• Mar
    22
    2019

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Infectious

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Nell’apocalittico Hidden, del 2010, i These New Puritans prendevano a colpi di martello dei meloni ripieni di cracker per simulare il suono di crani umani in disintegrazione, in mezzo a tamburi giapponesi e austeri fiati prevalentemente in legno: quello era il secondo album, a seguire l’esordio Beat Pyramid e a precedere il complesso e cinematico Field Of Reeds, e si può dire col senno di poi che fosse un capolavoro, in una discografia comunque sempre di alto, a volte altissimo, livello. Adesso, dopo vari anni di silenzio, a un lustro di distanza dal live orchestrale E-X-P-A-N-D-E-D (Live At The Barbican), la band dell’Essex composta dagli schivi fratelli gemelli Jack e George Barnett torna con la sua raffinata miscela di darkwave, art pop, avanguardia e musica da camera. Nel frattempo, però, i due non sono rimasti fermi: se Jack ha collaborato con i Current 93, il duo nel 2016 ha prodotto la colonna sonora per il primo adattamento teatrale autorizzato de Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Inside The Rose, dunque, è il quarto capitolo in studio nella saga dei Barnett, registrato in larga parte in un ampio spazio a Berlino, in misura minore tra Londra e casa, e infine mixato a Los Angeles – nonché racchiuso in un elegante packaging.

La title track, scelta come primo singolo con un video suspiriano-censurato di Harley Weir, è un piccolo miracolo di enfasi: parte come una potenziale Bachelorette degli Inferi, con afflato classico, per poi rinascere in beat futuristici, di trasformazione in trasformazione, affacciandosi su un baratro in cui sbocciano fiori rossi: «We could fall forever / Again into the black forever». Inside The Rose è un disco vermiglio, che palpita di quel decadentismo sanguigno che anima anche l’Anna Calvi di Hunter, ma è un disco altrettanto scuro, che si collega alla Black Celebration dei Depeche Mode, persino nelle linee canore a tratti vagamente in linea Dave Gahan.

Nove brani, una quarantina di minuti di durata. I Barnett sono sprezzanti del pericolo fornito dall’eccesso d’enfasi, ma in realtà studiano il tutto come un congegno perfetto, con invidiabile senso della misura. Ecco le percussioni di Infinity Vibraphones, che da liquida si fa marziale ed epica, da ultimo chiesistica, con tanto di cori angelicati. Ecco l’Oriente cupissimo di Anti-Gravity, inno alla perdizione in cui non arrendersi equivale a non svegliarsi, dai sogni e dalle illusioni, dai deliri. Ed ecco le dure scansioni elettroniche di Beyond Black Suns, che vanno in frantumi sotto alle suadenti linee melodiche delle voci, sfumando in una coda quasi operistica, e i soffi jazzati della ballad Where The Trees Are On Fire, che riavvolge il nastro dei Talk Talk, dei David Sylvian. Into The Fire, altro brano-chiave, ha il passo cadenzato dei Nine Inch Nails ricoperti da una colata di new romanticismo, con David Tibet dei Current 93 – soltanto uno fra i numerosi amici che partecipano in veste di ospiti, incluso il fido Graham Sutton dai Bark Psychosis – che rende il favore duettando con Jack: è tutta un’oscillazione di fiamme e petali su velluto nero. Il trittico di chiusura vede Lost Angel, breve strumentale di archi opulenti, e Six, semi-strumentale d’ascendenza spiritual, che non dispiacerebbero all’ultima Soap&Skin, contrapposti alle minacciose linee digitali sul filo del progressive alla Goblin dell’estesa A-R-P.

Secondo Schopenhauer, il Sublime era il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di qualcosa – o qualcuno – che potrebbe distruggere chi lo osserva. I These New Puritans scatenano il Sublime in chi li ascolta. Inside The Rose è già uno dei ritorni più belli del 2019.

 

 

22 Marzo 2019
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