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Dal 28 Maggio al 30 Maggio 2015

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Domenica si è concluso il Primavera Sound 2015, il festival-evento che ogni anno riunisce in cartello nomi noti e meno della scena musicale “alternativa”. Che poi i nomi più importanti a livello di numeri (Strokes e Black Keys) non siano – o almeno, non più – “alternativi” è una questione inutile da discutere. Ci vorrebbe un’analisi sociologica a parte, che risulterebbe di poco peso ai fini della musica. Perché al Primavera l’unica cosa che davvero conta è la musica. I modi per affrontare la questione, se soffrite di idiosincrasia da hype/hipster (o se siete Steve Albini) sono abbassare la testa, camminare tanto e prepararsi a fare delle scelte, quelle imposte dall’organizzazione. Due appunti vanno fatti, a un calderone spesso ottimo e in alcuni tratti meraviglioso: la quasi costante mediocrità della resa sonora dei palchi Pitchfork e Adidas Original (quest’anno si chiamava così), stage vessati da posizioni non proprio semplici da gestire, e quanto successo a Tobias Jesso Jr. Sono solo appunti che non cancellano affatto la bellissima occasione che ogni anno è il Primavera Sound: quella di vedere sul palco artisti interessanti e scoprire nomi magari poco approfonditi. È un gioco di aspettative e sorprese che, anche quest’anno, ha dato i suoi frutti.

Primo giorno: Primaverements

Il primo giorno, con Panda Bear all’Auditori già esaurito al nostro arrivo (di cui ci hanno detto un gran bene), comincia coi Twerps al Pitchfork: un set bello, dolce e battente allo stesso tempo, in cui i brani riescono a trovare un perfetto equilibrio tra melodia e tenuta sonora. Poco dopo partono i Viet Cong, molto attesi per via dei due dischi finora pubblicati. C’è una bella Throw It Away, c’è Silhouttes, ma c’è anche il fattore-Pitchfork (non lo ripeteremo più): brani spigolosi e allo stesso tempo complessi come quelli dei canadesi si perdono in una massa spesso uniforme che non ne valorizza le particolarità. Decidiamo di spostarci all’Heineken, estremo opposto del Forum: c’è Benjamin Booker. Il suo è un set vario e infuocato: pare di vedere un James Brown meno messianico e più elettrico, in bilico tra punk, blues e soul. Emozionante e trascinante. Quando parte Violent Shiver, l’idea che si tratti di un artista che durerà rasenta la certezza.

Pochi passi a ritroso, e siamo pronti per uno degli show più attesi: quello dei riuniti Replacements. Mai reunion è stata meno sensata, con due membri su quattro cambiati rispetto alla formazione originale. Del resto, mai reunion ha prodotto un concerto così incredibile. Annuciati da Surfin’ Bird dei Trashmen, che fuoriesce dalle casse nel pre-concerto, i quattro attaccano con una Takin’ A Ride maestosa e spigolosa. La voce di Westerberg è slanciata, la band ha carisma e potenza. A innalzare al cielo la performance c’è poi la scaletta: forte di un repertorio molto ampio, Westerberg pesca brani come Color Me Impressed, Kiss Me On The Bus, I Will Dare (I Will Dare!!!) e una splendida e inattesa Tommy Gets His Tonsils Out. È tutto un grande prologo per un finale epico: quando tiri fuori Left Of The Dial, Bastards Of Young, Alex Chilton e I.O.U. e le suoni in quel modo, tutta la critica alla retromania diventa un puntino piccolo di fronte alla buona musica. I Replacements ne suonano di stellare.

Appagati, ci spostiamo al Ray Ban, in tempo per vedere parte del bel set di Mikal Cronin: la parte più cantautorale del suo ultimo disco dal vivo lascia il posto ad un garage + Beatles bellissimo. Mikal Cronin ha stoffa. Si torna indietro al palco Primavera: ci sono i Black Keys. Criticatissimi loro e la direzione del Primavera per averli ingaggiati, i Black Keys o si amano o si odiano. Per noi, sono un’ottima band, ingiustamente criticata per il successo planetario. Eppure, dal vivo i Black Keys hanno regalato uno show scialbo, in cui brani molto belli sembravano provenire, più che da una band sul palco, da un demo. Ci sono buone canzoni ma la grinta scarseggia: mezza delusione. Lo show seguente nella nostra scaletta è quello dei Sunn O))). Potrebbero apparire come un’anomalia in questo festival, ma pensiamo che sarebbero un’anomalia in qualsiasi festival. I Sunn O))) sono unici: dalla scenografia rossa e ossianica al cantato (una sorta di messa nera), ai droni pesantissimi di chitarra, sembra di stare in una straniante esperienza pre-morte a mollo tra gli hipster.

Il nostro primo giorno si chiude con i Jungle al Ray Ban: spettacolo trascinante, giusto punto di incontro tra appassionati di black music, dance e pop. Ciò che i Nostri fanno con le voci è ottimo, e la chitarra ha quel quid funk che fa muovere per forza, coadiuvata dalla sezione ritmica. Il primo giorno si chiude in crescendo.

Secondo giorno: One Beat

Il secondo giorno si apre con lo show un po’ incolore dei KVB, che all’ATP danno vita ad un impasto shoegaze più lato Jesus & Mary Chain che My Bloody Valentine. È una strada che molti gruppi hanno percorso negli ultimi anni: non si vede come il duo, nonostante lo sforzo di grinta e chitarre rugginose, possa farsi preferire alla massa feedback-dipendente. Si passa un attimo all’Adidas Original per un assaggio dei divertenti e caciaroni Fumaҫa Preta e ci si prepara alle Ex Hex al Pitchfork. Le tre si dividono i compiti bene: bassista carica e sexy, chitarrista più quieta e concentrata su assoli alti di chitarra, una batterista schiacciasassi. Lo show è incendiario, tutti i loro pezzi mostrano varietà e potenza, nonostante si tratti sempre del caro, vecchio (e spesso monotono) rock’n’roll. Per la qualità, promosse.

E poi arriva il momento più triste del Festival: Tobias Jesso Jr. Atteso da molti, forte del bel Goon di quest’anno, apre con una cover di Thirteen degli indimenticati Big Star. Ma è un attimo e poi il concerto si sfilaccia, nonostante la pazienza e la simpatia dell’artista: piano e voce non si sentono, e come se non bastasse, oltre ad un pessimo palco, suonano vicino New Pornographers (ATP) e White Hills (Adidas Original), che con le loro scariche di watt riempiono le orecchie degli ascoltatori. A nulla valgono le richieste di Jesso Jr. di alzare i volumi: lo spettacolo è una delusione, nonostante il savoir faire e la stoffa dell’artista. La scelta obbligata e comoda diventa allora quella dei White Hills: concerto spettacolare, chitarre e basso spaziali, presenza scenica enorme e suono corposo. Sono l’antipasto hard psichedelico prima della festa Belle & Sebastian: loro sono ovviamente una moltitudine sul palco, Murdoch è ispirato e gigione, la band precisa. Tirano fuori uno show che è un andirivieni tra passato e presente, e il pubblico ringrazia con partecipazione.

Da qui ci spostiamo verso l’Heineken per le Sleater-Kinney. La scenografia dietro la band sembra una parete rocciosa, ma le crepe sono in realtà pezzi di stoffa che vengono sospinti da aria artificiale. È l’effetto che sintetizza un live-tornado: si pesca dall’ultimo No Cities To Love (la cui opening Price Tag apre lo show) e dagli altri album del trio, con prevalenza per The Woods e One Beat. Carrie Brownstein si muove elettrica in stile Devo, Corin Tucker apre il cielo con la sua ugola, Janet Weiss massacra le pelli. Il suono è perfetto e preciso, distorto e vorticoso: le due chitarre si intrecciano in serpentine vertiginose, così come le voci. Ma non c’è solo questo, non c’è solo geometria ben riprodotta fuori dallo studio: c’è anche passione, c’è rumore, c’è autenticità, c’è la voglia di non mentire mai. Le Sleater-Kinney, ora è chiaro, sono tornate insieme perché quello che hanno ancora da dire lo sentono dentro.

Terminato uno dei migliori show del festival, si passa ai Ride, giusto il tempo (colpevole) di ascoltare il cavallo di battaglia Leave Them All Behind. Bravi, per carità, ma se si cerca il suono shoegaze distorto, qui non c’è. I Ride sono tornati come una band quasi-classic rock che, forse per non parodiare la propria storia, ha deciso di abbassare il livello della voce “noise”. Scelta rispettabilissima, ovviamente, ma che ci spinge dai Run The Jewels di corsa (in contemporanea). Forti dell’ultimo, acclamato II, El-P e Killer Mike (quest’ultimo con tutore al braccio) al palco ATP danno vita ad un torrenziale fiume di sudore, rime, basi penetranti, call ’n’ response. È quello che uno show dovrebbe essere, al netto dell’autoreferenzialità dell’hip hop. I due confermano quanto di buono fatto su disco finora, e non solo nel ristretto cerchio del genere cui irrimediabilmente appartengono.

Mentre molti si spostano verso uno degli headliner (Alt-J), scendiamo negli inferi della struttura del Forum, a livello del mare. Ad aspettarci c’è Dylan Carlson e i suoi Earth. I volumi sono alti, la lentezza estrema. Eppure quanta emozione c’è in ognuna di quelle pause, in quei movimenti con cui Carlson solleva la chitarra, quasi celebrando divinità delle sei corde. Al netto di tutta questa retorica, applausi anche per l’umiltà, per l’andare avanti senza un lamento quando uno dei monitor salta e il suono della chitarra sparisce. Sono solo minimi incidenti in uno show ossianico ed heavy. Dispiace solo per una cosa, ovvero che il gruppo non avesse con sé l’ugola di Rabia Shaheen Qazi per eseguire From The Zodiacal Light, forse il pezzo più emozionante degli ultimi Earth.

Chiudiamo il secondo giorno in anticipo con un Jon Hopkins che, in un set stravolto rispetto all’ultima volta che lo avevamo visto, unisce una scenografia immaginifica ad un suono che si divide, nel perfetto contesto delle ore piccole, tra il fisico e l’onirico.

Terzo giorno: il cantante svogliato, l’endorsement, l’elettricità

Il terzo e ultimo giorno la tappa obbligata con cui si comincia sono gli Swans all’Auditori, la struttura indoor del Forum. Superfluo dire della stranezza della storia degli Swans, che stanno vivendo una seconda giovinezza nonostante dischi non proprio facili. Sono destinati sempre a dividere: o piacciono o si odiano, a causa di una formula estenuante, lentissima, ripetitiva e a volte al limite del vaniloquio (il cantato spesso sciamanico). Ma trovate una band con questi volumi, con questo amore per lo spazio – per la vita – delle canzoni, oggi. Gli Swans richiedono un livello di attenzione che, circolarmente, sfocia spesso nell’ipnosi, anche per la presa fisica che hanno sull’udito(rio). Gli echi delle schitarrate di Just A Little Boy (For Chester Burnett) sono i testimoni di quanto detto.

Dopo quasi due ore (di un concerto da tre) corriamo al Pitchfork, per gli American Football. I quattro e il loro repertorio sono uno dei cuori nascosti americani di due decenni fa: oggi, senza finzioni, portano quel cuore sul palco, con un set delicato ma incisivo, poco chitarristico e tutto emotivo, quasi al limite della commozione. Ci sarebbe quasi da piangere, per la gioia.

Dal Pitchfork ci spostiamo all’Heineken, dove Mac DeMarco si conferma uno spasso: già due anni fa, qui, aveva mostrato due cose, e cioè spirito cazzone e stoffa autorale. Oggi è venuto a riscuotere. Il pubblico è folto, e DeMarco e la sua combriccola di scalmanati regalano, nell’ordine: pezzi taglienti (con quel suono di chitarra, non poteva essere altrimenti) come Viceroy o Rock’N’Roll Night Club, una cover di Yellow dei Coldplay, l’apparizione di un sosia di Anthony Kiedis, uno stage diving in cui DeMarco perde una scarpa. Ma la scena più bella di tutte è la chiusura, quando la band saluta dopo aver terminato Still Together e tutta la massa di persone che si sposta canticchia l’acuto del pezzo.

I Foxygen danno vita ad uno degli show che tutti ricorderanno: gente completamente folle che scatena uno spettacolo tra il kitsch e il rock’n’roll, una sorta di burlesque andato male che si trasforma in una giostra stellare. La tenuta sul palco è feroce e travolgente, i brani sono quasi sacrificati sull’altare dello spettacolo: è una festa simile a un baccanale. Geniali. All’ATP, invece, gli Einstürzende Neubauten sono toccanti: Blixa Bargeld e i suoi aprono il concerto tra sussurri, tocchi di basso e suoni di carta vetrata, per poi passare a scariche industrial e tornare infine a toni tra il meditativo e il sexy. Certo, molti si aspettavano di sentirsi trapanare le orecchie, ma quella versione della band teutonica forse non esiste più: ora gli oggetti sul palco hanno una dignità che sfocia in delicatezza: lo si sente, in particolare, in un’accorata versione di Youme & Meyou.

La tappa prima degli Strokes coincide con il live degli Unknown Mortal Orchestra: la scelta – vista la mole di persone accorse – di far suonare la band su uno dei palchi più piccoli (l’Adidas Original) si rivela uno dei pochi autogol organizzativi della kermesse. Poco male: la band di Ruban Nielson è in forma, si diverte, fa ballare, coinvolge. Regala pezzi che sono spine, come So Good At Being In Trouble, e momenti di matrice black dall’ultimo Multi-Love. Riempie il cuore di chi è venuto ad ascoltare e rende meno amaro il dolore ai piedi per gli spostamenti.

Arriviamo poi all’appuntamento più atteso: gli Strokes al Primavera Stage. È quasi l’incontro definitivo di una generazione: il festival diventato (anche) il meeting dell’alternativo-da-hype e la band che, involontariamente e incolpevolmente, questa tendenza ha sdoganato più di altre. Tutti questi discorsi noiosi vanno a farsi friggere, però, quando i cinque salgono sul palco, ai piedi una moltitudine di persone: nonostante Casablancas paia un frontman che vorrebbe volentieri essere da un’altra parte, tutti gli altri fanno il loro grandissimo lavoro. La sezione ritmica è perfetta, gli incastri di chitarre sono rodatissimi ed incisivi. Tutti i pezzi più belli (esclusa 12:51) vengono eseguiti, e con un canzoniere così e con quattro musicisti determinati, lo show non può essere rovinato nemmeno dal cantante più scellerato.

Prima di Caribou al Ray Ban alle quattro del mattino (di cui non abbiamo potuto dare conto), ci sono altri due concerti sulla nostra lista: Shellac e Thee Oh Sees. I primi sono semplicemente enormi: il suono di pezzi come Steady As She Goes è una trivella di cui non ci si stanca mai, anche dopo innumerevoli ascolti. La passione e il coinvolgimento dei tre è qualcosa che prende l’ascoltatore e lo trascina in mezzo ad un vortice di energia. La chicca: l’endorsement di Albini verso gli Sleaford Mods, esibitisi nel pomeriggio e definiti come “la più grande band al mondo”. Il saluto al Primavera 2015 noi lo diamo coi Thee Oh Sees: ginocchia che volano, chitarre che urticano, il garage come una religione da celebrare sempre. La band di Dwyer spara sulla folla un suono perfetto, due batterie e tante sferragliate di watt, confermandosi un gruppo che ha colto completamente lo spirito del rock’n’roll e che ci rimanda a letto (e poi in Italia) ancora febbricitanti per questa ennesima, bellissima edizione di un Festival cui, almeno una volta nella vita, dovreste prendere parte.

4 Giugno 2015
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