In attesa del film-concerto presentato a Venezia 76, Roger Waters: Us + Them, che approderà nelle sale internazionali e anche italiane tra il 7 e il 9 ottobre, l’ex Pink Floyd ha concesso un’intervista a Rolling Stone in cui ha affrontato vari argomenti. Su tutti, la stessa pellicola in arrivo nei cinema (di cui su SA trovate la recensione scritta da Davide Cantire, che lo ha visto in anteprima alla sopracitata Mostra del Cinema), ma anche il suo tour concluso a dicembre dell’anno scorso, l’Us + Them appunto, e i suoi progetti a breve termine. Tra questi c’è il suo prossimo spettacolo live, che porterà in giro per Stati Uniti e Canada (ma forse anche in Messico) l’anno venturo e che si chiamerà This Is Not A Drill. Waters. Poi, ha anche criticato gli U2, rei – a suo dire – di averlo copiato per buona parte della loro carriera.
Sul film, il cantautore ha spiegato: «Sono felice che abbia un messaggio umano e politico». Durante la fase di montaggio era preoccupato che fosse troppo lungo, così ha deciso di tagliare il bis, Comfortably Numb, perché gli sembrava «un corpo estraneo attaccato al finale», e di concentrarsi sulla storia della donna al centro dei visual di The Last Refugee, canzone presente sul suo ultimo album Is This the Life We Really Want?. «Penso che il film ne tragga beneficio», ha spiegato. Quando ha visto per la prima il girato del concerto, però, è rimasto sconvolto dalle emozioni sui volti dei fan inquadrati in primo piano. «Sono orgoglioso di loro. Sono orgoglioso di chiunque riesca a commuoversi di fronte all’idea che è giusto combattere perché gli esseri umani possano agire collettivamente e migliorare la propria vita».
Il film, come si è detto per lo show, è molto politico e ci sono parecchie immagini di Trump. L’artista l’ha spiegato così: «Penso che sia importante far vedere Trump, è un uomo chiaramente infantile e sono sicuro che ha un cazzo minuscolo. Comunque, è stupido sprecare fiato parlando di lui. Il problema è che ora è impegnato a cospirare per distruggere gli Stati Uniti pezzo dopo pezzo». Parlando invece dell’Us + Them Tour, e in risposta alla domanda se pensasse che il suo messaggio fosse arrivato al pubblico nella forma che aveva immaginato, il cantautore ha affermato: «Beh, sì. È chiaro guardando il film. C’è una donna che canta la seconda strofa di Déjà Vu – non ricordo quale verso – e a un certo punto una lacrima le scende lungo la guancia. Ho pensato: “Wow. Devo aver fatto qualcosa di giusto se questi ragazzi così giovani reagiscono alla musica scritta da un 74enne”. È commovente. Qualcosa di buono l’avrò fatto».
Us + Them è stato un live set mastodontico, con una produzione da kolossal, ciononostante Waters esclude di volersi cimentare, in futuro, con uno spettacolo più piccolo e intimo: «Perché dovrei? Continuerò a fare quello che ho sempre fatto. Il mio lavoro è pensare: “Beh, come posso rendere il rock interessante per il cinema, per un’esperienza visiva o chissà che altro?”. Questo è quello che ho fatto per gli ultimi 50 anni, esprimere me stesso. E continuerò a farlo. Non riesco a pensare a niente di meno interessante di suonare Set the Controls in un pub». Ed è qui che arriva la critica agli U2: «Ricordo che all’epoca, nel 1979, Bono ci criticò. Gli U2 erano una piccola band, e diceva (imita l’accento irlandese, ndSA): “Oh, non sopportiamo tutte quelle esagerazioni teatrali dei Pink Floyd. Noi suoniamo solo la nostra musica, ci bastano le canzoni e bla bla bla”. Davvero? Poi per il resto della loro carriera non hanno fatto altro che copiare quel che facevo io e ancora lo fanno. Gli auguro buona fortuna, certo, ma che stronzata».
Infine, Waters ha parlato del suo prossimo progetto: «Il piano è fare 30 o 40 concerti negli Stati Uniti durante l’anno delle elezioni presidenziali, e forse qualche data a Città del Messico. Tutte le volte che passiamo in America voglio andare in Messico, perché lì il pubblico è fantastico. Amo la gente. Faremo il Canada, gli Stati Uniti e forse tre concerti in Messico. E basta. Non posso andare in giro per il mondo, non voglio. E non suonerò più all’aperto, così devo organizzare solo un tipo di spettacolo. Sarà qualcosa di nuovo, senza esclusione di colpi». Sarà diverso da Us + Them? «Sarà ancora più politico, Us + Them era sia politico che umano. Qualche ora fa, io e gli altri stavamo studiando la scaletta, ascoltavamo le canzoni da suonare. Ci siamo chiesti: come dovremmo chiamare questo tour? Non dovrei dirlo già adesso, ma non me ne frega un cazzo perché probabilmente cambierà tutto… ma immagina l’elicottero che arriva prima di Happiest Days e Brick 2 – quel suono lo conosciamo tutti – e immagina un megafono. Qualcuno l’ha già usato, lo so, ma si chiamerà: This Is Not a Drill. Penso sia un buon titolo per uno show. Questa non è un’esercitazione. La classe dirigente ci sta uccidendo».
Su queste pagine trovate lo streaming del recente discorso e della performance che il musicista britannico ha tenuto in supporto alla manifestazione per la causa di Julian Assange. E sempre su SA trovate la recensione del summenzionato Is This The Life We Really Want?, oltre ad alcune review della discografia dei Pink Floyd, compresa quella relativa all’ultimo album The Endless River nonché quella dell’indispensabile cofanetto The Early Years 1967-1972. Recente è anche la nostra recensione della prima autobiografia della band ad opera di Nick Mason e l’annuncio della raccolta The Later Years. Lo scorso aprile Mason e Waters si sono riuniti su un palco di New York e insieme hanno intonato la celebre Set the Controls for the Heart of the Sun, estratta dall’album del 1968 A Saucerful of Secrets.
