Weekend discografico. In ascolto Calibro 35, Wire, Black Lips, Nicolas Godin, Mariposa e altri

Tanto rock, tanta buona musica. Dall'Italia Mariposa e Calibro 35, Submeet e Stromboli. Il ritorno pop-rock degli ottimi WIRE. Le colonne sonore di "Sex Education" e "The Turning", il thriller di Floria Sigismondi. E tanto altro...

Se già il weekend scorso è stato bello intenso a livello di uscite e di album di livello, con questo possiamo dire che il 2020 è iniziato con il piede giusto. E questo è un fine settimana che è tanto un giro attorno al mondo quanto un giro alla fine del mondo.

Partiamo dall’Italia e non a caso, entrambi ottimi i ritorni di MariposaCalibro 35. I primi, con Liscio Gelli hanno scodellato un disco pop sofisticato, arty a 360°, con echi medio-orientali, balcanici, circensi, desertici, psichedelici, cantautorali e chi più ne ha ne metta (recensione di Massimo Padalino in arrivo); i secondi, non meno massimalisti, con MOMENTUM, spaziano dall’America al Vecchio Continente pasturando un vasto insieme di suggestioni e sonorità sempre molto cinematografiche, che vanno dalla cosiddetta “New Wave of British Experimental Jazz” ai BADBADNOTGOOD e Gian Piero Reverberi e oltre (recensione di Andrea Murgia).

Spostandoci proprio negli States ritroviamo i Black Lips alle prese con il loro strombazzato disco country che è poi il loro personale modo di affermare che suoneranno più roots del solito senza rinunciare a tocchi di più moderno boogie e glam. Sing In A World That’s Falling Apart suona come se i Rolling Stones si fossero messi a suonare il blues delle origini o come il Neil Young di Comes a Time, ma soprattutto è una prova compatta, solida e generosa degna di una band ormai rodatissima e mai doma (recensione di Andrea Macrì in arrivo). E sempre a proposito di sonorità tipicamente USA riecco il texano Terry Allen che nel suo Just Like Moby Dick, recensito da Marco Boscolo, ci regala invece del comfort food in formato canzone tipicamente stellestrisce. Niente male davvero.

È un weekend particolarmente ricco di chitarre e sonorità rock, questo del 24-26 gennaio, e ne sono buoni testimoni gli album degli italiani submeet, che dicono siano la band preferita dei Preoccupations, e delle colonne portanti del post punk Wire, che si sono anche beccati la copertina del prestigioso magazine… WIRE, con il loro illustratore a sbizzarrirsi con la titolazione. In un momento storico in cui ci si entusiasma – anche giustamente – per la risorgenza del post-punk tra le più giovani generazioni, dischi come Terminal e Mind Hive rappresentano nuove occasioni per tastare il polso a un genere vivo ma anche integrato rispetto a un contemporaneo clima socio-economico per molti aspetti paragonabile a quello degli 80s, con la band italiana a conquistare con il suo mix di post-punk, shoegaze e noise-rock, e quella britannica ad offrire un’interessante, nonché personale, prospettiva del pop-rock più “classico” sempre in bilico tra tensione, eleganza e sperimentazione (recensione di Tommaso Iannini).

Altro ritorno in ambito chitarristico è quello dei non indispensabili Wolf Parade. Il loro quinto lavoro Thin Mind è stato registrato ai Disque, ovvero in un fienile convertito in studio nelle foreste dell’Isola di Vancouver, con John Goodmanson che ha lavorato con Bikini Kill e Sleater-Kinney dietro al bancone. Siamo sulla linea di confine tra i compaesani Arcade Fire e i britannici Editors per capirci, ma non è una novità per loro e nemmeno per noi. Proprio dalla chitarra parte il sesto album del canadese Andy Shauf, polistrumentista solitamente avvezzo al piano finora, che con The Neon Skyline confeziona il suo lavoro migliore dipingendo una lunga notte dell’anima e del rimpianto, riflettendo un tema sempre attuale come lo scorrere del tempo e costruendo cinematograficamente un immaginario tanto concreto quanto sognante (recensione di Davide Cantire in arrivo).

Per quanto riguarda invece il binomio rock e psichedelia, sempre dall’Italia abbiamo gli Handshake e i Big Mountain County con i rispettivi Somewhere Else e An Ice Cream Man On The Moon. Sul lato delle colonne sonore che hanno fatto largo uso di un immaginario rock abbiamo invece The Turning (omonimo thriller diretto da Floria Sigismondi) – con le musiche, tra le altre, di Kim Gordon, Alice Glass, Soccer Mommy e Coutney Love – e Sex Education composta dall’ottimo Ezra Furman.

Chi il rock lo porta a una delle sue estreme conseguenze è invece Stromboli. Il suo Ghosting è, nelle parole di Nazim Comunale, denso e lieve al tempo stesso, pieno di esplorazioni, rifrazioni, allucinazioni, sottrazioni. Uno Stalker sotto le luci strobo di un capannone vuoto, dopo i fasti di un rave. E di esplorazioni parliamo anche nel caso della norvegese con base a New York Okay Kaya, che nel suo Watch This Liquid Pour Itself si psicanalizza utilizzando un linguaggio diversissimo eppure altrettanto ibrido, in precario equilibrio sulle coordinate del folk come del pop, del dream come della disco (recensione di Valentina Zona).

A proposito di commistioni disco: i veterani dance pop Pet Shop Boys sono usciti con HOTSPOT a completamento di una trilogia accanto al produttore di fiducia Stuart Price. C’è del manierismo glitterato e molta prevedibilità da queste parti, eppure la coppia sopravvive dignitosamente al passare del tempo secondo Marco Braggion, che è l’autore della recensione anche di un altro bel disco pop (in senso architettural-ambientale), Concrete and Glass della metà degli AIR Nicolas Godin. Lavoro godibilissimo il suo, privo di novità rispetto a quanto già professato dalla discografia della formazione parigina, ma non per questo scontato. È come sempre basato su una versione cupa, melodica e nebulosa della techno il nuovo album di Recondite, che con Dwell torna su Ghostly International.

Altra prova interessante è Navarasa: Nine Emotions del trio Yorkston/Thorne/Khan, recensito da Beatrice Pagni: un compendio (forse troppo enciclopedico) sulle nove (nava) emozioni o sentimenti (rasa) delle arti: il percorso istintuale sembra ancora lontano ma le idee brillanti dei tre si fanno piacevolmente sentire. Last but not least: è uscito Naples Calling, il ritorno, a otto anni dal successo di Naples Power, della band crossover di Scampia (Napoli) ‘A67, che secondo quanto leggiamo nella nota stampa ha deciso di farsi «internazionale nel suono e nel linguaggio», dichiarazioni che trovano le loro ragion d’essere nel titolo del disco, un esplicito omaggio a London Calling dei Clash (giunto al quarantennale dall’uscita).

Sul lato dei singoli segnaliamo TOY dei Chromatics con l’omonimo brano – a sfoderare un tiro più dance rispetto al consueto incastro tra synth pop e dream pop della premiata ditta – presentato in tre differenti versioni: singolo, (l’immancabile) on film e strumentale; Baby di Four Tet, un classico pezzo now age del producer in equilibrio tra dancefloor e intimità, robusta cassa in quattro e suoni d’aria a illuminare gli angoli; Broken Boy, traccia d’apertura di Social Cues, l’ultimo album della formazione del Kentucky Cage the Elephant pubblicato lo scorso anno, nella nuova versione con Iggy Pop. Il tiro qui – un nervoso elettrock alienato ed androide à la Devo affettato a colpi di jangle – è rimasto lo stesso, solo che da queste parti c’è l’Iguana che si prende lo spazio di alcune strofe. Non male. C’è poi il terzo estratto dall’EP Is It Any Wonder di David Bowie, una versione alternativa del brano Stay (apparso originariamente sull’album Station to Station che proprio ieri ha compiuto 44 anni).

Tracklist