Recensioni

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Tempo permettendo, Helsinki in agosto è una città splendida: pulitissima, organizzata, amichevole. C’è il mare, Kauppatori, il Kiasma, la Temppeliaukion Kirkko, il design. E in più c’è il Flow. Probabilmente per tanti helsinkyesi il loro Festival, così apprezzato e ben recensito internazionalmente, rappresenta motivo di orgoglio al pari di Alvar Aalto e Sibelius, ed è uno dei traguardi che portano a sopportare e superare il lungo periodo invernale. Le triple spazzole per pulire gli scarponi dalla neve, presenti sull’uscio di tante case, sono comunque lì a ricordare che il clima finlandese non scherza, neanche ad agosto. Il tempo burlone è riuscito in un attimo a sconvolgere la scaletta del secondo dei tre giorni della kermesse: una tempesta improvvisa nel pomeriggio di sabato 12 agosto ha costretto alla sospensione di gran parte degli show per motivi di sicurezza. Alla fine pochi sono stati i concerti annullati, ma tra questi proprio quelli dei Front 242 e di Sampha, tra i top 5 della mia scaletta (organizzata in fretta il giorno prima di partire: Alitalia ha giocato con i miei voli per due mesi, e fino all’ultimo il viaggio è stato clamorosamente in forse).

Prima e dopo il diluvio (gestito comunque al meglio dall’organizzazione, tenuto conto della sua portata apocalittica) tempo bello e fresco, ideale per godere delle nove aree per gli show, la quarantina di stand gastronomici (l’etnico va alla grande), gli spazi per il relax (tra cui un cinema bar e uno skateboard park adibito a meeting point), le installazioni artistiche che impreziosiscono il già gradevolissimo allestimento dell’area industriale di Suvilahti, e delle good vibrations date da uno dei pubblici più vari (con lo spettro dei colori coperto interamente, dai goth alle nu-hippies ghirlandate), sereni e sorridenti mai visti per un festival cittadino (“Sì, ma le bionde? I biondi?” A profusione, ça va sans dire, ma non solo). La politica del deposit refund e il civismo degli scandinavi che (seppur in grado di bere impegnative quantità di alcolici) rimangono capaci di formare senza fiatare code di trenta metri per un ramen, contribuiscono alla piacevole vivibilità dell’ambiente.

La brutta vicenda – ancora dai contorni poco chiari – capitata alla DJ russa Inga Mauer ha evidenziato l’unica pecca di questa edizione (di cui onestamente mi sono accorto solo leggendo online, al ritorno): l’eccesso di zelo della security, segnalato in qualche commento post evento, e motivo di profonde scuse e assunzione di responsabilità da parte dell’organizzazione, che sicuramente metterà le cose a posto in vista del prossimo anno. I rischi del mestiere nella gestione di una situazione da 25.000 presenze al giorno per tre giorni.

Il Flow Festival visto dall’alto. (C) Koptercam – Petri Anttila

Il programma del Flow rispecchia la varietà del pubblico: dal pop all’industrial, dal jazz alla techno, dalla musica barocca alle performance queer zairesi. Ce n’è per tutti i gusti: il quadrante della musica è tutto occupato, con tanto spazio lasciato ad artisti finlandesi e ottimi nomi internazionali ad impreziosire la lineup. Allora, Pogliani, come è andata?

Venerdì 11

Il mio Flow Festival comincia dopo le 20.00 (dopo quasi 15 ore di viaggio), correndo ad omaggiare uno dei componenti della Trinità Techno: Juan Atkins e il suo progetto Model 500, storica sintesi robofunk tra blackness detroitiana e rigore kraftwerkiano, nella buia e vibrante Voimala (“centrale elettrica”), club venue dedicata alle proposte elettroniche più intransigenti. Ottima partenza, ma non c’è tempo per tirare il fiato: attraversiamo il Main Stage (sta suonando Young Thug: non basta un’occhiata per cogliere il succo della sua proposta furba e ammiccante, peccato non avere il tempo per approfondire – fortuna che c’è Roncoroni!) per conquistare una posizione sonicamente di pregio nella Red Arena (uno dei due tendoni del Festival, entrambi dall’ottima acustica): alle 21.15 parte puntuale lo show clou nel mio personalissimo cartellino. Aphex Twin l’avevo visto live al Sonar nel 2011, era tempo di tornare alla carica. Per una cronaca puntuale dello show, il sesto e ultimo appuntamento del tour 2017 di Richard D. James, rimandiamo alla fine di questo report: per il momento qui basti dire che l’esperienza è valsa ampiamente la pena di essersi sobbarcati i 1.800 chilometri di distanza da casa in linea d’aria. Un’ora e mezza goduriosamente a spasso tra quattro decadi di elettronica, dall’IDM più ambient al noise più estremo.

Aphex Twin (c) Konstantin Kondrukhov

Terminato il set di Aphex, ecco profilarsi i primi dubbi da mancata dotazione di ubiquità. Al Main Stage ci sarebbe Lana Del Rey (con tanto di fan innamorato folle che la abbraccia sul palco), al Resident Advisor Front Yard (bel dancefloor all’aperto) ci sarebbe Maceo Plex (tutto il suo DJ set è ora disponibile in rete: per esempio qui e qui): io scelgo di tornare al Voimala per spararmi la techno sapiente ed avvolgente di Luke Slater, aka Planetary Assault System, e fare filotto di veterani elettronici (Atkins classe 1962, RDJ 1971, Slater 1968). Scelta azzeccata, ma fisicamente sfiancante: le riserve di energia si esauriscono e lascio a metà Phase Fatale (ovvero Hayden Payne, giovane newyorkese trapiantato a Berlino, già apprezzato da Regis e Silent Servant e da tenere d’occhio – il suo album di debutto uscirà ad ottobre per la Hospital) per ritirarmi nella mia stanza (occhio, futuri Flowiani: dormire a Helsinki non costa poco, anche via Airbnb). Altre cose buone dal mondo perse oggi? Roy Ayers, Lorenzo Senni, Car Seat Headrest, per dire. Amen.

Sabato 12

Si comincia in relax con Julie Byrne nello splendido Bright Balloon 360° Stage. La cantautrice americana conquista con la dolcezza del suo fingerpicking e con tanti timidi sorrisi i primi arrivati di oggi, che si godono il sole quando ancora la tempesta è lontana. Un salto a sentire la giapponese Powder al Front Yard prima di intervistare Patrick Codenys dei mitici Front 242 (il resoconto a breve su questi schermi), e alle 18.00 alla Red Arena, introdotti da una bizzarra selezione di pop italiano anni Settanta (Le Piccole Ore, per esempio), ecco gli Sparks. Gli irriducibili fratelli Mael (Russell, 68 anni, sempre in gran forma e l’imperturbabile Ron, che compie 72 anni proprio oggi. Auguri fratellone!), sono accompagnati da un baldanzoso quintetto, tutti in completo da marinaretto a righe orizzontali; in scaletta i brani storici (Propaganda, This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, Amateur Hour…), i nuovi (Hippopotamus, Missionary Position, What the Hell Is It This Time? dal prossimo album in uscita l’8 settembre) e i medi (anni Novanta e Zero: When Do I Get to Sing “My Way”, My Baby’s Taking Me HomeGood Morning…  per un’oretta di spettacolo divertente e spensierato prima del diluvio che sconvolgerà il programma della giornata.

Sparks (c) Konstantin Kondrukhov

Ci rifugiamo nella Press Area e attendiamo che la furia si plachi. Intorno alle 20.30 il Flow comincia a riprendere forma (non aver potuto vedere all’opera i Front 242 rimarrà il mio cruccio festivaliero). Continua a piovere, e ovviamente ho dimenticato l’impermeabile: invece di Goldfrapp all’aperto opto per Nina Kraviz al chiuso, e faccio bene, potendo testimoniare direttamente i continui progressi della siberiana nel maneggiare ambiti techno sempre più affilati ed efficaci. Un’occhiata agli XX nel Main Stage, e la stanchezza prende il sopravvento, con il festival back pain aggravato dalla pioggia. Rinuncio a prendere posizione nella sfida a distanza tra l’EDM pop e furbetta di Flume, la techno speziata di Shed  e il rapcore incendiario dei Death Grips e passo e chiudo.

Domenica 13

Pronti? Via! Primo pomeriggio finlandese: si parte con la performer Ona Kamu (velleitaria e non memorabile) al Bright Balloon, si prosegue con il rap glocal (basi e atteggiamenti global, rime local) di Kube e dei Ceebrolistics nei due tendoni (aspettative – non alte – soddisfatte). Nel frattempo fino alle 18.00 il festival è aperto alle famiglie, con un programma specificatamente pensato per i bambini. Alle 17.30 suona Princess Nokia: c’è tanta gente per lo show della rapper newyorkese, che in poco tempo è passata dal sottobosco soundcloudiano per posizionarsi in zona pre-stardom. Tra proclami da smart girl, twerking e pose camp, a suo agio anche nello freestyle, Destiny Frasqueri ha il physique du rôle e l’attitudine giusta, tra Azealia Banks e Lady Gaga, per sfondare: basta attendere l’onda/hit giusta.

Princess Nokia (c) Konstantin Kondrukhov

Intanto, guarda un po’, comincia a piovere (c’era il sole un’ora prima). Di nuovo al Voimala per SØS Gunver Ryberg: la danese aveva già suonato un set ambient ieri nel Backyard (la zona relax new age), mentre oggi mostra il suo coté industrial-kerridgiano sparando telluriche subsubsubfrequenze da ascoltare con il corpo. Chi scrive era a un metro dalla console, affrontando frontalmente a viso aperto i tuoni e le scariche elettriche: con Aphex, il Twin Peak del mio Flow.

SØS Gunver Ryberg – (c) Photopogliani

Intanto, guarda un po’, ha spesso di piovere. Mi riposo all’ombra degli alberi ascoltando la parte conclusiva del DJ set di Sadar Bahar, da Chicago con afrore funky, che passa le cuffie a Marie Davidson, metà degli Essaie Pas, qui in libera uscita a proporre il suo appuntito electroclash (anche lei poi sarà coinvolta suo malgrado nella vicenda Inga Mauer). La mia scaletta prevede alle 20.30 Vince Staples, the next big fish dell’hip hop kanyeanamente ibrido e sgusciante: prova convincente, standing impattante, la gente poga civilmente (ossimoro finlandese). Una boccata d’aria di techno pulita con il finlandese Aleksi Perälä, solo 15 minuti di massaggio cerebrale prima di approcciare lo show principale del Festival: Frank Ocean. Tanto pubblico: l’attesa è forte, confermata già nel primo pomeriggio dalle code oceaniche dei fan per farsi oceanizzare la t-shirt nella stazione mobile di stampaggio ad hoc. Io non nascondo i dubbi preliminari: tenuto del basso numero di battiti al secondo previsti e il mood tendente alla melancholia dell’artista da Long Beach, pavento tendenze soporifere, e invece… Ottimo spettacolo! Il palco è tutto occupato dal maxischermo, fondamentale nell’economia dello show. Al centro dell’area una piattaforma circolare, collegata al palco da una passerella che per qualche pezzo ospita un’orchestra di 30 elementi (tra i quali è seduto anche il super trendy Rex Orange County). Frank fa la spola da un lato all’altro, inseguito da tre cameramen che fanno parte della coreografia. Suono quadrifonico, voce in forma, ottime versioni da Blonde, Endless e Channel ORANGE, più le recenti Chanel, Lens, Biking. Momento top: nella versione orchestrale in medley con Never Can Say Goodbye dei Jackson 5, l’omaggio a Stevie Wonder di Close To You diventa qui più evidente ed emozionante. Si chiude trionfalmente con una versione karaoke di Nikes. Con l’energia rimasta dopo tre giorni di Festival, il quarantanovenne reporter tocca Mr. Fingers aka Larry Heard nella Black Tent (“old school!”) e i Moderat nella Red Arena e fugge, stanco ma contento, nella notte helsinkiana.

Bonus track(list). Il set di Aphex Twin

Dopo qualche manipolata analogica introduttiva, si parte con il remix che AFX aveva presentato in incognito nel 2004 in un contest organizzato dall’amico Luke Vibert (e ora ufficializzato nel nuovo store online), rimaneggiato live. Si prosegue di nu dub techno (Lanark Artefax); nel flusso si incastona un Blake Baxter annata 1987 (When We Used To Play) e con il supporto del remix di Lena Willikens (presente al Flow!) di Ogoya Nengo And The Dodo Women’s Group comincia un trip di tribal acid break’n’beat techno passando per Halibut Acid di analordiana memoria, Psychick Warriors Ov Gaia e The Gonzo dei Lost (Nineties rule!). Bring di Randomer artista spesso e volentieri suonato da Aphex) e 27 Northwest del nostro Dario Zenker preannunciano una spruzzata di house techno imbastardita (Anthony Shakir vs. Automation). La storica Wet Tip Hen Ax da I Care Because You Do viene rimodellata a colpi di fresatrice per farla incastrare con la succosa dub-trap-grime-bass di G Jones; dopo Swurlk di EOD, più aphexiana di Aphex, si riprende a battere cassa con Randomer (again and again) e Zuli. Con end E2, bellissima bonus track di Syro, noi si prende fiato e Richard applausi. Con Meadow di Monolith comincia la parte dello show più apprezzata dal pubblico, che ride di gusto di fronte ai ritratti distortamente caricaturizzati di vari personaggi pubblici finlandesi ventuplicati negli schermi di varie dimensioni (il video live show, comprendente l’ormai leggendario interactive face mapping, è come al solito a cura del designer Weirdcore; è lui il misterioso personaggio che sbuca dietro la console alla sinistra di RDJ?). Facendosi strada a colpi di ascia, e utilizzando alla bisogna la sorprendente prep murder 8 di Xoop (Italy, dice Bandcamp), Aphex entra definitivamente nella fabbrica di cioccolato di willy wanker, con cazzeggi breaknoise e glitchcore fuori di melone. Come si traduce mindblowing? Al sabba drill’n’bass non può mancare Squarepusher, con Sarcacid Part 2; sotto la fresa dell’amen break impazzito, preso di peso da 100 Tons of Bass (Scoobies 110% Mix) di J & J passa anche un pezzo da Selected Ambient Works Volume 2. Dai Novanta agli Zero in un amen: Strength di Bizzy B viene maciullata e sminuzzata in un tripudio di rumore multicolor, per un finale ipercineticamente psichedelico, una Summer of Love apocalitticamente hendrixmerzbowiana. Trionfo.

(come ho fatto a segnarmi tutto in diretta? Non l’ho fatto! Quando si parla di Aphex Twin, online si trova tanto, se non tutto, se non troppo. Per dire: qui – per il momento – c’è la tentative tracklist e il link ad una più che decente registrazione bootleg dello show…)

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