Recensioni

La seconda edizione di Todays Festival ha confermato le potenzialità di un evento che, a fine agosto, ha portato in una città dall’alto fermento artistico e culturale come Torino una proposta musicale di spessore, nell’ambito dei festival europei. Non tralasciando il tocco italiano che lo assimila ad altri eventi della stagione estiva, su tutti Vasto Siren o Ypsigrock.
L’edizione 2016 ha visto tra le location proposte, oltre al punto fisso Spazio 211, due novità assolutamente interessanti: la Galleria Gagliardi e Domke, sede di workshop, dibattiti e laboratori, e l’ex Fabbrica Incet, rivalutata nel 2009 dopo l’interruzione delle attività lavorative e risalente al 1968. Un luogo che, per il suo carattere industriale e underground, si è ben prestato ad ospitare i live di nomi come John Carpenter, Soulwax, Paolo Spaccamonti e la sezione clubbing con i djset di Regis, Veronica Vasicka, Ivan Smagghie e The Hacker. Nomi che dimostrano una line-up trasversale per generi e pubblico di riferimento: non è mancato lo sguardo al recupero degli anni Ottanta, così fervido in questo periodo, tra suoni (Jesus And Mary Chain, M83) e immagini (Carpenter), insieme ai fenomeni del momento dello scenario indipendente italiano (I Cani, Motta, Niagara, Iosonouncane, Teho Teardo) e a nomi di spicco in ambito internazionale, tra culto (The Brian Jonestown Massacre), psichedelia (Goat) e nu rave (Crystal Fighters). E poi, come si diceva, uno sguardo attento alla club culture.
Ne è uscita fuori una tre giorni mai monotona in virtù delle differenti sonorità proposte, capace di soddisfare le aspettative di chi è giunto da tutta Europa. Il bilancio ufficiale – come da comunicato stampa dell’organizzazione – parla di trentamila presenti, con sold out in tutte le le location. Numeri che testimoniano una sempre più crescente attenzione del pubblico torinese verso eventi musicali di ricerca e qualità.
Venerdì 26 agosto
Il primo live del festival è fissato alle 19:00 allo spazio 211, location che, circondata da un enorme prato e caratterizzata dalla terra polverosa, immerge il pubblico nella giusta atmosfera di una manifestazione musicale estiva. La jam session elettronica del trio torinese Pugile riscalda l’ambiente, ma la durata scarsa del set (circa trenta minuti) limita le potenzialità di un progetto che, soprattutto con l’ultimo album, Round Zero, ha molto da dire in dimensione live. Il compito riesce meglio ai Niagara, che dal vivo sfoggiano la potenza del suono oscuro dell’ultimo lavoro, Hyperocean. Il duo torinese – in tre sul palco – lavora anche molto sull’aspetto visivo, confermando una virata verso la dimensione più emozionale e ricercata del suono, rispetto alle melodie degli esordi. Fa il suo compito, senza deludere né stupire, Iosonouncane. Jacopo Incani, autore con Die di uno dei migliori album italiani del 2015, manca un po’ di incisività, ma riesce comunque a coinvolgere il pubblico più fedele, soprattutto con una Stormi proposta anche in versione remix.
L’attesa è tutta per M83, nell’unica data italiana del tour di Junk, il lavoro più personale di Anthony Gonzalez, patinato e curato nei minimi dettagli e legato ai ricordi di serie televisive e videocassette dell’infanzia negli 80s. Ma il progetto gioca, in apertura, la carta dell’acclamato lavoro del 2011, Hurry Up, We’re Dreaming, puntando su suoni corali e dilatati (l’attesa Midnight City, Reunion, Intro) che mettono in primo piano i tre sintetizzatori presenti sul palco. Atmosfere aperte e sfarzose si alternano al groove funky e circolare dei nuovi pezzi (Bibi the Dog, Walkway Blues), spesso accompagnati dal sax. Il contrasto tra i lavori emerge, così come evidenziato in sede di recensione, anche nel live. I synth, elemento centrale di M83, oscillano tra una dimensione onirica e barocca da dream pop a una più danzereccia e catchy da synth pop. Un gioco di alternanze che rende merito al concerto, unito ad una buona padronanza della voce da parte di Anthony, sicuramente in forma. Il tutto immerso in quell’immaginario anni Ottanta che sarà il leitmotiv della prima serata.
E infatti, spostandosi all’ex Fabbrica Incet (nel frattempo al Museo Ettore Fico va in scena un live corale di Calcutta), il tripudio è tutto per il maestro John Carpenter (set aperto dall’interessante ambient di Paolo Spaccamonti). Il pubblico è eterogeneo: adulti, famiglie, giovani che, forse stregati anche dalla serie TV di casa Netflix, Stranger Things (che presenta tanti riferimenti a Carpenter), stanno vivendo un pieno recupero dell’immaginario cinematografico horror di quegli anni. L’effetto visivo è una componente essenziale: sullo schermo, alle spalle del gruppo, vengono proiettati gli spezzoni dei film del regista, da La Cosa a Halloween – La Notte delle streghe passando per 1997: Fuga da New York. Il maestro è alla tastiera e, allo stesso tempo, funge da direttore di un gruppo costituito, tra gli altri, anche dal figlio. Usa il microfono presentandosi come un grande divo, lancia sguardi alle prime file, ha una padronanza e una personalità degne di un grande saggio, ironico e tetro allo stesso tempo. Musicalmente, la performance scorre sui binari della classicità (estratti sia da Lost Themes che dal recente Lost Themes II), se non della Storia del genere. Così non mancano omaggi a Dario Argento nella rivisitazione della soundtrack de Il Signore del male e all’Ennio Morricone de La Cosa. È un live che trova nella storia del personaggio e delle sue produzioni l’attrattiva principale. Quanto basta per rimanere soddisfatti. Le atmosfere cupe e oscure incontrano poi i ritmi coldwave del set di Veronica Vasicka e le bombe industrial di Regis, quest’ultimo come sempre una certezza in consolle, in un percorso martellante e aggressivo che riporta il pubblico a casa (o all’after, per i più audaci) stremato e colmo di emozioni sonore.
Sabato 27 agosto
La formula è la stessa del giorno precedente. Si comincia nel tardo pomeriggio allo spazio 211, si conclude all’Ex Fabbrica Incet. Aprono, per la consueta mezz’ora, le buone e potenti geometrie del trio strumentale Stearica, poi la carica punk-rock di Giuda, gruppo che ha tra gli estimatori proprio Phil King, bassista dei Jesus And Mary Chain che si esibiranno di lì a poco. Prova superata, sulla breve durata, per entrambi i gruppi. Ha più spazio il cantautore Motta, e la sua esibizione può essere annoverata come una delle migliori dell’intero festival. Il cantautore e polistrumentista dimostra di essere completamente a suo agio nel nuovo progetto, dopo l’esperienza con i Criminal Jokers. La fine dei vent’anni, album tra i più apprezzati dell’anno in corso nel panorama italiano, sprigiona dal vivo tutti i sottotesti sul passaggio generazionale al centro del disco. Accompagnata da un ottimo gruppo, la voce tagliente di Motta colpisce per espressività e genuinità sia nei momenti più rock (Del tempo che passa la felicità) e intensi (Abbiamo vinto un’altra guerra), sia in quelli folk (La fine dei vent’anni) e pop (Sei bella davvero). Il nostro confessa spesso di essere un fan dei Jesus And Mary Chain e di essere onorato di poter aprire un loro concerto. Ma l’emozione non lo tradisce, così come il pubblico, in realtà non numeroso ma attento conoscitore del lavoro prodotto insieme a Riccardo Senigallia omaggiato dal polistrumentista. Motta vince e convince.
L’area dello spazio 211 si riempie per un altro appuntamento targato anni Ottanta. I Jesus And Mary Chain, icona dello shoegaze e del noise pop, non hanno bisogno di presentazioni, ma è tanta la curiosità di vedere dal vivo Jim Reid e soci, tornati insieme nel 2007 dopo lo scioglimento nel 1999. Il visual è interamente incentrato su Psychocandy, l’imponente lavoro del 1985; Jim si presenta in tenuta nera, come da immaginario post-punk, serio ed impassibile, mostrando di sopportare al meglio i segni dell’età. La sua voce incontra ostacoli nel basso volume del microfono e il frontman non nasconde il fastidio, chiedendo ripetutamente ai fonici di ovviare al problema. Si parte con April Skies e poi si prosegue con i successi della carriera della band, attraversando album come Darklands, Munki, Stoned and Dethroned e Automatic. Il chitarrista William Reid, apparso un po’ impacciato, è spesso costretto a fermarsi per accordare la chitarra elettrica, mentre il pubblico lo incoraggia costantemente. Ma la lunga esperienza del gruppo la fa da padrona, e così, immerso in una coltre di fumo viola, Jim interpreta in maniera perfetta anche Happy When It Rains e Reverence. La band lascia il palco, prima di tornare per il momento più atteso: Just Like Honey e altri pezzi di Psychocandy che infiammano il pubblico, travolto dalle atmosfere psichedeliche e distorte. In chiusura, sulle note di It’s So Hard, il frontman si lascia andare alla strafottenza (gratuita) del punk, rompendo l’asta del microfono, una scelta che esalta gli animi ribelli del pubblico, ma certamente meno gli organizzatori.
Non c’è tempo per le discussioni, visto che subito ci si sposta al Museo Ettore Fico per il live Double Vision di Atom™ & Robin Fox, un incontro tra due anime culto dell’elettronica sperimentale per un set tra ambient techno, immaginario dei videogame anni Novanta, glitch ed elementi hi-tech perfettamente sincronizzati con i laser. Esperienza alla fine suggestiva. All’Ex Incet poco distante, invece, è appena cominciato il concerto de I Cani. L’hype è al massimo dei giri, e lo testimonia il gran numero di giovani (molti adolescenti) che cantano ed osannano un Niccolò Contessa in buona forma con la voce. Molto spazio è concesso ai brani dell’ultimo lavoro, Aurora, con Niccolò che spesso incarna il cantautore sentimentale solo piano e voce, raccontando di amore, solitudine, storia e filosofia (Baby Soldato, Il posto più freddo, Questo nostro grande amore). Ne guadagnano i cori a squarciagola da parte dei fan, meno l’aspetto musicale, che ci pare relegato in secondo piano in un live in generale un po’ troppo sdolcinato e prevedibile. Lo ravvivano il funky di Non finirà, i synth di Velleità, Le coppie e altri brani estratti dai primi lavori.
Il pubblico dell’Ex Incet così è caldo per accogliere i Soulwax. Dal gruppo belga, autore della colonna sonora del recente film Belgica, arrivano le risposte che si cercavano. L’aspetto visivo – bianco predominante anche nell’outfit dei quattro – è affascinante, con le tre sezioni di batteria avvolte in una struttura stile prefabbricato minimal. Il live-set è un esplosione di cassa dritta insieme a bassi avvolgenti e chitarre energiche, in una jam session tra rock e house che trasforma la platea in un enorme dancefloor, deliziando i palati dei clubber così come quelli dei rocker. Le gambe continueranno a muoversi fino a mattina con i dj-set di Ivan Smagghie e The Hacker.
Domenica 28 agosto
È l’ultimo giorno della kermesse, e tutti i live si concentrano sulla terra polverosa dello spazio 211. Ma prima, sotto il sole cocente e asfissiante del Parco Aurelio Peccei (area completamente ecosostenibile che evidenzia il connubio tra verde e architettura) Teho Teardo e l’attore Elio Germano regalano un percorso di introspezione tra musica e performance teatrale ispirato dall’opera Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Cèline. Accompagnate da un ensemble di trenta percussionisti, le narrazioni di Germano sulle contraddizioni del Novecento tra guerre e dominazioni vengono interrotte dal fascino misterioso di archi, arrangiamenti onirici, beat elettronici cupi. Al tramonto arrivano le divagazioni tra rap, soul e dub di Viktor Kwality che ospitano, per due brani, la voce di Yendri Fiorentino dei Materianera. Si prosegue poi con i suoni sporchi ed acidi dei The Brian Jonestown Massacre, tanto per non far mancare il tocco r’n’r nella variegata proposta del Todays.
Il pubblico si fa poi più numeroso per i Local Natives. Si va dalle atmosfere weird folk del primo lavoro, Gorilla Manor, al pop sentimentale ed emozionale di Hummingbord, che mette in evidenza, anche dal vivo, un cantautorato denso di coralità, falsetti, chitarrine e percussioni tribal weird dal tocco british. Interessante sì, ma a tratti privo di originalità. Il gruppo, però, fornisce alcune anticipazioni (Villainy, Past Lives) dal nuovo album, Sunlit Youth, in uscita il 9 settembre. E qui ci sono le novità: la virata è verso l’elettronica, un po’ neo-soul, mettendo largamente da parte basso e chitarre. Il pubblico si dimostra interessato ma, negli occhi dei fan in prima fila, si legge un po’ di scetticismo.
Stato d’animo che si trasforma in euforia quando sul palco, allestito con fiori, piante e rimandi ad un immaginario freak, salgono i Crystal Fighters. L’aria cambia e c’è la consapevolezza che dalle melodie oniriche dei Local Natives si passerà al movimento e al pogo. Del resto, la definizione di nu rave, data in particolare in riferimento all’album Star of Love, si riscontra nei volumi sparati a mille dei bassi e delle casse, a volte quasi assordanti. I Love London, Plage, Follow, At Home, Love Natural fanno saltare e cantare sulla scia dell’uptempo, mischiando folk, minimalismo elettronico, techno, e suoni mediterranei. È un ibrido che continua a piacere. Divertirsi e divertire è ciò che alla band basco-londienese riesce meglio: le voci femminili ballano imperterrite con un sorriso sgargiante stampato sulle labbra, gli strumenti sono maneggiati con lo spirito spensierato di chi strimpella davanti a un falò in spiaggia, il coinvolgimento della folla, sudata ed euforica, è assicurato. Dopo un’oretta cala il sipario, ma non la voglia di immergersi nella psichedelia dei Goat, una presenza ormai immancabile in molti festival europei. Il look non cambia: maschere e vesti afro che colorano un suono incessante, energico, ma curato e raffinato. Lo spettatore viene trascinato in uno stato di trance fino allo sfinimento, una immersione in un universo ricco di suggestioni e allucinazioni fricchettone che passa dal funk alla psichedelia dei Sessanta.
Gli occhi poi si chiudono. Ci si risveglia, ormai in piena notte, da un viaggio durato tre giorni. Una immersione nella musica, passando da sonorità pop e mainstream a nicchie ricercate, e riscoprendo mostri sacri del passato.
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