Migliori album 2018. La classifica di Fernando Rennis

Dopo la pubblicazione delle classifiche personali di Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e la parallela analisi di quelle uscite su altre testate come COS, Quietus e NPR, tocca a Fernando Rennis - l'autore “Politics” edito Arcana - raccontarci il suo 2018

Su SA trovate le classifiche personali di Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come COS, Quietus e NPR.

Uno dei caratteri distintivi del romanzo gotico è la «folla scomposta», un ressa caotica e incontrollata che agisce per istinto in seguito a un avvenimento scatenante. Le ultime settimane ci hanno abituati a eventi diversi tra loro, ma accomunati dal ruolo centrale che una moltitudine di gente ha ricoperto. Scomposta o meno, se da un lato la speculazione di promoter senza scrupoli – parliamo di gente che avrebbe venduto un numero maggiore di quello dei biglietti consentiti alla struttura (e la stupida superficialità di chi usa lo spray al peperoncino spesso come mezzo per razziare borse e affetti personali in seguito al caos generato) – hanno trasformato un concerto in tragedia, dall’altro Parigi si sta abituando a vivere sotto assedio ogni fine settimana per mano dei gilets jaunes. E ci sono poi i No Tav / Sì Tav, la schizofrenica tensione della Libertadores a Buenos Aires, le manifestazioni per indire un secondo referendum in Gran Bretagna e quant’altro. Per certi versi sembrerebbe che questo 2018 voglia a tutti i costi celebrare l’inquietudine del maggio francese o delle uova alla Scala del 1968. Ovviamente non è così. O meglio: non viviamo nello stesso tumulto sociale di cinquant’anni fa ma, tra ponti che crollano (e rendono visibile l’arretratezza strutturale e non del belpaese) e muri ideologici e reali (che cannibalizzano diritti umani e centrifugano le vite di persone che cercano soltanto di rendere dignitosa la propria esistenza), la realtà socio-politica sta rientrando prepotentemente nelle nostre vite. Dopo anni di disinteresse anche la musica lo ha capito, ma di questo ho scritto a sufficienza in Politics.

Non sorprenderà quindi che il disco di quest’anno per me sia Joy As An Act Of Resistance degli Idles. Non è solo quel post punk nudo e crudo (ma comunque tirato a lucido rispetto a Brutalism) e i testi magnetici all’interno a rinforzare l’amore per questa band, ma anche e soprattutto lo splendido titolo, o meglio ancora il concetto che soggiace all’idea di considerare la gioia come atto di resistenza. Questo mondo è un brutto posto e il periodo storico che stiamo vivendo si fonda su un ipertecnologicizzato medioevo in cui la disinformazione e la realtà virtuale ci scollano dalla realtà. Tra parentesi, sì, è proprio l’era di una Broken Politics, come la chiamerebbe Neneh Cherry, prodotta dall’ispirato Four Tet. Sarà per questo motivo che, tra recensioni, interviste e radio, gli album che più ho amato in questi ultimi dodici mesi sono per lo più dinamici, pulsanti ed eterogenei. Lasciato da parte l’ottimo commiato dei Wild Beasts con il loro saggio teorico-pratico Last Night All My Dreams Came True, mi sono esaltato con le detonazioni elettro-world di I Can Feel You Creep Into My Private Life (abilmente matematizzate dal duo), la versatilità di Marble Skies (che trasla su disco il concetto di playlist o zapping radiofonico, incastrando brani diversi tra loro) e il post punk degli Shame. Si tratta di album che tengono in equilibrio il piccolo quotidiano con i grandi eventi che ci piovono addosso; altre testimonianze di quanto appena notato sono l’europeismo dei Subsonica o l’arte immersa nell’amore dei Carters (con un suggestivo video girato al Louvre).

Anche l’intimismo mi ha rapito; lo ha fatto l’intramontabile Thom Yorke con una colonna sonora che raccoglie due/tre gemme di rara bellezza, gli Ought che hanno messo da parte i furori degli esordi inquadrando il loro sound in un grigiore sempre affascinante e, ovviamente, non poteva mancare il re incontrastato della malinconia: Damon Albarn. I The Good The Bad And The Queen hanno scelto infatti di scattare un’istantanea della Gran Bretagna di oggi usando come pellicola la tradizione e le radici dell’isola. Parlando brevemente di radici, quelle di Napoli sembrano le più resistenti e, allo stesso tempo, inclini alla ricontestualizzazione: dopo Liberato, il magico esordio del duo Nu Guinea e fenomeni come L’Amica Geniale rinvigoriscono l’asse glocalizzante tra prodotto autoctono e charme internazionale. Ci abbiamo messo un po’, ma ce l’abbiamo fatta. C’è poi chi, come Cosmo Everything Everything, ci fanno capire che esiste anche una sorta di resistenza ai cliché pop dettati da Spotify: i loro album sfidano i diktat sforna-singoli dell’industria musicale di questi anni, contornando brani sfonda-classifiche di vere e proprie composizioni o, addirittura, secondi dischi poco radio friendly ma terribilmente affascinanti. Bei ritorni quelli dei Giardini di Mirò (c’è sempre bisogno di qualità e di dischi concettuali, nel senso che poggiano su precise idee estetiche e tematiche) e dei Jungle, che hanno saputo rinfrescare la formula dorata dell’esordio omonimo. Parlando per un’ultima volta di concetti: per un Kamasi Washington che continua a sdoganare il jazz rendendolo quantomeno hipster, c’è un David Byrne che tenta di riempire l’utopia con ragioni per stare allegri.

Alcune di queste motivazioni possono essere i vari dischi di Fucked UpSpiritualizedSuperchunkYves TumorArctic Monkeys (a primo ascolto quasi irriconoscibili) e Beach House. Rimango allergico all’idea di classifica, soprattutto se di fine anno, ma resto fermo nella convinzione, già espressa un annetto fa, che non dobbiamo perdere la curiosità, la voglia di conoscere nuova musica e arte inesplorata. Perché questo 2018 non ci ha fatto uscire dalla crisi e dobbiamo combattere i vuoti e le paure con la bellezza. Per farlo, basta tirare giù lo schermo e ascoltarla sul serio la musica, leggere davvero i libri, guardare coi propri occhi dal vivo tutto quello che ci scorre sul feed dei nostri social. Ecco la mia lista di alcuni degli album che ho suonato, ascoltato e di cui ho scritto di più, con la speranza di scoprirne altrettanti (a proposito, due delle cose più belle che ho disseppellito in questo 2018 sono la discografia di Om Alec Khaoli e una compilation di new wave olandese degli anni Ottanta dal titolo Kale Plankieren: Dutch Cassette Rarities 1981-1985 Volume 1!).

PS: portiamoci anche un po’ avanti col lavoro, magari tenendo d’occhio gente come Dermont KennedyBülow, Glowie, Easy Life o Sam Fender che forse nel 2019 faranno uno dei dischi delle vostre classifiche di fine anno.

Tracklist