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7.4

Se nel 2007 il punto cruciale era la guerra in Iraq, ora non potrebbe essere che la Brexit. Come fossero menestrelli narratori delle odierne vicissitudini della Gran Bretagna pronti a imbracciare strumenti e viveri per girovagare il paese nei momenti topici, The Good The Bad & The Queen fanno ritorno, a undici anni dall’esordio, con una seconda prova improntata sulla prossima uscita dell’Isola dall’Unione Europea. E lo fanno con imbarazzante e millimetrica precisione, a qualche ora di distanza da un abbozzo di accordo tra UK e UE che ha prodotto una importante spaccatura interna tra governo britannico e Conservatori (e conseguente crisi politica per Theresa May, che ha visto dimettersi immediatamente ministri e sottosegretari) che rischia di portare il Paese a nuove votazioni. Nel frattempo, manca sempre meno all’ora X – 29 marzo 2019 – quando cioè la Gran Bretagna inizierà la fase di transizione, l’addio definitivo al Vecchio Continente.

Il progetto capitanato da Damon Albarn, coadiuvato da Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e Tony Allen, e con in cabina di regia – a subentrare a Danger MouseTony Visconti, fedele collaboratore di David Bowie, è un’opera tinta d’ocra che gli stessi protagonisti descrivono come un moderno folk con una punta di rub-a-dub. Non ci allontaniamo troppo dall’esordio, ma stavolta la questione si è fatta più seria. Merrie Land, che allude a Merry England, utopica visione di un’Inghilterra in età elisabettiana dal sentimento ancestrale e bucolico, mette in scena le vergini campagne, le tazze fumanti di tè («If you’re leaving please still say goodbye / And if you are leaving can you leave me my silver jubilee mug»), la schiuma delle pinte, l’odore pungente del whisky che cola ai bordi dei banconi dei pub, con più di una punta di agrodolce drammaturgia. In Parklife, terzo album dei Blur, per cui all’epoca il frontman parlò di crisi angloassistenzialista (concetto su cui è tornato in una recente intervista concessa al Guardian), dominava il sarcasmo, l’irriverenza, in Merrie Land le risate hanno lasciato il posto al cordoglio; non sarà la fotografia nitida di un mondo post-Brexit, ma neanche troppo lontana da quell’idea.

Non v’è percezione del mal di vivere londinese, ma il riflesso nell’acqua di un’Inghilterra tout court, dalle coste della Cornovaglia fino al villaggio di Marshall Meadows, passando per l’Essex che vide crescere Damon. È il desiderio dell’autore, nella pausa dal tour dei Gorillaz, di riscoprire se stesso e la sua terra, attraverso un pellegrinaggio tra Banbury, Oxford, Luton, Liverpool, Southend e soprattutto Blackpool. È proprio la città del Lancashire, con il suo 67% di favorevoli all’uscita dall’UE, l’epicentro ideologico del disco, con i suoi moli che rappresenta(va)no l’apertura della Gran Bretagna al mondo. Damon Albarn è chiaro, la domanda del referendum era di per sé totalmente errata; la vera questione è «Chi siamo? Cosa vogliamo diventare?». In fin dei conti, il nodo da sciogliere in questo cortocircuito è lo stesso che riguarda i passi da (provare a) intraprendere domani: «Vogliamo il nostro paese indietro», precisa. «Ma devi sapere qual è il tuo paese prima di volerlo indietro. E parte di ciò è capire chi siamo». Albarn – pardon se lo nominiamo di continuo – sin dal momento in cui commentò con estremo malumore l’esito delle votazioni, ammettendo la sconfitta della democrazia, ha sempre spinto sul lato fondamentale del dialogo, per quanto non sia la cosa più semplice del mondo quando la gente preferisce commentare Bake Off piuttosto che la scabrosa situazione odierna. Proprio perché, da figlio di genitori del nord, sente comunque un certo e paradossale grado di affinità con i Leave.

Laconico e sconsolato, il disco tasta il polso a una Gran Bretagna che è assieme donna, terra e madre, un partner con il quale si è consumata una separazione. È tempo di raccogliere i cocci, raccontarlo attraverso il folk pastorale e la teatralità che abbiamo incontrato in Dr. Dee, l’intimismo tinto di soul di Everyday Robots, e visto che di TGTBATQ parliamo, con le pallide note di un organetto accompagnato alla bisogna da oboe e flauti. Non manca l’agrodolce carillon, il bandismo, il vaudeville, i rimandi a Kingston e al reggae, ma è il mood complessivo dell’opera a risaltare e a farsi protagonista. Tony Allen parla di un disco addirittura ballabile, e il suo drumming volendo potremmo farlo quasi rientrare nel trip hop, così come il groove trova sempre le spalle del buon Simonon ad accoglierlo.

Parliamoci chiaro: se avesse tenuto il tiro di Merrie Land e Gun To The Head, ovvero i primi due singoli estratti, avremmo avuto tra le mani un disco davvero importante: si fa fatica a tenere le lacrime sulla prima delle due, la perfetta nursery rhyme per salutare l’Europa («If you’re leaving can you please say goodbye / And if you are leaving can you leave your number / I’ll pack my case, and get in a cab and wave you goodbye»), incanta la costruzione della seconda, con quel ritornello beffardo a contrastare il sommesso trascinarsi delle strofe e dei “flauti coucou”. Bello anche il finale, omaggio all’orchestra a picco di A Day In The Life dei Beatles, dove la citazione raddoppia per via del tema velatamente politico che accomuna entrambe le canzoni. Quelle sono le Queen nel mazzo, mentre sul “Good” del disco citiamo assolutamente Ribbons, che affoga negli archi e richiama la tradizionale celebrazione del Maypole che saluta il ritorno della primavera, e la solitudine notturna di Lady Boston – ispirata da una visita di Damon al Castello di Penrhyn – che si conclude con il bellissimo coro che pronuncia, in lingua gallese «Dwi wrth dy gefn»: I’ve got your back.

La novità più grossa la si scova nella pungente scrittura – decisamente più a fuoco rispetto allo scialbo calderone anti-Trump (ma neanche troppo) di Humanz – che fa da àncora di salvezza anche per i pezzi “Bad” del lotto (Drifters & Trawlers, The Great Fire). Pare che Damon abbia voluto mettere in pratica, per la prima volta, i consigli che gli diede Lou Reed ai tempi di Some Kind Of Nature (brano dei Gorillaz di Plastic Beach dove figurava come featurer): concentrarsi sulla prosa, scriverla e cantarla così come viene, lasciando stare concetti come verso-ritornello o la stessa musicalità dei versi. Nondimeno, sarebbe interessante scavare più a fondo sulla figura e sul ruolo dell’abbacchiato burattino protagonista dei videoclip: chi rappresenta? Probabilmente la risposta è più ovvia di quanto non si pensi.

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