arp e la melanconia di Knives Out viene sorretto da una delle migliori linee vocali dell’intero album e da un gusto orchestrale retrò che farebbe pensare ad un Bacharach più oscuro. Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief (il cui titolo pesca nell’immaginario di filastrocche e favole britanniche, cosa non nuova per Yorke e compagni) parte come brano elettronico per poi incrociare l’orchestra in un crescendo che ricorda You And Whose Army The Daily Mail. Chiude le danze quella True Love Waits già stra-conosciuta dai più, che qui gode di un trattamento minimo rispetto alla versione primordiale: incastri di elettronica accennati e un lavoro minuzioso di sample.

Pregi e difetti di A Moon Shaped Pool risiedono nella natura stessa dei Radiohead. Sicuramente, col nono disco di studio, la band di Oxford ha riportato la sua produzione una spanna sopra rispetto agli ultimi tre dischi pubblicati, e sicuramente siamo di fronte ad una retrospettiva sulla carriera che lascerebbe presagire quasi una chiusura del cerchio: testimonianza ne sono i frammenti di vari master tape che saranno disponibili nella versione deluxe del disco, con estratti di registrazioni da Kid A in poi. A Moon Shaped Pool non è un disco corale, è chiarissima l’impronta di uno Yorke che spinge per l’elettronica minimale della sua carriera solista e la traiettoria di Greenwood verso le orchestrazioni e un’elettronica più calibrata. C’è poca traccia di un Phil Selway che rimane sempre defilato pur maneggiando con esperienza gli accenni minimali di jazz, così come di un Colin Greenwood che sa benissimo come e quando far entrare i suoi riff di basso ma non sembra essere catartico come in In Rainbows (vedi House Of Card Nude) o in Kid A (How To Disappear Completely). Nonostante questo, il nono disco dei Radiohead dimostra che la band di Oxford può vantare una produzione sempre sopra la media. Si può discutere della scelta artistica intrapresa per un particolare album, della gestione economica del loro impero, delle dichiarazioni di Yorke contro Youtube e Spotify (appunto, di Yorke, e non dei Radiohead), ma non si può mettere in dubbio la qualità di un gruppo che non ha mai optato per le soluzioni semplici: l’ultimo disco degli oxoniensi si allontana dal patto che i cinque avevano fatto con l’immediatezza dell’asse che partiva da 2+2=5, attraversava 15 Step e arrivava fino a Lotus Flower. I Radiohead del 2016 sono un gruppo che sa bene da dove viene, ma forse non così bene dove vuole andare: una costellazione di talenti che tra progetti paralleli e iniziative varie, quando ritornano alla casa madre ritrovano un senso comune che li identifica, con equilibri che vengono stravolti di volta in volta, personalità che vengono rimesse in discussione ad ogni nuova sessione di registrazione. Non siamo di fronte a un capolavoro, non nel senso che il tempo ha dato a Ok ComputerKid A e Amnesiac, ma siamo davanti a un disco per certi versi ambizioso.

A Moon Shaped Pool è con molta probabilità il disco più sinistro dei Radiohead, in alcuni punti sembra di sentire lo stesso freddo di Blackstar di David Bowie. È un disco ossessionato dalla luce e dall’ombra, in cui le finestre sono oggetto importante perché mettono in comunicazione stanze vuote e luce piena di significati, in una costante riflessione sull’esistenza, sulla fragilità dei rapporti e sul collasso politico, sociale e culturale a cui andiamo incontro, qui ancora più crepuscolare rispetto a Hail To The Thief, più sommesso, e per questo più agghiacciante. È un album che sembra fragile, complesso, a tratti dispersivo e quasi conclusivo come il White Album dei Beatles. Il bianco appunto, la presenza di una luce che «basta un soffio ad annientare, una scintilla a riaccendere».

11 maggio 2016
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