Weekend discografico. Tra i dischi in streaming, Sharon Van Etten, Toro Y Moi, Deerhunter, Nada e I Hate My Village

Blake, Blake e ancora Blake. L’analisi in profondità sul disco ce l’ha fornita Gabriele Marino, qui ci limitiamo al first listen del caso su Assume Form e l’impressione è davvero buona. Il crooner, il soulman melanconico del 21 secolo, il fantasma sul punto di materializzarsi (Mark Fisher docet), ha trovato il grimaldello per scardinare la Casa Bianca dell’Hip Hop scavando alle fondamenta dei suoi eccessi, della sua stessa corporeità e ostentazione. Lo ha fatto entrando, come profumo o essenza, nelle pieghe e nei circuiti del suo figlio più vezzeggiato, condiviso e immensamente popolare, perché se c’è un filo rosso a unire il novecentesco Blake ai trapper social-virtualizzati dal video post convulsivo, se c’è un cifrario per comprenderne il senso sul/nel presente, è proprio a partire da questa solitudine matericamente fredda, cromatica, invisibilmente anafilattica.

Materia liofilizzata proprio come i rullantini post-808 che sentiamo tanto in Mile High quanto in 7 rings, l’ultimo singolo, all’interno di una rapida infilata di tre, della Lolita per eccellenza di questi tempi digitali illuminati di led colorati, ovvero Ariana Grande. Curioso mettere a confronto le due canzoni, con la prima a tirare in ballo l’edonismo dell’esclusivo club di «chi ha fatto sesso tra i cieli» per farne una ballata esistenziale e la seconda a inscenare la più innocente delle apologie sul consumismo. I 7 anelli sono quelli comprati dalla popstar da Tiffany per sé e le sei amiche in un giorno di quei giorni partiti male, con una storia d’amore da dimenticare, e finiti nel migliore dei modi, spendendo un sacco di soldi, nel suo caso non da H&M ma al luxury shop di fiducia, proprio come farebbe un altro Lamborghini munito come Future, anche lui con l’ennesimo disco fuori (Drake insegna) Future Hndrxx Presents: The WIZRD.

Senza far la morale a nessuno, l’intreccio tra questi scambi e personaggi è comunque interessante: in passato, nella stanza delle leve e dei bottoni, dietro al trapper c’era spesso Metro Boomin, lo stesso che ha co-prodotto alcune tracce di Assume Form. E se non c’è dubbio che agli occhi voraci di rapper e produttori in cerca di talenti e rinnovamenti come Kanye West, Travis Scott, lo stesso Boomin ecc., il compositore britannico – come l’amico di lui Bon Iver – non è altro che un quadro da appendere su questa o quella produzione, il Jussie Smollett / Jamal Lyon di Empire, il solista femmineo che sussurra il ritornello nell’introversa ballata del pur maschio lui, a far pendere l’ago della bilancia è sempre il risultato di questi giochi. L’ago pende sempre dalla parte di chi possiede visione artistica, talento e urgenza. Blake ce l’ha avuta, ha giocato dentro il sistema e applicato una più duttile forma (pop) alla sua musica, consegnando un nu standard alle masse che lo vogliono vedere altro da sé rispetto al King Of Pain di Police/stingiana memoria.

Se James Blake tira in ballo qualcosa come l’anima all’interno dell’attuale material world (anima che non è certo quella del Ligabue di Luci D’america), una che si strappa il cuore e te lo sputa in faccia è la Sharon Van Etten del Remind Me Tomorrow recensito da Beatrice Pagni. Il suo è un altro ottimo disco, di quelli fatti da gente che prende le cose di petto e ti fa sbirciare dentro, aprendo uno squarcio sulla fatica fatta per ottenerle, in pratica che mettono dentro all’arte il tumulto IRL.

Un approccio similmente vissuto e autobiografico nell’affrontare vita e musica in un colpo solo ce lo fornisce il buon Steve Gunn di cui scrive su queste pagine Valerio Di Marco. Il suo The Unseen In Between si presenta bene anche solo per il titolo scelto per rappresentarlo, e anche per il fatto che pur contemplando la scomparsa di un caro non vuole una spalla su cui piangere ma chiede «la disponibilità a sintonizzarsi insieme a lui sull’assunzione di un’ottica non convenzionale». Eppoi nel binomio arte/vita c’è sempre chi sceglie la sacrosanta via della fuga disattendendo le attese, fugando le ansie, imboccando anzi la via di una splendida (inevitabile, perpetua, salvifica) transizione. Lo fanno i Deerhunter di Why Hasn’t Everything Already Disappearedrecensiti da Andrea Macrì – che al netto del clavicembalo (non certo in direzione Oneohtrix Point Never) ci regalano uno dei loro dischi psych pop rock con il solito ottimo livello d’artigianato e un pizzico di magia.

È veramente un bel weekend questo con il quale iniziare l’anno, c’è un sacco di altra roba di cui parlarvi anche a livello di uscite italiane: Prezioso è il disco postumo di inediti di Gianmaria Testa, Atlantic Thoughts l’interessante album dei Pashmak, band milanese con origini siciliane, lucane, statunitensi e iraniane che unisce un DNA fondamentalmente electro ad elementi tribal, pop e art rock. Ce ne parla Nicolò Aprinati. Poi c’è Nada che torna a collaborare con John Parish in E’ un momento difficile, tesoro muovendosi sui suoi classici appassionati binari tra fragilità e ruggiti, introspezione e slanci. Poi c’è il supergruppo più chiacchierato dello stivale, gli I Hate My Village con l’omonimo I Hate My Village dal tiro afro, molto spinto ritmicamente, e non è certo un caso dato che due dei tre fondatori hanno condiviso gli stessi palchi di Rokia Rraorè e Bombino.

Passando a lidi più elettronici ma comunque circuitati dal formato canzone, ecco che ti rispunta Toro Y Moi. Il suo Outer Peace secondo Fernando Rennis – che lo ha recensito – è un disco equilibrato, sempre sotto i led di una chill-tropicale, in grado di spaziare dagli amati 80s alla trap, dall’intimismo ai toni agrodolci di un Drake con la consueta zampa felina. Sul lato delle distopie invece questo fine settimana troneggia senza rivali 7 Directions, l’album di debutto di Nkisi, producer congolese di stanza a Londra, fondatrice del collettivo NON Worldwide assieme a Angel-Ho e Chino Amobi. Il disco è ispirato alla cosmologia Bantu-Kongo, gruppo etnico dell’Africa centrale, e agli scritti dello studioso Dr. Kimbwandende Kia Bunseki Fu-Kiau. Roba da racconto di H.P. Lovecraft.

Sull’indie citiamo tre dischi: Pedro The Lion (Phoenix), Pi Ja Ma (Nice to Meet U) e Juliana Hatfield (Weird). Sul post-punk Valerio di Marco è rimasto un po’ deluso dal ritorno dei Twilight Sad (It Won/t Be Like This All the Time). Sull’indie rap/hip hop, Aesop Rock e il musicista elettronico Tobacco trovano la quadra a nome Malibu Ken nell’omonimo Malibu Ken mentre all’incrocio tra rock, ambient, noise e attitudine progressive interessanti paiono i Helium Horse Fly di Hollowed. Sul songwriting rock di qualità abbiamo Myth Of A Man dei Night Beats. Non ultimi, tornano i Fun Lovin’ Criminals con Another Mimosa e Joe Jackson con Fool.

18 Gennaio 2019 di Edoardo Bridda
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