Primavera Sound 2019: Vecchio e Nuovo Testamento

Mercoledì 5 Dicembre è uscita la lineup del Primavera Sound 2019.

Mi pare piuttosto scontato ribadire in questa sede l’importanza e il ruolo pivotale che questo festival ricopre nel panorama delle grandi manifestazioni musicali europee, così come il fatto che l’attesa della lineup stessa è spasmodica, rasentando il maniacale in ogni piccolo rituale scaramantico, in ogni pronostico azzeccato o meno, in ogni gara al totonome che raggiunge vette di parossismo e sogni bagnati. Pochi festival possono permettersi questa eco mediatica, questo impatto già sulla lunga distanza rispetto all’ hic et nunc, al “qui ed ora”: e questo, i social media manager furbastri e navigati, lo sanno bene. Talmente bene che quest’anno il Primavera ha eletto a ponte di comunicazione la radio, uno strumento che risulta demodé se paragonato ad altri media, e una scelta piuttosto bizzarra per promuovere un’edizione votata al cambiamento radicale. Così, nel tardo pomeriggio di un mercoledì di inizio dicembre, migliaia di persone si sono “sintonizzate” sulle frequenze virtuali di Radio Primavera Sound e sul canale YouTube del festival per seguire una diretta esclusivamente dedicata alla rivelazione del tanto sospirato cartèl, chi dal proprio ufficio, stando ben attento a non farsi sgamare dal capo, chi in mezzo al traffico congestionato, chi sul divano di casa o nel buio della sua cameretta. La diretta radio aveva un che di informale, addirittura di amatoriale – microfoni che fischiano, vallette incapaci, un mèlange indigeribile di castigliano-catalano tradotto (male) in inglese, microfoni bassi o spenti, personaggi ignoti, microfoni che fischiano ancora – e quella video su YT un che di TRL 2004, con improbabili Vj, qualche ospite musicale (tra cui una sorta di Elettra Lamborghini dei poveri che si è prodotta in un breve ma intensissimo momento canoro, con tanto di twerking e spandex rosato) e tanta, tantissima noia. Molti tra ospiti, host e speaker, tengono a precisare che sarà un’edizione “màs urbana”, più orientata verso il futuro della musica pop, eppure nessuno pare sapere chi faccia effettivamente parte della lineup in questione. Dopo due ore di diretta, attorno alle 19.15 circa, finalmente la rivelazione: nello studio/sala che fa molto Maurizio Costanzo Show, dietro al corpulento “boss” del Primavera Gabi Ruiz si apre un sipario in velluto rosso, l’inquadratura va sul nero e parte questa cosa qua.

Ok. Con un trailer molto cinematografico e accattivante, Primavera Sound annuncia i nomi che prenderanno parte alla prossima edizione del festival; tra i primi spiccano quelli di Solange (la sorellina di Beyoncé), Tame Impala, Future, Cardi B, la star internazionale del reggaeton J Balvin, e così via. Ciò che rimane impressa però, più che la carrellata di artisti, è l’estetica aggressiva che il Primavera Sound ci sbatte in faccia per svelare le sue carte. Un’estetica accattivante, dinamica, sensuale, vagamente oscura, da spot Adidas 3.0 – più urban, in poche parole: dimenticatevi le astronavi, i viaggi spaziali, le animazioni cosmiche, i videogiochi 8-bit, oppure il far west morriconiano dell’ultima edizione; in quello che sembra una sorta di sottopassaggio, tre ragazze compiono atti vandalici insensati, mentre una voce femminile fuori campo introduce il tema-concept – «Ti ricordi?», sussurra con voce persuasiva, «Il 2019 è stato l’anno in cui tutto è cambiato». Da qui in poi, quello che il reparto marketing e pubblicità del festival ci fornisce è una sorta di kit base dell’estetica trappara e roboante – avvenenti ragazze in tute Adidas, ragazzi in pellicce rosa, scene di scorribande notturne e menages gay-lesbo, party in piscina, moto che pennano tra i fumogeni – sventolandoci in faccia, oltre ai nomi (che dovrebbero essere la cosa più rilevante), tutti i main sponsor (Seat su tutti) e scene degne dello Spring Breakers di Korine. A un certo punto in mezzo al maelstrom spunta pure uno spaesatissimo Leo Messi dal parrucchiere, che si volta con uno sguardo in camera piuttosto confuso, velatamente preoccupato – immagino sia lo stesso di chi si aspettava altro da questa lineup, ma andiamo per gradi. La voce off di cui sopra scandisce il montaggio frenetico e uptempo del trailer con una sorta di discorso motivational-generazionale che fa molto spot Adidas 3.0, appunto, con cui in soldoni ci tiene un casino a farci sapere che no, non sarà il solito Primavera, e che qualche muro è stato abbattuto. Ovviamente è un monologo che tende verso la retorica della gender equality, e qui potete pure iniziare a mettere da parte gli ortaggi: il PS 2019 sarà “màs femenino”, e questo lo si evince dalla cornucopia di performer femminili (o in molti casi transgender o queer) che campeggiano in lineup. Tra qualche sorpresa (Jawbreaker, Stereolab, Carcass, Guided by Voices) e qualche tenero ripescaggio (Suede, i Deerhunter alla loro centoventesima edizione, e… gli Interpol? Ma siamo seri?) quello che spicca è infatti una proliferazione mostruosa di performer legati all’ambito r’n’b / hip hop di deriva trap, nonché una serie di annunci che farebbe storcere il naso pure ai project manager del Coachella (Charli XCX? Carly Rae Jepsen?).

La preoccupazione diventa tangibile, lo sgomento si fa reale; sui numerosi gruppi Facebook dedicati si leva un coro greco di disperazione e dissenso. I “decani”, i “primaveristi” della primissima ora, gli auto-eletti al ruolo di aficionados, quindi portatori della Verità Assoluta sul festival più chiacchierato e atteso dell’Europa meridionale, si dissociano totalmente dalla nuova linea editoriale del loro amato Primavera che fu. Laddove un tempo riecheggiavano i feedback mostruosi di Dinosaur Jr. e Sonic Youth, adesso rimbombano le basse e i kick-snare tamarri dei nuovi paladini, grotteschi parcheggiatori da fumetto agghindati come il Joker di Jared Leto – l’iberico Yung Beef, chiamato a presenziare all’importante cerimonia della rivelazione, e presentatosi con una frangia che avrebbe fatto esclamare “l’orrore, l’orrore” a tutti i cuori di tenebra là fuori, figli di un dio minore (ATP) che non trova più dimora tra la collina verde del Primavera Stage e il vasto sterrato di “Mordor”.

Qualcuno minimizza, è ottimista e crede che tutto sommato sarà un’altra edizione all’altezza: qualcun altro scrive in tono canzonatorio e vagamente elettorale, «è il Primavera del cambiamento». Eccome; la prima statistica che balza all’occhio, come detto, è la parità pressoché totale di performer femminili in rapporto a quelli maschili, a detta dell’ufficio stampa del PS una cosa che non ha mai avuto precedenti nella storia dei festival internazionali, finora. E a questo punto vorrei dedicare una piccola riflessione: è evidente a tutti come negli ultimi dodici mesi sia avvenuta una forte presa di coscienza rispetto alla tematica della parità dei sessi, attuata soprattutto in nuce a eventi spiacevoli e denunce a mezzo stampa, dal caso Weinstein a quello del tipo genovese nel C.D.A. di Supernova festival, che richiedeva prestazioni sessuali (o semplici rapporti orali) per delle pubblicazioni sulla sua casa editrice. Che ci sia stata una sorta di chiamata alle armi, l’ennesimo (buon) pretesto per ribadire che l’abuso di un genere (quello maschile) ai danni di un altro genere (quello femminile) è una roba moralmente impura, sbagliata e “ghettizzante” (si, ho letto anche questo) è chiaro a tutti; dalla martellante campagna social del metoo alle denunce pesanti (ma spesso pure infondate) ai danni di produttori, musicisti, attori, personaggi di spicco del mondo dello spettacolo, qualcuno spera di far passare questo messaggio e levare le coscienze anche attraverso il banale annuncio di una lineup, cercando quindi di usare la musica come leva e cartina di tornasole di questa inversione di tendenza. Se l’intento è nobile (e neppure campato in aria), se è vero che la musica è un volano potentissimo di messaggi sociali, un mezzo di comunicazione che non smetterà mai di affascinare, persuadere, convincere le nuove leve del pensiero critico e umanista, è pure vero che la formalità del tutto stride violentemente con le proprie intenzioni. Mi spiego meglio; qualcuno crede DAVVERO che due tizie truccate, un twerk, la volgarissima Cardi B (violenta su tutti i livelli possibili di comunicazione, sia visiva che verbale/sonora) e uno spot “accattivante” possano realmente eleggere il “nuovo” Primavera Sound a baluardo dell’equità e della comune accettazione della diversità, in fatto di sessualità e vedute? E che per giunta i paladini di questo cambiamento siano tizi come uno Young Signorino iberico? Io ho qualche perplessità a riguardo, ma non indugio, sennò parte la sassaiola mediatica. Io non ci credo solo perché non saremo mai troppo pronti per capire veramente dove finisce il tuo pensiero e dove inizia quello di chi ti sta accanto nel pit dei Built to Spill; essere diversi, realmente diversi, è il succo per cui eventi come il PS raccolgono ogni anno più di 300.000 e rotti avventori, entusiasti non solo della musica e della splendida cornice, ma di viversi l’atmosfera unica che ha reso il festival spagnolo quello che è. Ingabbiarlo in quest’estetica sbrilluccicante che grida “ANCHE NOI STIAMO CON I GAY, I TRANSESSUALI, I COMUNISTI E QUELLI CHE NON PAGANO IL CANONE RAI, EVVIVA LA DIVERSITA’”, mentre ti fanno le penne col Kawasaki sul viso e mostrano dentature dorate, non mi sembra un atto di coerenza, anzi, potrebbe portare all’effetto contrario. È una cosa che non avrebbero potuto spiegare meglio se non con l’emblematico, meraviglioso (e lì davvero generazionale e omni-comprensivo) claim della scorsa edizione: “Fight for your Right to Party, Party for your Right to Fight”.

Per non parlare della questione della gender equality, che qui chiudo definitivamente; oltre al valore assoluto di certe scelte (Neneh Cherry, Kate Tempest, Il Mistero delle Voci Bulgare con Lisa Gerrard), siamo sicuri-sicuri che la parità assoluta, contata, corrisponda automaticamente a un surplus valoriale in termini di qualità della proposta (la regina trans del règuetòn Ivy Queen, la già citata teen idol C.R. Jepsen, una Liz Phair a grossissimo rischio cariatide in vacanza premio)? C’è chi in queste ultime 48 ore ha addirittura parlato e scritto di “quote rosa”, manco fosse una discussione parlamentare, e mi si è un po’ accapponata la pelle. Se questo è davvero il “New Normal”, forse è meglio non esserlo, del tutto normali.

Prenderla per il verso giusto

Ma se da un lato il “mai così rosa” è un fattore tutto sommato innocuo, positivo, i puristi troveranno almeno conforto in quella folta schiera di “centrocampisti” (per dirla con il buon Bridda) i cui nomi non campeggiano, bensì sgomitano piccoli-piccoli nella fitta-fitta lineup – cose di tutto rispetto e per veri intenditori, degne delle migliori edizioni del Le Guess Who? ; il “cult” Midori Takada, la rivelazione Jpegmafia, il live di Objekt, i già citati Carcass (spaesatissimi tra una Princess Nokia e una schiera di regguetonari all’amatriciana), Jon Hassell, il padre putativo di quella che dai nerd viene comunemente descritta come “fourth world music”, i Beak>, il trio free jazz dei Necks, i Sons of Kemet, il progetto da sempre legato a Shabaka Hutchings, l’agitatore culturale della scena jazz londinese di Peckham, e così via, oltre a una programmazione elettronica di altissimo livello (Demdike Stare, SOPHIE, Bliss Signal, David August, Tim Hecker, tra gli altri). Non è tutto da buttare e l’ottica del ringiovanimento dell’audience potrebbe rivelarsi un fattore interessante sulla lunga distanza. C’è tanto di cui discutere, certo, ma anche tanto da godersi con la consapevolezza che, nel bene o nel male, siamo di fronte a un manifesto della contemporaneità. Insomma, niente male per essere il Nuovo Testamento.

Buon Primavera Sound 2019 a tutti.

7 Dicembre 2018
7 Dicembre 2018
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