Recensioni

6.3

In carriera i Foo Fighters hanno portato ventitré (23!) canzoni nella top10 della classifica Alternative/Modern Rock americana. Davanti a loro solamente i Red Hot Chili Peppers (venticinque canzoni). Insieme a loro U2 e, a seguire, Green Day e Pearl Jam. Questo giusto per inquadrare la portata di una band che da oltre vent’anni prova a tenere acceso il fuoco del rock tra le maglie del pubblico più generalista. Rispetto alle band appena citate, i Foo Fighters porteranno sempre addosso il pesante fardello di non aver mai realizzato un disco realmente importante (The Colour and the Shape rimane il loro apice, ma non è un must assoluto) e più in generale di non avere mai mosso nulla a livello culturale. Non lo hanno fatto in passato e non lo faranno certamente in futuro. Grande dignità, questo sì, perché anche negli episodi minori (la trilogia anni Zero, singoli brani a parte, è tutt’altro che memorabile) Dave Grohl e soci sono sempre andati avanti per la propria strada rifiutando di adagiarsi su mode momentanee o di cercare spasmodicamente il motivetto radiofonico. Viene da pensare che lo status della band (sia a livello di fidelizzazione dei fan che dal punto di vista delle amicizie/collaborazioni importanti) derivi in parte proprio da questa onestà intellettuale che, nonostante tutto, traspare in ogni movimento discografico targato FF.

Addentrandoci maggiormente in considerazioni stilistiche, per chi scrive i Foo Fighters migliori sono sempre stati quelli più dinamici, quelli più vicini ai stilemi del punk(pop) che a quelli dell’hard rock, quelli più ironici e in generale quelli fieramente figli della lezione Hüsker Dü. Per questo motivo un – ottimo – disco come Wasting Light aveva ri-galvanizzato lo stantio interesse verso la band di Everlong. Interesse poi nuovamente ridimensionato dallo sbiadito Sonic Highways (a conti fatti, un progetto riuscito solamente sul frangente televisivo) e dal successivo EP Saint Cecilia. Prodotto da Greg Kurstin dei The Bird and the Bee, uno abituato a lavorare soprattutto con le dive pop (All Saints, Pink, Lily Allen, Kylie Minogue, Sia, Kelly Clarkson e Adele in curriculum), il nono album Concrete and Gold esce in seguito ad una – breve – fase depressiva di Grohl («I didn’t want to pick up a guitar. I wasn’t feeling creative, or prolific, or inspired»). Un lavoro piuttosto compatto e privo di grossi scossoni, in cui la vera (non)notizia la fa una lista di guest star mai come in questa occasione eterogenea: mister Paul McCartney, Justin Timberlake, Alison Mosshart dei Kills e Shawn Stockman dei Boyz II Men.

Non si vive di soli nomi altisonanti o sorprendenti in quanto fuori contesto (per ripescare i Boyz II Men ci vuole un certo coraggio…) e, superata questa prima fase di stupore, non rimane altro da fare che constatare – con un briciolo d’amarezza – di essere di fronte all’ennesimo album “alla Foo Fighters della seconda fase”: divertiti (ma un po’ meno divertenti) animali da studio sommersi da strumentazioni da migliaia di dollari. I punti di riferimento sono sempre quelli del rock classico riff-centrico, quello delle band di base, quelle che si iniziano a conoscere a tredici anni e che – con un po’ di fortuna – vengono abbandonate non appena viene sviluppato un gusto personale. Fatta questa premessa, i fan della band (e più in generale chi si ostina a seguire un credo rock fondato su stereotipi ormai imbolsiti e decisamente anacronistici) non avranno di che lamentarsi per un album innocuo e superfluo q.b. ma comunque ben assestato, suonato con perizia, studiato e a tratti anche più ispirato del previsto. Si cercano i riffoni? Ci pensa Make It Right (tra RATM e Led Zeppelin). Si cerca una summa stilistica del Foo Fighters sound? Ci pensa una Run in cui convergono il Grohl melodico e quello aggro-growl. Si cercano le soluzioni più epicamente tamarre? Ci pensa The Sky Is a Neighborhood. Si cercano le scorribande hard&heavy un po’ fini a se stesse? Ci pensa La Dee Daa. Se sperate poi in una componente vagamente psichedelica all’interno della formula – storicamente poco propensa alle dilatazioni lisergiche – dei FF, Concrete and Gold è probabilmente l’album che fa per voi: nella graziosa Happy Ever After (Zero Hour) emergono forti influenze del periodo psych dei Beatles, Dirty Water è una rilassante on the road track supportata dai coretti sixties di Inara George (l’altra metà dei The Bird and the Bee), mentre la conclusiva title track inizia addirittura come un pezzo doom privato della componente heavy, per poi esplodere in un ritornello che abbraccia tutta l’epicità dei Pink Floyd. Non mancano poi brani obiettivamente evitabili come The Line e Sunday Rain, la traccia con Paul McCartney alla batteria e Taylor Hawkins alla voce.

Difficile aspettarsi tanto altro e tanto di più dai Foo Fighters del 2017 che, nonostante tutto, più per demerito altrui (Muse, Linkin Park, RHCP, Coldplay, U2 ecc..) che per veri e propri meriti, continuano ad essere la rock band di riferimento per il rock/pop iper-mainstream.

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