Recensioni

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Fin troppo facile esaltarsi per l’ultimo (definitivamente?) Childish Gambino. È un disco con tutte le carte al posto giusto, un prodotto che sembra quasi studiato a tavolino per accendere i facili entusiasmi dei superficiali amanti della musica black. Come se bastasse buttare lì una promozione interessante – lo streaming integrale non-stoppabile e non-skippabile sul suo sito – e un po’ di stile per fare il disco dell’anno. C’è chi chiama in causa Frank Ocean, chi cita To Pimp a Butterfly, e lo sport è sicuramente quello. Il campionato però no.

Perché questo non è probabilmente nemmeno il miglior disco pubblicato da Glover. Che resta, innegabilmente, il miglior rappresentante di una precisa nicchia di afroamericanità: è più stiloso di Kendrick, è più impegnato e politico di Paak (almeno dopo This Is America), è più spendibile come eroe del popolo di Kanye, e come ha fatto Lamar con Black Panther, ha dimostrato di poter infilare un piedino nel mainstream targato Disney con il remake del Re Leone e quella schifezza di Solo: A Star Wars Story. Gli unici fallimenti nel suo percorso recente sono la famosa – e ormai terminata – collaborazione con Adidas e il flop di Guava Island in cui era co-protagonista assieme a Rihanna. Il suo essere meritatamente sulla cresta dell’onda non deve però tradursi in un acritica esaltazione a priori di qualsiasi cosa licenzi: 3.15.20 è un discreto disco, ma non è il disco black migliore dell’anno – se tale dovesse rivelarsi, sarà stato un anno veramente povero. Ha una produzione di livello altissimo, una stratificazione invidiabile, senza dubbio. Ma in definitiva non aggiunge assolutamente nulla di nuovo. Perché il ponte tra r&b/hip hop e tutta quella psichedelia funk anni ’70 targata George Clinton l’aveva già costruito (e meglio) nel precedente Awaken, My Love!. A questo giro Glover si limita a tributare una serie di riferimenti continuando a cambiarsi d’abito. Il problema è che l’abito è già stato confezionato (e meglio) da altri. Si prende un po’ di cyber-qualcosa mischiando Yeezus e i Daft Punk, un po’ di hip hop a cavallo tra ’90 e ’00, qualche svisata psichedelica che può suonare innovativa solo a chi non ha ascoltato musica negli ultimi 15 anni, un po’ di folk à la Bon Iver di sfondo e via così, con il fantasmino di Prince a sorvegliare su tutto. 

Resta da capire come mai nell’ultimo paio d’anni Childish Gambino abbia attecchito così tanto anche in Italia. Sicuramente con il disco del 2018 è riuscito a piacere anche a tante persone fuori da ascolti hip hop, perché quello resta un album che guarda più a Maggor Brain che a Frank Ocean. E fin qui tutto bene. Il boom definitivo è però arrivato con il video di This Is America, che a un certo punto era diventato virale anche da noi. La critica mossa a quel pezzo in primis da chi già seguiva Glover era anzitutto al pezzo in sé, non particolarmente musicale se preso da solo. Ma la forza del video, di un simbolismo elementare e proprio per questo così potente e immediatamente decifrabile da chiunque, da sola è bastata a spingerlo definitivamente fuori dal suo recinto di origine. Ecco allora il definitivo sorpasso su Anderson .Paak, uno che per talento puro guarda Glover dall’alto in basso ma un altro che ancora deve firmare un disco DAVVERO memorabile. Ma parliamo di numeri, notorietà e (grazie ai film e ad Atlanta) status. Musicalmente la carriera a nome Childish Gambino si risolve in un paio di dischi hip hop pasticciati e confusi e un ottimo album tributo alla psichedelia black degli anni ’70. Punto. 

In questo capitolo conclusivo invece ci si limita a (ri)pescare tra le tendenze degli ultimi anni e a scopiazzare a destra e a manca. Qualche testo non è male, qualche ritornello resta in testa, la produzione – come detto – è superlativa, ma si naviga nel già sentito. Dopo un’introduzione cinematica che può richiamare vagamente SDP Interlude di Travis Scott la scaletta comincia con il rap technoide su base robo-funk di Algorythm, che sciorina un testo scettico verso un mondo ormai tagliato sulla misura dei social media e dei loro criteri valutativi; alla logica binaria del “mi piace” o “non mi piace” Gambino rivendica un diritto alle sfumature che stiamo perdendo («Like or dislike, coal mine canary / I dream in color, not black and white»). Sono strofe che – appunto – prendono i Daft Punk e il Kanye di Yeezus e li prestano a un ritornello in cui Glover gioca a fare il cosplayer di Justin Timberlake, interpolando la hit anni ’90 Hey Mr. Dj. La successiva Time è un pezzo in cui sostanzialmente Gambino riprende una serie di temi che già aveva affrontato in Because the Internet: la sovrappopolazione mondiale («Seven bilion people / tryna free themselves»), un po’ di ansia da sentori apocalittici («I can see it coming / but it’s moving fast»), la messa in discussione della comune percezione di realtà – provare a riascoltarsi il ritornello di Azealia Banks in II. Eart: the Oldest Computer – spalmando il tutto su una base che affonda i piedi negli anni ’80 a suon di chitarrine liofilizzate, synth vintage, archi sintetici, eccetera, con un ritornello affidato ad Ariana Grande veramente puerile. Nulla è da buttare, ma tutto è da soppesare. Il primo vero campanello di allarme arriva con il prolisso trip allucinogeno a base di r&b psichedelico di 12.38; e non chiamatelo “sperimentale”: André 3000 faceva queste cose già oltre 15 anni fa (vedi Vibrate).

Da qui in poi la cifra dominante è il carnevale furbetto, con Glover a travestirsi e a rubacchiare da tutte le parti. Con grande abilità sintetica e sincretica, chiaro. Ma limitarsi a mescolare non equivale a inventare. E in questa sede divertirsi a scovare le citazioni non dichiarate non è uno sterile e onanistico giochino per nerd, ma l’operazione necessaria per non scambiare dell’ottone riverniciato di fresco per lingotti d’oro. Ci sono pezzi groovy come 19.10 che frullano Earth, Wind & Fire, Kaytranada e Tame Impala, oppure mischiotti tipo gli otto minuti di 24.19 (a proposito di logorrea) dove convivono autoplagi (Redbone?) e tributi (Nikes di Frank Ocean e Hot Thing di Prince montate col Bimby). Ancora, 32.22 sembra una b-side di Yeezus uscita con 7 anni di ritardo, ma che probabilmente rende al meglio il suo potenziale in sede live (vedi Coachella 2019) e in studio suona piuttosto scarica e derivativa; il fantasmino dei primi Outkast si palesa nell’apparentemente infantile filastrocca country Bigfoot (ma qualcuno chiami Valerio Staffelli perché in realtà parla di droghe!).

Talvolta il buon Glover riesce anche a spiazzare, come quando riprende i Queen di Bohemian Rhapsody in 39:28, ma non basta. Perché poi arriva il brano simbolo di questo album, ovvero Feels Like Summer, già pubblicata un paio di anni fa e ora ribattezzata 42.26. Abbiamo un’estiva e balneare ballata malinconica con il faccione di Marvin Gaye stampata sopra, che parla del cambiamento climatico, del surriscaldamento, dei danni dell’uomo all’ambiente e agli animali. Il video, un cartoon dove si può giocare a chi riconosce più camei di altri rapper, sembra fatto apposta per distrarre dall’importante testo del pezzo. Tutto bello e giusto sulla carta, e allora dove sta il problema? Facile, siamo davanti ad un’altra scopiazzatura, l’ennesima. Perché quella melodia somiglia un po’ troppo al ritornello di They Say di Common (da Be, quello sì uno dei migliori dischi black degli ultimi vent’anni), che guarda caso era cantato da John Legend, un altro che ha sempre guardato a Prince con gli occhioni a cuoricino. La ricetta non cambia nella successiva 47.48: si prende un giro di chitarra da Bill Withers (Use Me) e un po’ di coretti da Moses Sumney (Quarrel) e via. 

La conclusiva 53.49 è probabilmente il pezzo migliore del disco e funziona molto bene. Stavolta la maschera indossata da Glover è quella del già citato Anderson .Paak. La calza meglio, il pezzo è scritto bene e presenta un bel crescendo finale. Disco dell’anno? Neanche del mese. Sembra di viaggiare a tutta velocità tra le corsie dell’Eurospin della musica black. Tutti i prodotti al posto giusto, ben catalogati. Ma non ce ne serve neanche uno. 

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