Migliori album 2018. La classifica di Elena Raugei

Parallelamente alle analisi delle classifiche musicali di alcune delle più importanti testate musicali procediamo con le considerazioni e le classifiche dei nostri collaboratori: Elena Raugei

Su SA trovate le classifiche personali di Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come COS, Quietus e NPR.

2018 schizofrenico, per quanto mi riguarda, contrassegnato dalla chiusura della rivista in cui ho militato per quasi vent’anni, “Il Mucchio”. È invece il terzo anno di fila che mi ritrovo a stilare una lista riepilogativa per SentireAscoltare ed è sempre più difficile tracciare un filo conduttore in tempi di proposte estremamente varie e mancanza di reali “movimenti”, nuovi o retromaniaci che siano. L’unica cosa che “muove”, in maniera incontrovertibile, parrebbe essere il cattivo gusto, quello che porta spesso e volentieri i numeri. Anche se poi, a ben vedere, è difficile se non ottuso ragionare a compartimenti stagni: pensiamo che i BowLand, trio persiano d’azione a Firenze con alle spalle un più che intrigante album di world-trip hop, Floating Trip del 2017, si sono ritagliati uno spazio nella vetrina benpensante di “X Factor Italia” senza scendere a compromessi stilistici. Fa quasi più paura farsi un giro nei circuiti adibiti all’Itpop “indie”, no? Ma andiamo avanti. I miei “movimenti” preferiti partono sulla stessa asse franco-canadese, quella appartenente a Marie Davidson, sia in veste individuale, con l’intelligente mix di italo-disco, minimal techno e industrial per spoken text del suo quarto album Working Class Woman, sia nel duo condiviso con il marito Pierre Guerineau, Essaie Pas, tornati con l’elettronica dark e psichedelica di New Path, libera reinterpretazione del romanzo di Philip K. Dick, A Scanner Darkly (Un oscuro scrutare, in italiano). Per me si tratta della miglior musica elettronica in circolazione, capace di far ballare il corpo e stimolare la mente, con una peculiare stratificazione di chiavi di lettura. Se in Working Class Woman si esalta l’attività lavorativa, intesa come impegno al servizio delle proprie passioni, e ci si interroga sul senso dalla vita on the road tra locali e DJ set, ricorrendo a citazioni colte che tirano in mezzo tanto la psicologia quanto la psicomagia di Jodorowsky, in New Path si scandagliano le sensazioni ossessive, paranoiche e distopiche scaturite dalla dipendenza, non solo da sostanze stupefacenti, e dal controllo di massa.

Altri due dischi dalle tinte noir che ho particolarmente apprezzato arrivano da Nine Inch Nails e Beach House, marchi di fabbrica ma nel caso specifico anche marchi di garanzia. Bad Witch è Trent Reznor, affiancato ormai in pianta stabile dal fido Atticus Ross, in tutta la sua cupezza. Una cupezza che guarda a Blackstar di David Bowie, omaggiato in digressioni rock-jazz che non avrebbero sfigurato in Strade perdute di David Lynch o nell’ennesimo episodio di Twin Peaks 2.0. Bad Witch conclude così una trilogia inaugurata fra 2016 e 2017 dai più che positivi EP Not The Actual EventsAdd Violence, ma sfodera una sua ben precisa identità lungo poco più di mezz’ora di durata, articolata lungo sei brani che affrontano industrial-metal in discendenza dalle violente sonorità degli anni 90, sperimentazione e una sorta di inedito crooning digitale, da Johnny Cash robotizzato da H. R. Giger. Reznor svela un suadente timbro canoro alle prese con domande sul doloroso vivere contemporaneo, reimbraccia la chitarra elettrica e si mette addirittura a suonare il sax. Centro pieno. Come è un centro pieno la magia rinnovata dai Beach House di 7. È questo il miracolo attuato da Victoria Legrand e Alex Scally, dal 2006 a questo settimo lavoro che ribadisce caratteristiche-chiave, mutuate, sì, dalla storica scuola 4AD ma ormai inconfondibili: la spiritualità trascendente e quasi immateriale, la capacità di sognare a occhi chiusi o aperti, lo schiudersi rigoglioso di melodie dell’altro mondo, i saliscendi emotivi dal basso verso le stelle, il dream pop che culla, evoca ed eleva. Compagni di viaggio: Alan Moulder, il batterista James e l’ex Spacemen 3 Peter Kember/Sonic Boom. Il raggiungimento della massima beatitudine, del cosiddetto “Seaventh Heaven” tirato in ballo da religioni e cosmologia, è assicurato. Al discorso dei marchi di fabbrica/garanzia possiamo poi aggiungere i Low del coraggioso Double Negative: la produzione di B.J. Burton, già ai servigi di James Blake e Bon Iver, contribuisce a trasformare lo slowcore del trio del Minnesota in un pop-rock elettronico che riflette i disturbati e disturbanti Stati Uniti in frantumi. Attivi da venticinque anni, i coniugi Alan Sparhawk e Mimi Parker (e Steve Garrington al basso) non ne vogliono sapere di abbandonarsi a nostalgie o sterili autocelebrazioni e ci consegnano altresì il loro disco più sincopato e abrasivo, fatto di voci tra soul e post-dubstep, beat, loop, rumori, atmosfere tetre e qualche doverosa fiammella di speranza.

Se proprio devo trovare un ulteriore trait d’union, lo individuerei nel fervido giro inglese di Brighton, dove sono sbocciati sia gli Shame sia le Goat Girl, entrambi al folgorante esordio. Gli Shame sono cinque compagni di classe che hanno iniziato a suonare nella sala prove dei Fat White Family. Voce, due chitarre, basso e batteria: dritti al punto, alla ricerca dell’autenticità, sonora e testuale (si parla causticamente di conflitti interiori e anticonformismo). Il provocatorio Songs Of Praise ruota attorno al punk e al post-punk. Il canto declamatorio di Charlie Steen si agita su un apparato strumentale tonico e muscolare, avvolto in mulinelli elettrici da capogiro e ritmiche pestate. «No more questions», per citare uno degli episodi in scaletta, Concrete. Le Goat Girl, guidate dalla frontwoman Lottie, soprannominata Clottie Cream, si riallacciano invece alla tradizione blues-folk-punk ma vantano notevole personalità e un piglio molto urbano, molto lo-fi. Il quartetto lotta a suon di fantasia nel devolutivo contesto post-Brexit. Per il loro primo capitolo in studio, l’omonimo Goat Girl prodotto da Dan Carey, le ragazze hanno snocciolato numerosi brani, concisi e policromi, come improvvise pennellate di colore su tela. Ci berremmo volentieri una birra al pub con tutti loro, magari al Windmill. Mentre per raggiungere gli Idles, altra formazione britannica (post-)punk capace di far deflagrare l’elettricità, dobbiamo spostarci a Bristol: l’emblematico e più definito Joy As An Act Of Resistance è arrivato ad appena un anno di distanza dal biglietto da visita Brutalism.

Parlando di U.K. e nuove stelle, ecco Tirzah, da South London: Devotion, architettato assieme all’amica geniale Mica Levi (Micachu And The Shapes), fa tesoro di un background dubstep e post-grime in canzoni tanto emotive quanto metropolitane, lasciate a galleggiare con tutti i loro tormenti del cuore in un sound minimale che ondeggia tra soul, pop ed elettronica post-trip hop. Si vola forse in America, forse a Torino per mettersi sulle tracce di Yves Tumor, al primo album ufficiale con l’inclassificabile Safe In The Hands Of Love dopo l’ancora acerbo Serpent Music: disorientante, quindi in egual misura iper-contemporaneo e volutamente respingente, il calderone dell’enigmatico producer ribolle strumentali post-jazz, elettronica in grado di coprire lo spettro che va dal noise all’ambient, alt-R&B e hip hop. Tutti e due si esibiranno al prossimo Primavera Sound.

Per citare altri validi “newcomer”, andiamo in Scozia e Irlanda. I misteriosi  ******** di Ailie Ormston e Ω – progetto inizialmente battezzato Guinness, come la celebre e inimitabile birra, “scura e depressiva” – se ne sono usciti con quello che definiscono già il loro primo e ultimo disco, The Drink, che affronta l’indifferenza dell’esistenza occidentale in un curioso teatrino di sperimentazioni weird, attitudine lo-fi, drum machine, brit-punk, new wave arty, jingle pop e chi più ne ha, più metta. Il promettente Rejjie Snow, all’esordio in lungo con Dear Anniesi inserisce da parte sua in quel filone di hip hop confidenziale/sentimentale, in parole povere anti-machista, che ci aveva già conquistato l’anno scorso grazie allo “spirito affine” Loyle Carner: una morbida girandola di collaborazioni – c’è anche Kaytranada – e di sample vintage che si lascia corteggiare da R’n’B, smooth pop, jazz e chanson francese.

Outisider di tutto il mondo, unitevi. Mi piace elogiare i sottovalutati Peter Kernel di The Size Of The Night, un album «scritto, eseguito e registrato al buio», a conferma delle qualità mostrate nei precedenti tre dischi: il duo svizzero-canadese, di Aris Bassetti e Barbara Lehnoff, ad alternarsi al microfono, ama giocare con i contrasti, così come con l’imprevedibilità di brani irrequieti nelle soluzioni dinamiche, difficilmente inquadrabili nella struttura, aperta oltretutto a innumerevoli dettagli di arrangiamento. Potremmo parlare di un art-rock sperimentale, senza rendere però giustizia al mix di ironia e attitudine DIY, nervosismo scattoso e struggente epicità, ritmo primigenio e senso spacey della melodia del loro canzoniere. Altro segreto dell’underground internazionale dalle sfuggenti coordinate geografiche, che meriterebbe maggiori riscontri, sono gli Exploded View dell’ex giornalista politica anglo-tedesca Anika Henderson, sorta di Nico del nuovo millennio: il loro secondo e più accessibile album Obey, inciso a Città del Messico, frulla morbosità post-punk, avanguardia artistoide, dub-industrial e tanta darkness in chiave synthpop-rock. Garantisce Sacred Bones, d’altronde. Per chi non si accontenta delle solite cose, d’obbligo ricordare a ruota l’afro-jazz dei Sons Of Kemet, al terzo disco con l’acclamato Your Queen Is A Reptile, e il nuovo collettivo mascherato di Rocket Recordings, i Bonnacons Of Doom da Liverpool, che nell’esordio a loro nome, Bonnacons Of Doom appunto, officiano una trance psichedelica devota a improvvisazione, ripetizione e volume.

Già, il rock, che taluni si divertono ciclicamente a spacciare per morto, come sta messo nell’A.D. 2018? Tira meno di un tempo, ma dal mio punto di vista gli Esben And The Witch, ammirati dal vivo a Bologna a inizio dicembre, sono un’ottima risposta: sarà che si tratta di una delle mie recenti band di culto, ma il trio inglese capeggiato da Rachel Davies, operativo in quel di Berlino, è incapace di ripetersi e nell’ultimo Nowhere, quinta tappa in studio in un decennio di attività, prosegue ad affinare ottimamente passaggi strumentali espansi, immaginario gotico-romantico, aggressività filo-heavy e melodie dreamy. I danesi Iceage hanno poi compiuto un passo avanti nell’amalgamare rock anarchico e songwriting: alla generazionale mancanza di orizzonti hanno replicato registrando Beyondless, quarto titolo in discografia, più ricco negli arrangiamenti (fiati à gogo), sempre attento alla parte testuale, intrigante nel suo post-punk/blues capace di far agitare le ingombranti sagome di Iggy Pop e Nick Cave. Emergenti da tenere d’occhio, stavolta a stelle e strisce: i giovanissimi losangelini Starcrawler, capitanati dalla figlia d’arte Arrow de Wilde, non si inventano niente ma con il debutto omonimo, Starcrawler, mettono in piedi una centrifuga di rock’n’roll classico, Seventies, inzaccherato di punk e sgorato di glam, che se ne frega delle mode del momento. Hanno faccia tosta, ma devono tenere a bada la boria per non bruciarsi come un fuoco di paglia. E i veterani? Beh, io mi tengo strette The Breeders, che con All Nerve riescono in tutto ciò in cui hanno fallito i Pixies (sigh), o gli Smashing Pumpkins o… l’elenco è lungo. A ben dieci anni dal precedente Mountain Battles, la line-up è la medesima del leggendario Last SplashKim e Kelley Deal, Josephine Wiggs e Jim Macpherson, anche nei divertenti concerti a supporto. Lo stile è inconfondibile: punk-rock e indie pop, nevrosi in tensione e onirismo. Tiro elettrico, melodie forti e andamento umorale. Bene così. Come se la cavano bene, al solito, i mitici olandesi  The Ex: 27 Passports fa le buche con nonchalance anticapitalista.

Categoria solisti: probabilmente, vince Anna Calvi. In Hunter, il suo terzo album, la rocker inglese – da poco residente a Strasburgo – riprende a “bruciare”, recuperando l’intensità di quell’esordio omonimo che, nel 2011, ci aveva conquistato consacrandola a nuova diva barocca. Cantautorato mélo e new wave ombrosa accompagnano le gesta di una protagonista femminile che, come da titolo, veste i panni della predatrice, anziché della stereotipata preda. Un album queer, volto all’abbattimento dei ruoli di genere, alla sessualità fluida. Le percussioni sono cardiache. La chitarra è una colata di oro, oppure è una lama di rasoio. La voce è viscerale ed enfatica, su testi in flusso di coscienza dalla potente simbologia classica. Si oscilla tra desiderio sovversivo e catarsi. Canzoni rosse: sarà sangue o rossetto?

Il 2018 ha visto anche il ritorno di due autrici che, semplicemente, adoro: Eleanor Friedberger Soap&Skin. La prima, americana di origini mezze greche, messa da tempo in stand by l’avventura in compagnia del fratello Matthew nei Fiery Furnaces, l’indie band più originale ed eclettica degli anni Zero, compie un’altra delle sue proverbiali sterzate: Rebound, quarto album in proprio a seguire il folk-rock classicista di New View, prende titolo da un club goth-disco di Atene, che ha ispirato non a caso musiche pop a base di synth e batterie programmate, estrose nelle soluzioni, surreali nel vivace uso delle parole, fresche nella loro leggerezza arguta e policroma, orecchiabili e cool. Da jukebox dei sogni, insomma. In From Gas To Solid / you are my friend, attesa rentrée della geniale austriaca Anja Plaschg, non ci sono colori ma non c’è nemmeno il nero pece del capolavoro Lovetune For Vaccum, partorito appena maggiorenne e risalente al 2009. Pianoforte, archi ed elettronica (e sporadici fiati jazzy) suonano adesso più radiosi, mentre la sofferenza lascia il posto a una generale apertura verso l’esterno, verso l’umanità. C’è qualcosa di ancestrale, diremmo sacrale, a suo modo di imponente e misterioso, che aleggia dalla prima all’ultima nota. Pathos e delicatezza, per una lunare solarità.

Sono le donne a dettare legge, non si era capito? Potremmo continuare con Ex:Re (il sorprendente progetto in solitaria di Elena Tonra dei Daughter: nato per esorcizzare una relazione al capolinea, tra un pianto e una sbornia, e sviluppato attraverso ballad-lettere mai spedite, Ex:Re è intimista eppure impulsivo, cantautorale eppure moderno), con Julia Holter (il concept su cui poggia il complesso ed eccentrico Aviary, cioè «la cacofonia della mente in un mondo che si sta sciogliendo», vola alto su art-pop e avanguardia, musique concrète e sintetizzatori distopici) e Anna von Hausswolff (il rituale dark-neoclassico officiato a suon di doom e drone music di Dead Magic ne riattesta la caratura). Potremmo andare avanti, volendo, con Joan As Police Woman, Marissa Nadler, Cat Power, Carla Bozulich e St. Vincent, alle prese con opere non cruciali nell’ottica delle rispettive carriere ma più che oneste e meritevoli di attenzione. Sul fronte opposto, a dispetto di vari exploit (uno su tutti, Daniel Blumberg), ho gradito soprattutto le uscite misurate di  John Parish (Bird Dog Dante solca traiettorie folk, alt-rock, blues e jazz, aprendosi a suggestioni orientaleggianti e venature post-ambient, avvalendosi dei contributi di PJ Harvey, omaggiando tra gli altri Mark Linkous degli Sparklehorse: nel complesso, una bella prova firmata da un musicista navigato, che non ha più nulla da dimostrare ma che mette in chiaro di essere bravo tanto a scrivere canzoni quanto a sperimentare) e Father John Misty (Josh Tillman, in God’s Favorite Customer, ha ripreso in mano la sua maggior abilità, quella cioè di saper scrivere love song comunicative, capaci di flirtare con pop, folk e soul, con grandeur e humour, dribblando la verbosità che l’anno scorso aveva messo seriamente a repentaglio la godibilità di Pure Comedy).

In ambito pop e black, le star si chiamano Rosalía (El Mal Querer, con le sue ibridazioni fra tradizione flamenco e alt-R’n’B, con il suo articolato impianto narrativo e visivo, è stato un colpo di fulmine) e Janelle Monáe (l’afrofuturismo di Dirty Computer ha messo d’accordo pubblico e critica, con riflessioni femministe di stampo post-soul e hip hop, condite da melodie super pop, elettriche rock e groove funky). Rosalía e Janelle Monáe sono pressoché perfette dal punto di vista radiofonico, ma il loro DNA è troppo raffinato perché possano essere inquadrate come proposte accomodanti. Menzione per il neo-soul dei The Internet di Syd (Hive Mind mancherà un po’ di mordente ma è impeccabile) e per il fenomeno macina-tutto da festival estivo che sono i Confidence Man (la pop-dance caciarona di Confident Music For Confident People non può non strapparvi un sorriso). Spostandosi appieno in campo elettronico, tra le tante release lodevoli, il mattatore per antonomasia è Oneohtrix Point Never: ispirato a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Age Of incrementa l’uso delle voci, per quanto filtrate, e schiera ospiti come James Blake, ANOHNI e Prurient, con un sound design futuristico che calza alla perfezione al setting fantascientifico. Nonostante sia una raccolta di vecchio materiale, non dimentichiamo 2012-2017 di A.A.L, alias danzereccio di Nicolas Jaar: house che fa “brillare” la pista, né più né meno, tra campionamenti da passato e presente (compreso Kanye West), beat a cassa dritta e pianoforti, funk ed esotismo.

È sempre costituito da materiale recuperato dal passato, per la precisione dal 1992-1993 in cui la seconda stagione di Twin Peaks veniva trasmessa per la prima volta in TV, il primo disco marchiato Thought Gang: dietro ci sono Angelo Badalamenti e David Lynch, a trafficare con il jazz. Quello, ovviamente, più free form ed esoterico che possiate immaginare. A proposito di cinema: John Carpenter ha fatto efficacemente ritorno al mondo delle colonne sonore synth-rock con Halloween: Original Motion Picture Soundtrack e Thom Yorke ha esordito con Suspiria (Music For The Luca Guadagnino Film) – impossibile eguagliare i Goblin, così come impossibile per il regista siciliano eguagliare Dario Argento, ma il cantante dei Radiohead se l’è cavata con brani tra elettronica, krautorock e orchestrazioni. La palma di miglior colonna sonora va allora a Annihilation – Music From The Motion Picture di Ben Salisbury & Geoff Barrow (Portishead, BEAK>): serpentine elettroniche intimiste e terrorizzanti, corde acustiche al crepuscolo, drone famelici, vocalizzi new age e archi. Sino all’incontro del terzo tipo con il multiforme pezzo The Alien, memorabile accompagnamento per una sequenza di danza cosmica.

Cosa è successo, per terminare i bilanci, nell’Italia alla quale accennavamo in apertura del nostro excursus? Di sicuro, ottima notizia per un Paese sotto molti aspetti anacronistico, l’elettronica ha rappresentato il piatto principale: penso a due generatori di universi come Bruno Belissimo (impreziosito da un’estetica horror da B movie, Ghetto Falsetto può essere scambiato per un semplice divertissement ma in realtà è un tributo sopraffino alla nu-disco vintage, quella fatta di texture house tra Grande Mela e Scandinavia così come di ritmi esotici e strumenti suonati, a partire dall’inseparabile basso funky per continuare con sax sontuosi e possenti corde elettriche) e Capibara (OMNIA è un compendio ibrido di vita vissuta, in quel di Roma, e riferimenti alla cultura alta e bassa, dai videogame giapponesi al cinema, sotto un cielo di techno e hip hop, nuance afro e latine, reggaeton di qualità e featuring di peso, dai Dengue Dengue Dengue in giù). Oppure, in misura minore, penso a Yakamoto Kotzuga Giorgia Angiuli. Per il resto, si riscontra l’ottimo stato di salute della musica strumentale: i Calibro 35 orchestrali di Decade e il GDG Modern Trio – Bruno Dorella, Stefano Ghittoni e Francesco Giampaoli, per servirvi – del cinematico Spazio 1918 offrono roba per palati fini. Nel panorama alternativo, svettano i Father Murphy di Rising. A Requiem For Father Murphy: salutiamo il duo di Federico “Freddie” Zanatta e Chiara Lee, giunto al suo epilogo con una messa per “il defunto” che ricalca le composizioni reiterative e gloriosamente ariose degli stessi requiem. Father Murphy è morto, lunga vita ai Father Murphy! Calerei il sipario rendendo ogni merito a formazioni di sostanza quali Mamuthones, Go!Zilla Comaneci (tutti in progressiva crescita), Starcontrol e Serpentu (ambedue al “buona la prima”), ma l’esaustività è impossibile. Ricollegandosi da ultimo alla forma-canzone, sempre più difficile da affrontare in maniera convincente: il Gigante di Himalaya ha fornito un’alternativa credibile a Colapesce e IOSONOUNCANE mantenendosi in equilibrio tra folk all’ukulele, new wave, elettronica e sfumature gipsy, mentre Cosmo ha dilagato nel doppio Cosmotronic, siglando un gran successo sia sulle piste da ballo club-oriented sia nell’aggiornamento della nostra tradizione melodica. Bene anche Beatrice Antolini e Lucia Manca. Per trovare la canzone con la C maiuscola, citofonare altrimenti come da prassi ai Baustelle: i dodici “pezzi facili” de L’amore e la violenza vol. 2 assecondano sonorità analogiche, melodie spregiudicate e giocoso piglio synthpop, rimanendo impresse immediatamente in testa. Come a dire che, anche quando si abbandonano al disimpegno, Francesco Bianconi e soci restano senza rivali: fuoriclasse. A proposito di Baustelle, è di Rachele Bastreghi la miglior cover nella miglior iniziativa compilativa dell’anno, focalizzata sul tardo Battisti sperimentale del periodo 1986-1994: l’interpretazione electro-dark de Le cose che pensano, contenuta ne La bellezza riunita, è da ascoltare in loop. Di bellezza ne abbiamo elencata più che a sufficienza per ora. Buon 2019.

  1. Marie Davidson – Working Class Woman
  2. Essaie Pas – New Path
  3. Nine Inch Nails – Bad Witch
  4. Beach House – 7
  5. Anna Calvi – Hunter
  6. Shame – Songs Of Praise
  7. Goat Girl – Goat Girl
  8. Low – Double Negative
  9. Soap&Skin – From Gas To Solid / you are my friend
  10. Eleanor Friedberger – Rebound
  11. Esben And The Witch – Nowhere
  12. Peter Kernel – The Size Of The Night
  13. Exploded View – Obey
  14. Tirzah – Devotion
  15. Yves Tumor – Safe In The Hands Of Love
  16. Calibro 35 – Decade
  17. Rosalía – El Mal Querer
  18. Bruno Belissimo – Ghetto Falsetto
  19. Capibara – OMNIA
  20. Janelle Monáe – Dirty Computer
  21. The Breeders – All Nerve
  22. GDG Modern Trio – Spazio 1918
  23. Father Murphy – Rising. A Requiem For Father Murphy
  24. ******** – The Drink
  25. Oneohtrix Point Never – Age Of
  26. Ex:Re – Ex:Re
  27. John Parish – Bird Dog Dante
  28. Julia Holter – Aviary
  29. A.A.L (Against All Logic) – 2012-2017
  30. Baustelle – L’amore e la violenza. vol 2
  31. Sons Of Kemet – Your Queen Is A Reptile
  32. Anna von Hausswolff – Dead Magic
  33. Rejjie Snow – Dear Annie
  34. Iceage – Beyondless
  35. Father John Misty – God’s Favorite Customer
  36. Yakamoto Kotzuga – Slowly Fading
  37. Ben Salisbury & Geoff Barrow – Annihilation – Music From The Motion Picture
  38. Bonnacons Of Doom – Bonnacons Of Doom
  39. The Ex – 27 Passports
  40. Starcrawler – Starcrawler
Tracklist