Songwriting di classe, il post punk dove non te lo aspetti e una spasmodica passione per l’electro sono le tre traiettorie lungo le quali si muovono le uscite discografiche di questo ultimo weekend di gennaio. Rispetto a quelli scorsi, nessun nome altisonante o progetto con una promozione particolarmente danarosa, ma va benissimo così.
All’ombra delle grandi operazioni di marketing e dell’hype si nascondono spesso ottimi prodotti. È il caso dell’album che segna il ritorno di Destroyer ovvero l’alias dietro il quale si nasconde Dan Bejar, che prosegue la sua immersione meditabonda nel presente con un lavoro che porta in superficie febbre e brillantezza del wave-pop anni Ottanta, avvolgendo di effervescenza nervosa la consueta densità amniotica delle melodie (recensione di Stefano Solventi in arrivo). Ed è il caso di Ben Watt, che in Storm Damage cambia direzione sonora per pasturare qualcosa di assieme futuristico e rétro (definizione sua). Lo fa con un trio per pianoforte verticale, contrabbasso e batteria, e quel che ne esce sono solide canzoni tra Joe Jackson e The The (recensione di Marco Boscolo). Anche Torres, che con Silver Tongue arriva al quarto album, ne scrive di buone arrangiandole questa volta in solitaria. Il suo è un cantautorato synth-elettronico non a presa rapida come quello dei Poliça di When We Stay Alive (recensiti da Raimondo Vanitelli), ma dopo qualche ascolto, assicura Raugei, la qualità emerge appieno.
Dall’Italia, rispetto al songwriting, c’è da segnalare Cinque, il nuovo EP di Giovanni Truppi che vede ospiti come Calcutta, Brunori SAS e La Rappresentane Di Lista. E volendo pure Dan Deacon con la sua proteica synthdelia a cavallo shoegaze e dream pop, punk e rock, possiamo dire che scriva dei pezzi, anche se ce la mette tutta per disintegrarli nei suoi iper vitaminici arrangiamenti. In Mystic Familiar ne scrive di fiabeschi alla ricerca di una magia perduta propria solo di gente come Daniel Johnston e Flaming Lips. Ecco, prendete loro e spediteli in un razzo per gli anelli di Saturno e avrete un’idea di come suoni questo disco.
Uno che non viaggia nello spazio ma direttamente dentro i circuiti delle macchine è invece Squarepusher, che in Be Up A Hello rimette mano e cuore a computer e armamentario di gioventù per ritrovare il gusto, la spontaneità e l’euforia provati nel comporre le sue prime adrenaliniche tracce. Il divertimento è palpabile, l’effetto nostalgia scansato e quest’omaggio alla scena hardcore rave dell’Essex dei primissimi Novanta altrettanto riuscito. Entusiasmo e godimento per la composizione sono palesi anche in Like We Never Existed, EP di Peder Mannerfelt che va dritto in pista con un misto di noise, techno, electro e IDM sparato a 140 bpm. Bene così. Al contrario, chi preferisce un viaggio attraverso paesaggi e ritmi di vita antichi e silenziosi, lontani dal caos frenetico occidentale, è il Massimo Zamboni de La Macchia Mongolica. Un ritorno in Mongolia il suo, con un disco che assomiglia per certi versi al progetto Alone di Maroccolo, ovvero sembra la colonna sonora, più che il documentario connesso.
Chi fa del post punk che non ti aspetti questo WE è Against All Logic, l’alias dance di Nicolas Jaar che in Illusions of Shameless Abundance assolda Lydia Lunch, Estado Unido e FKA Twigs per uno scuro dittico di rasoiate electro (la title track) e bordature r’n’b screziate da effettistica industrial (Alucinao). Più nota è la passione per il genere di Donato Dozzy e del collettivo Retina.it, che sotto l’alias Men With Secrets lavorano nel loro Psycho Romance & Other Spooky Ballads su un mix di techno ed ebm rigorosamente 80s, tra Dangerous Liaisons e Cabaret Voltaire animati da rigore, inventiva e ispirazione.
Tra le altre uscite del WE troviamo gli SQÜRL di Jim Jarmusch e Carter Logan, che fanno uscire Some Music For Robby Müller, ma anche Dakota Suite – nome d’arte del noto chitarrista slowcore britannico Chris Hooson – e il pianista francese Quentin Sirjacq con The Indestructibility of The Already Felled. Non ultimo, è uscitoHigh Road, il nuovo album di Kesha.