Live Report

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L’edizione 2014 del Radar Festival inizia con uno degli eventi musicali più attesi dell’anno: la prima e – per il momento – unica data sul suolo italiano degli Slowdive. Grazie ad un culto cresciuto di anno in anno, la band inglese in questo reunion-tour sta finalmente raccogliendo tutti i frutti di una – discograficamente – breve carriera di altissimo livello e di fondamentale importanza per tutta una generazione di musicisti cresciuti sul revival e sulla giusta riscoperta del suono inconfondibile di Neil Halstead e soci.

Chi meglio degli attuali migliori esponenti della scena pesarese (Be Forest, Brothers in Law e Soviet Soviet) avrebbe potuto aprire per gli Slowdive in Italia? Probabilmente nessuno. Grande merito quindi all’organizzazione per aver dato la possibilità ai musicisti italiani di coronare il sogno di sempre e per essere riuscita a confezionare una serata già sulla carta destinata agli annali della musica indipendente del Bel Paese.

Ad accogliere un pubblico numeroso è l’area adiacente allo stadio Euganeo di Padova, spazio storicamente legato allo Sherwood Festival dal quale eredita una certa atmosfera a cavallo tra festa dell’Unità e concertone del 1° Maggio. Due palchi (quasi) a debita distanza: il main stage e il second stage. Su quest’ultimo i Brothers in Law attaccano gli strumenti con il sole – e l’annessa canicola che accompagnerà comunque tutta la serata – ancora stampato sull’orizzonte. Andrea, Giacomo (che recentemente ha lanciato la propria carriera solista a nome Jack Eden) e Nicola rispondono con un set intenso ed un “tiro” non indifferente, reso possibile dall’ingresso nella band del bassista Lorenzo Musto, capace di donare maggiore dinamicità ad una formazione che abbiamo visto crescere e migliorare di concerto in concerto. Una grande, ennesima, conferma conclusasi con la presentazione di un nuovo brano ancora senza titolo caratterizzato da un riffone AOR. Nicola è chiamato cinque minuti dopo sul main stage per regalare i suoi feedback alla causa Be Forest. La band guidata da Costanza Delle Rose si presenta senza la new entry dello scorso anno Lorenzo Badioli, dimostrando comunque di potersela cavare più che bene anche su un palco di grandi dimensioni. Quando in repertorio hai ottimi brani come quelli contenuti negli album Cold. e Earthbeat ovviamente tutto diventa più facile, anche suonare sullo stesso palco degli Slowdive.

Poco più tardi sul second stage è il turno dei Soviet Soviet. Anch’essi massimi frequentatori dei palchi italiani (e non solo, vedi il mini tour in Russia con gli A Place to Bury Strangers) e possessori di una spiccata attitudine internazionale, i pesaresi, freschi della pubblicazione di Fate, macinano un post punk tiratissimo letteralmente trainato dall’esuberante estro di Andrea Giometti. A tratti incontenibile (e anche per questo gli perdoniamo rare imprecisioni) il cantante-bassista non risparmia una goccia di sudore mentre gli Alessandri (Costatini alla chitarra e Ferri alla batteria) imbastiscono un background ricco di tensione.

Gli Slowdive salgono sul main stage sulle ultime note dei Soviet Soviet sprigionando in pochi secondi quell’aura di maestoso carisma addolcito dalla figura e dalla voce di Rachel Goswell. “Non pensavo che le persone potessero essere così interessate ad una nostra reunion” ammette Rachel durante la nostra recente intervista e difatti davanti alla band inglese si presenta una vasta platea formata anche da ragazzi che ai tempi di Just for a Day o Souvlaki dovevano ancora nascere. Ammirati da Federico Pevere al NOS Primavera Sound a Oporto (“E’ un live curato nei minimi particolari“) e da Nino Ciglio al Primavera Sound 2014 di Barcellona tra brividi e lacrime, il gruppo inglese, nonostante i lunghi anni di pausa,  sa benissimo come rendere felici i fan che per la prima volta hanno l’opportunità di poter godere delle sventagliate di riverberi e dei paesaggi etereo-cosmici dipinti da Neil Halstead e compagni. Essendo appunto tra i fan – lo ammettiamo – maniacali ancora Slowdive-vergini (al Primavera la scelta era ricaduta su FKA Twigs, consci del fatto che avremmo visto il gruppo di Halstead a breve) le aspettative erano enormi, forse anche eccessive. Il più grande dilemma in situazioni come queste – fu uguale lo scorso anno per il ritorno dei My Bloody Valentine – è che si tende ad idealizzare lo show come un’esperienza necessariamente trascendentale e life-changing. Una volta nel vivo ma con i piedi saldamente a terra, ci si rende invece conto di non essere davanti a divinità sovrannaturali ma – solamente? – a grandi musicisti che hanno scritto grandi canzoni e alcune importanti pagine di storia della musica.

Con un set non troppo dissimile da quelli presentati nelle ultime settimane, gli Slowdive incantano proponendo praticamente tutti i grandi classici del loro repertorio: Catch the Breeze, Machine Gun, Souvlaki Space Station, When the Sun Hits e Alison sono momenti di grande raccolta corale per un pubblico che non perde mai l’occasione di osannare in tutti i modi possibili (rosa sul palco compresa) una Rachel che spesso sembra persa nei suoi pensieri tradendo in realtà grande concentrazione e probabilmente qualche piccolo problema di voce. Amabile e sempre pronta a mostrare felice stupore per il tanto affetto dimostrato, la Goswell si alterna tra chitarra e tamburello con eleganza e con i lineamenti di un tempo che ogni tanto tornano a spuntare sul suo viso, rendendo il tuffo nel passato ancora più vivido.

A contorno, Neil spennella le sue trame effettate e va perfettamente a braccetto – nonostante il suo microfono abbia volumi forse leggermente alti – con Rachel sulle melodie a due voci, mentre Christian Savill si rivela un grande “gregario di lusso” di rara esperienza, pulito, meticoloso e, quando serve, assolutamente esplosivo. Ma la grande differenza – uno dei valori aggiunti della band di Reading – l’ha fatta una sezione ritmica possente caratterizzata dai bassi profondissimi e lineari di Nick Chaplin sostenuti dalla grancassa dell’ottimo Simon Scott. Più che un gruppo shoegaze gli Slowdive sul palco paiono un incrocio tra l’universo dream pop più celestiale e le soluzioni del post-rock più epico. Pelle d’oca prolungata e momenti al limite della commozione sul finale affidato alla toccante cover di Golden Hair di Syd Barrett (con testo tratto da una poesia di Joyce), dilatata in una coda ad altezza Mono, e al bis di 40 Days.

21 Luglio 2014
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