Live Report
Dal 29 Maggio al 31 Maggio 2014

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I numeri spesso non mentono. E se quest’anno il Primavera Sound Festival di Barcellona ha registrato un 31,6 % d’incremento di pubblico, acciuffando le 190.000 visite nella tre giorni, lo si deve anche e soprattutto ad una programmazione artistica di altissimo livello, che fa dell’eclettismo dei generi proposti, la propria arma vincente.

Come un vero e proprio rollercoster di suoni il Parc del Fòrum si è trasformato nei giorni dal 29 al 31 maggio in un luna park colorato da oltre 350 artisti e da una varietà di fauna senza precedenti. Certo, c’è chi continuerà a dirvi che il Primavera è il festival fighetto per eccellenza, chi invece rimprovererà la produzione di essersi venduta al mainstream, dal momento che quest’anno i nomi “grossi” erano veramente grossi. Ma è anche da questo che i festival traggono forza: dal saper essere puntualmente trasversali, tentando di raccogliere il più vasto audience possibile. Da noi in Italia – si sa – se non metti cinque nomi grossi (ma grossi davvero) su uno stesso palco uno di seguito all’altro, difficilmente il festival (?) funziona. E in più, a Barcellona si possono permettere una location spaziale a metà fra l’utopico e l’ucronico, in cui costruzioni sghembe e cementifere si affacciano su un mare tagliato dal vento. Il vento, già… grande piaga della scorsa edizione, quest’anno il meteo è stato paradossalmente più clemente. La ruota del tempo atmosferico ha girato sulle lancette della pioggia più o meno ogni giorno per un’oretta. Il tempo di rendere tutto un po’ più poetico e di ammirare i doppi o tripli arcobaleni affacciarsi sul Mar Mediterraneo.

Il bollettino è veritiero solo se non si considera l’apertura del Parc del Fòrum, il 28 maggio, come giornata ufficiale di festival. La line up del Day 0 (Temples, Stromae, Sky Ferreira, Holy Ghost!) è stata macchiata dall’acquazzone che ha salvato il sound psichedelico e visionario dei giovanissimi e luccicanti Temples e la edm-dance meticcia di Stromae, ma ha colpito in pieno la tumblr-lady/gossip-queen Sky Ferreira che, onestamente nella sua forma peggiore, ha avuto solo problemi tecnici durante lo show. O ha finto di averli. Ma, come detto, la varietà del festival è tale da permettere agli schizzinosi di disgustare Queens Of The Stone Age e Nine Inch Nails, di snobbare gli Arcade Fire perché “I knew them before…” e preferirgli Andy Stott, di saltare dai Disclosure al gran finale tutto ritmo dei Moderat in un batter d’ali, di sfruttare l’occasione di non perdersi nomi freschissimi (per poter dire “I knew them before…”) come FKA Twigs, assistere al balletto del tipo dei Future Islands, magari sacrificando parte di uno dei set più emozionanti dell’intero festival, quello degli Slowdive. Ma, come dice l’antico detto, “homo faber primaverae suae” e quindi – grazie anche all’aggiornamento dell’App ufficiale del festival, che trilla quindici minuti o mezzora prima dell’inizio dei concerti pinnati – ognuno è stato liberissimo dalle catene del gruppo e dell’hype scegliendo his own personal festival. Ma SA non è “ognuno” e, muniti del dono dell’ubiquità e dell’obliquità, come Obi Wan Kenobi e Padre Pio, abbiamo fatto visita a tutti e 12 i palchi, compresi gli eventi nel Parc de la Ciutatadella.

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Giovedì 29 maggio

Terminati i rituali propiziatori, le danze del sole, gli amuleti e i talismani, non ci resta che affidarci ai pratici raincoat a un euro (che – come scriveva qualcuno – mal che vada lanciano una nuova moda hipster al Fòrum) e migrare in massa sulla metro L4 destinazione El Maresme/Fòrum. I primi a catturare i nostri sensori da post-rocker sono i Föllakzoid sull’ATP stage. I cileni, con il solito live energico fatto di psichedelia, suoni sporchi, kraut e acidi, tengono alla grande un palco enorme, il cui pubblico s’intrattiene pur non essendo forse l’orario perfetto per le loro sonorità. Molto meglio, allora, l’indie-folk dei Real Estate che sull’Heineken Stage (nell’area dei main stages), collezionano consensi da un pubblico festoso dopo la pioggia. Il loro set, con ampi spezzoni dall’amatissimo Atlas, si confà con il clima d’attesa che regna nella zona dei palchi principali, anche se, avessimo avuto il sole in faccia e la sabbia rovente sotto gli stivali, sarebbe stato perfetto.

Gettato un occhio e un orecchio alle sonorità The Ex, al solito ATP – che quest’anno ha raccolto praticamente la creme de la creme del post – everything – è già tempo di Warpaint. Le quattro ragazze californiane – che abbiamo incontrato a gennaio – si confermano cresciute musicalmente, pur accogliendo le sirene di certa elettronica e di certi ritmi di stampo r&b, tanto in voga nell’indie americano. Il loro show – che conta anche sulla presenza fortunata di una cover di Ashes To Ashes di Bowie – è onesto, con alcuni punti di down, ma con il finale (affidato al crescendo psichico di Elephants) da brividi.

Neanche il tempo per un burgerino (che quest’anno sono a tema con la line-up: assaggeremo un ottimo Ketchup Lamar!) ed è già arrivato il tempo delle scelte dolorose. Una delle peggiori sovrapposizioni di quest’edizione riguarda un trittico di tutto rispetto: St. Vincent, Neutral Milk Hotel e Future Islands. La prima – forte della sua recente talkingheadizzazione – sale sul palco con il solito look da nuvoletta arricciata, accennando un balletto robotico e tirando i bassi su Rattlesnake. La setlist proseguirà con ben otto su tredici pezzi dall’ultimo acclamatissimo St. Vincent. Gran presenza, gran show, ma è mancata un po’ la scintilla. Quella stessa scintilla che ha acceso, invece, Jeff Mangum e la sua banda di menestrelli. I Neutral Milk Hotel – a telecamere e smartphone spenti – sono un’esperienza old-fashioned, come quando, tutti intorno al fuoco di un falò, si gridava i brani del cuore. L’attesa per la band (annunciata addirittura nel corso della scorsa edizione) è enorme e la barba e il broncio di Mangum scandiscono il tempo che è passato da In The Aeroplane Over The Sea. L’album – come scrivevamo nel nostro lungo monografico dedicato – è riuscito a superare, sorprendendo tutti, i vari Nevermind e Ok Computer nelle classifiche dei Top Nineties. Bisognava ricercare la spiegazione ed eccola lì: un live emotivo, a stretto contatto con un pubblico devoto (di scopritori recenti e passati) ad un sacerdote senza parola, ma solo canto. Sofferto ed ipnotico.

I Future Island, sul piccolo e hipsterissimo palco Pitchfork, scaldano invece gli animi con balletti schizofrenici e tinte di growl nella voce del buon Samuel T. Herring. Qualcosa è andato storto nei volumi e il loro set (comunque apprezzabilissimo) è stato lievemente penalizzato. Subito dopo, però tocca ai CHVRCHES. Anche loro – come i Future Islands – sono nella fase “I knew them before”, il che non guasta un pubblico che pare non avergli preferito i Queens Of The Stone Age, in contemporanea all’Heineken Stage. La band di Lauren Mayberry suona molto pulita, snocciolando i brani da The Bones Of What You Believe con autorità e forza. Il loro synth pop risuona intenso di fronte al mare, sotto la scalinata sbilenca della zona est del Fòrum. Bei bassi, belle basi, ma lei eccessivamente timida, sempre un passo indietro rispetto alla folla.

I Queens Of The Stone Age sono uno di quei gruppi che si dimenticano facilmente nella nostra carriera di ascoltatori, spesso non si seguono dal vivo e altrettanto spesso si criticano con estrema facilità. Forse non saremmo andati a vedere un concerto di soli Queens, ma nel clima del Festival, con il meglio che deve ancora arrivare, il loro è un appetizer di tutto rispetto. Suonano un’ora e dieci senza dire una sola parola al microfono, tirano giù il pubblico già da No One Knows, seconda in setlist. Il finale – e basterebbe quello a definire l’intensità del set – è affidato a Song For The Dead, undici minuti o più di follia stoner con muri di chitarre altissimi e un nuovo batterista (Jon Theodore) alle prese con un mastodontico assolo. Orecchie sanguinanti.

Nelle occasioni come giovedì sera, la zona mainstage assomiglia come non mai a un tavolo da ping pong, avendo i palchi uno di fronte all’altro. Per cui, con i fischi delle chitarre di Homme ancora in testa, ci sballottiamo di fronte, riuscendo comunque ad acquisire una buona posizione per il live più atteso del festival, Arcade Fire. Fuori da snobismi e hipsterismi, è stato certamente il live migliore del festival. Se non per qualità delle canzoni, certamente per intrattenimento. Un palco riflettente, in tema con uno degli ultimi singoli, ha accolto il collettivo canadese, in una mise estremamente stilosa: dalle giacche bianco-sporco vernice ai polsini fucsia. Un set al solito eccellente, con 21 canzoni raccolte da tutti e quattro gli album. Memorabile il duetto di It’s Never Over (Oh Orpheus), con Régine posizionata su un piedistallo al centro della folla. E ancora: stralci di Helter Skelter intonati su Rococo, e di My Body Is A Cage (fusa in Temptation dei New Order) prima di Afterlife; fuochi d’artificio su Here Comes The Night, momento cazzonissimo con i soliti mascheroni sulle note di Tequila. Gli Arcade Fire suonano ogni canzone come se fosse l’ultima, concependo riti corali ed estremamente auto-ironici, in una potente catarsi collettiva.

https://www.youtube.com/watch?v=QJq85ohLiS0

Chi non ne ha potuto più di tutto il kitch del Sony Stage, si è spostato nel Boiler Room (cupolone ad alta fedeltà di acustica, che quest’anno ospita i dj e la scena elettronica), dove Andy Stott ha divertito, con bpm rallentati, beat e bassi violenti.

La gente pare rimanere solo per i Metronomy, sfortunatamente piazzati alle 3.15, orario scomodo, ma non per questo meno adatto. Sembra il continuum perfetto per il live degli Arcade Fire: la band di Joseph Mount, tinta di eleganza, in perfetto smoking bianco, suona quattordici pezzi, molti dei quali tratti da Love Letters, un piacevole Seventies pop in salsa Fleetwood Mac. Con le gambe stremate, proviamo a farci elettrizzare da Julio Bashmore, dj esordiente della scena house UK, già a lavoro con Jessie Ware e altri. Solo un’occhiata a Jamie XX che, a dire il vero, sembra ancora tener alto il morale (un po’ meno attive le gambe) dei moltissimi presenti al Ray-Ban stage alle 4.20 ed è tempo di guardare avanti.

Venerdì 30 maggio

Dopo aver intravisto all’ora di pranzo i Majical Cloudz nel Parc de la Ciutat, con un Devon Welsh (sì, proprio il figlio di quel Kenneth di Twin Peaks) commovente per le movenze e l’impostazione vocale, la giornata meteorologica inizia nel peggiore dei modi. John Grant, sull’Heineken Stage, fa in tempo solo a salire sul palco prima che la forza piovana si trasformi in un acquazzone che tiene via i meno volenterosi e che dura l’esatta lunghezza del suo set. Ci scherza, lui: “Es por mi culpa”. Il vincitore di miglior album del 2010 per Mojo (Queen Of Denmark) e del 2013 per Rough Trade (Pale Green Ghost) ha dalla sua un’esperienza che gli vale tanta dimestichezza a rapportarsi con i fan sofferenti sotto la pioggia battente. Preambolo perfetto per l’arcobaleno che accompagnerà il set dei C+C = Maxigross sull’Adidas Stage. Il freak folk degli italiani intrattiene ed appassiona anche i passanti, che vogliono solo catturare foto dello spettacolo colorato sul mare. Fortuna e talento.

Intanto Rachel Goswell degli Slowdive twitta: “Thunder and lightning! Let’s hope it passes quickly #slowdiveprimavera”. Ma ci arriveremo…

Di nuovo all’Heineken prima, perché, come nella giornata di giovedì, alle 20.30 è il turno di una band californiana tutta al femminile. Le HAIM sono il contraltare luminoso e pop delle Warpaint, come ci disse proprio la batterista delle seconde. Suonano un’ora con una presenza scenica ingombrante, lasciando il segno durante i singoli Falling, Forever e The Wire, anche se, come su disco, non riescono ad essere costanti, per la carenza effettiva – salvo i pezzi citati – di brani d’impatto. È uno show molto rock, con Este a fare le facce più strane e Danielle, la sorella mezzana, a scarabocchiare assoli di Diavoletto: per molti un bene, per noi un po’ meno; le avremmo preferite in versione Michael Jackson.

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S’era capito dal tweet sopra. Gli Slowdive tengono a questo show più di qualsiasi altro, perché è il coronamento definitivo di una carriera che per troppo tempo li aveva relegati a band di nicchia. Il palco è il più grosso su cui abbiano mai suonato, il sound perfetto, la situazione emotiva della band delle migliori, dato che è il compleanno del piccolo Jesse, il figlio malato di coronaropatia di Rachel, lo skyline regala un tramonto mozzafiato. I cinque di Reading sono visibilmente emozionati, salgono senza fanfare sul palco, che porta il loro logo sullo sfondo. Slowdive, Avalyn e Catch The Breeze sono la quintessenza del loro sound e basterebbe nominarle per capire l’intensità raggiunta. Aggiungiamo che in scaletta figurano anche When The Sun Hits e Souvlaki Space Station e che il pacchetto emozionale raggiungerà il picco con la cover di Syd Barrett, Golden Hair, e un finalone da lacrime, per tutti, nessuno escluso.

Notizie dagli altri campi. FKA Twigs – attesa dai pitchforkiani con grande fervore – si è rivelata un’ottima ballerina e il suo set, fatto di suoni liquidi e beat sinuosi ha costituito un buon prologo per quello di The War On Drugs (in ritardo di più di mezzora). Il loro Lost In The Dream – per alcuni già disco dell’anno – è stato eseguito quasi interamente, con la voce di Granduciel sempre molto dylaniana. Gli Slint – anche se la loro non può più considerarsi una vera reunion – infiammano i piani alti dell’ATP con un sound più ruvido di quello a cui ci avevano abituato. Neanche a dirlo, sei pezzi di nove totali, tratti da Spiderland con una Good Morning, Captain da capogiro. In contemporanea, dall’altra parte della zona festival, i Pixies non si fanno mancare nulla, con un live di 25 canzoni, un vero e proprio best of, a cui però è mancata la grinta dei primi anni, complice anche il cambiamento di bassista. Strano perché, visti pochi giorni dopo al Rock In Idro di Bologna, sono apparsi più in forma.

I National, che hanno scritto nero su bianco il filone romantico del festival, si sono fatti accompagnare da Justin Vernon (Bon Iver) in Slow Show e dai Walkmen in Mr. November e Terrible Love. Altro live spettacolare, con un Berninger in forma smagliante che, com’è giusto che sia, ha preferito spizzicare brani da Trouble Will Find Me e High Violet. La migrazione verso il suggestivo Ray-Ban Stage fa pensare che Nicolas Jaar e Dave Harrington (per l’occasione Darkside) rappresentino la vera chicca del Festival. E, forse, il loro è il live migliore a livello qualitativo, condensato in un’ora di psych-blues-jazz da manuale, con le atmosfere rarefatte di beat e refusi floydiani schizzate sulla notte catalana. Massicci. Dall’altra parte del Fòrum i soliti (ma mai scontati) !!! divertono a suon di electro funk e balletti (per poco sconcissimi) del veterano Nic Offer. Non proprio la scelta più azzeccata della line up, ma un loro live è difficile trovarlo noioso.

La giornata finisce aggrappandoci alla dance-pop psichedelica dei Jagwar Ma, godibilissimi anche a tarda ora, quando i presenti riescono ancora a muovere le anche. Beato chi ne ha ancora per Laurent Garnier.

Sabato 31 maggio

Tra un bocadillo con botifarra di Girona, una tortilla nel Barrio Gòtico e un Martini nel Parc de la Ciutadella, il sabato inizia di ottimo umore. Gli Speedy Ortiz sono l’indie band da primo pomeriggio adatta a questo tipo di situazioni e La Sera, il nuovo progetto di Sadie Dupuis delle Vivian Girls, sa intenerire e divertire. La pioggia, va da sé, non ci ha pensato neanche ad abbandonarci oggi. Ma fa in tempo a dissiparsi prima dei Television, attesi al Sony Stage. Male, perché il loro live non è esaltante e l’intero Marquee Moon sembra suonato dal ricordo sbiadito della band di Tom Verlaine. Peccato. Siamo “costretti” a spostarci al Pitchfork, dove Dee Dee e le sue socie Dum Dum Girls, con tanto di cuoricino alle spalle, fanno la loro solita figura di femme fatale. Poco, veramente poco esaltanti. Al contrario, Teho Teardo & Blixa Bargeld, nel frattempo all’Auditorium accompagnati da un orchestrina d’archi, si beccano una meritatissima standing ovation durante il finale di Nirgendheim.

E allora tocca ricaricare le pile con i soliti, mastodontici, Spoon che premiano Ga Ga Ga Ga Ga, del 2007, come album più eseguito nella loro comunque varia setlist. La reunion (l’ennesima di questo festival) è una buona notizia che, a quanto pare, sarà seguita da un album dopo l’estate. Caetano Veloso, annunciato come headliner del festival, riempie l’arena del Ray-Ban, diverte e si diverte con il suo tributo ai ritmi brasiliani, in chiave rock. Predilige brani dall’ultimo Abraçaço, ma – grazie ad una carriera quarantennale – non lascia scontento nessuno. Abbiamo solo il tempo di goderci i monitor spenti e i cellulari in tasca – oltre che i viaggi sonici e rituali – dei God Speed You! Black Emperor, perché all’Heineken c’è l’unica vera sorpresa del festival, il nome che non t’aspetti.

Trattasi di Kendrick Lamar, giovanotto che fa un hip hop di larghe vedute, tanto che tutti – anche i più integralisti – sono curiosi di vederlo in azione. Il live è di spessore pur con il rapper in sottrazione: va in scena il classico canovaccio HH con pubblico affezionato di fronte, le basi tutte bassi e poco altro, il rapper ricama le rime dell’audience e viceversa, democratico. Altrove si dice che Blood Orange abbia regalato i suoi soliti balletti sui suoni distesi e rotondi di Cupid Deluxe, accompagnato persino dal buon Connan Mockasin.

Quando attaccano i Nine Inch Nails siamo su un altro pianeta. Ad un inizio di set molto elettronico (Me, I’m Not, Sanctified, Copy Of A), segue un trittico da pelle d’oca (Reptile, March Of The Pigs, Piggy). Reznor, al netto della pancetta e il megaschermo della tournée del 2007, è il solito muscoloso egoproiettato frontman, ma i suoni che sono usciti dalle casse del Sony stage hanno veramente raggiunto la perfezione. Limpidi e cristallini, dopo aver toccato gli episodi più importanti di The Downward Spiral, chiudono con una commovente Hurt. E si portano via i sogni d’adolescenza.

https://www.youtube.com/watch?v=jIl0_m1p6-U

Sugli altri campi i Mogwai si confermano, malgrado le apparenze, una band adatta ai festival con la loro escalation di suoni distorti, silenzi e muri del suono. Mentre i Foals ci fanno tornare tutti un po’ giovani, con pochi peli in faccia e terribilmente indie (before it was cool), i Cold Cave al Vice sono parecchio spompi, complice forse l’orario e la line up in duo. I Chromeo, d’altra parte, sono al posto giusto nel momento giusto: l’electro disco funk del duo è contagioso e tutti (ma proprio tutti) ballano al ritmo Seventies di Come Alive. Saranno mica l’antipasto per i Daft Punk al PS15?

Il nostro festival si chiude con i Cut Copy, un nome non freschissimo, è vero, ma il cui live è sempre sfuggito agli audience europei. Suonano che è una festa, pur salendo sull’ATP alle 3.35. La banda di australiani condisce un’ora di tiratissimo electro-pop e, a tratti, psych da Summer Of Love di fine anni ’80, con forti suggestioni Primal Scream. Bravi a tener alto il morale, spaziando fra l’ultimo Free Your Mind e i più riusciti In Ghost Colours e Zonoscope.

Si va via con la pancia piena e i piedi pesanti. Il Primavera Sound si conferma un festival ad altissima qualità. Le scelte degli organizzatori paiono mirate ai live più appetibili, più che al nome grosso o “hypizzato” di turno. Certo, è giusto adunare attorno a sé tutte le possibili realtà: di genere, di gusto, di provenienza geografica, ma quello che resta è un enorme senso di appagamento, riempito da ogni sfaccettatura di questo calderone. Tutto ciò, ad eterno onore del festival e – si spera – ad imperituro godimento di noi frequentatori.

4 Giugno 2014
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