Come eravamo: 20 (ottimi) album italiani che compiono 10 anni nel 2019

Giunti alla piena consapevolezza di trovarci immersi nell’ultimo dei cosiddetti anni Dieci, non possiamo fare a meno di guardarci indietro di un decennio e vedere inevitabilmente da un’altra prospettiva quelle che furono alcune ottime uscite discografiche del 2009, pur rimanendo – per il momento – all’interno dei confini nazionali. Questo piccolo amarcord sul capitolo conclusivo degli anni Zero potrebbe servire anche per smentire coloro che ripetono fino alla nausea che quel momento storico non ci ha regalato poi chissà quali emozioni (falso) o che non ha veicolato quella voglia di sperimentazione o di (ri)scoperta che aveva caratterizzato i decenni precedenti.

Se a livello internazionale ricordiamo l’esordio di xx, Florence and the Machine e White Lies, la conferma degli Arctic Monkeys (Hambug) e dei Franz Ferdinand (Tonight), e i convincenti ritorni di Sonic Youth (The Eternal) e Grizzly Bear, in Italia assistevamo allo sperimentalismo di Zu (Carboniferous) e Julie’s Haircut (Our Secret Ceremony), ai debutti dell’ex Ritmo Tribale, Edda (Semper Biot), e di Brunori Sas (Vol. 1), all’affermazione dello stralunato Dente (L’amore non è bello), a quella dei più irriverenti Zen Circus (Andate tutti affanculo), alla raggiunta piena maturità de Il teatro degli orrori (A sangue freddo), di Camen Consoli (Elettra) e dei Mariposa (Mariposa).

Fu l’anno di Inneres Auge di Franco Battiato, degli ultimi scampoli di emocore dei Fine Before You Came (S F O R T U N A), dello scoppiettante – e mai dimenticato – esordio di Bloody Beetroots (Romborama), del ritorno dei Diaframma (Difficile da trovare) e dei Camillas (Le politiche del prato). I giardini di Mirò, tornati quest’anno più in forma che mai con Different Times, allora pubblicavano Il fuoco, mentre Giorgio Canali & Rossofuoco ci consegnavano Nostra signore della dinamite. E che dire poi dell’hip hop mutante degli Uochi Toki, capace di arrivare con Libro Audio alla sua massima espressione, o magari del blues-pop-folk da appartamento dei Comaneci racchiuso nel bellissimo You A Lie, del funk-wave imponderabile, solido e screanzato degli Appaloosa di Savana o del post-rock impegnato degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro in Memorie e violenze di Sant’Isabella?

Insomma, non proprio un anno da dimenticare. Di seguito trovate in ordine sparso tutti gli album sopracitati, accompagnati da qualche breve estratto dalle nostre recensioni dell’epoca. Se volete leggerle integralmente, basta cliccare sul titolo del disco e seguire il link dedicato.

EddaSemper Biot

Brani in cui si respira l’India Krishna così cara al musicista (Yogini) ma anche un esistenzialismo autobiografico spietato (Amare te, Io e te, Milano), su uno stile vocale spesso sopra le righe e vicino a certi teatri di Demetrio Stratos. C’è il passato di Edda in Semper Biot, ci sono le paure e c’è la spiritualità, ma ci sono anche gli anni novanta degli esordi. Con la loro complessità, la materialità sofferta e il peso specifico della sostanza contrapposta alla forma fin troppo leggera che si coglie in certe nuove leve figlie dell’inconsistenza del virtuale. A dar voce a un ritorno inaspettato e sorprendente che qualcuno si azzarda già a chiamare commiato. (Fabrizio Zampighi)

Brunori SasVol. 1

Un compendio di esperienze in cui convivono momenti di vita della provincia calabrese, ritratti di bruciante precisione, resi con un’urgenza espressiva e un’emotività che ricorda il Bugo degli esordi, insieme a coloriture di sapore Beck. Dietro ci sono referenti di tutto rispetto, da Piero Ciampi ad Endrigo, fino a Rino GaetanoIvan Graziani, Sergio Caputo, per la capacità di rendere cinematicamente momenti e caratteri, congelandoli in istantanee che si fanno universali, con un’ironia lieve ma graffiante. (Teresa Greco)

Franco BattiatoInneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti

Il dato più importante della composita track-list è che Battiato ha ritrovato un buono stato di forma, almeno al confronto con le prove autografe più recenti che denunciavano – a volte a partire da titoli involontariamente programmatici, come nel caso de Il vuoto (2007) – la distrazione verso il cinema del loro titolare. Qua invece torna una certa verve, con ancora quel tanto di mestiere che basta a portare la barca in porto sempre e comunque ma anche con alcune belle idee. (Luca Barachetti)

Julie’s HaircutOur Secret Ceremony

Il disco che non t’aspetti. O forse sì. Le avvisaglie c’erano tutte all’epoca di After Dark, My Sweet, un tre anni fa grosso modo. Ma questo doppio, monumentale, nuovo disco – 90 minuti equamente divisi tra i sermoni del primo cd e le liturgie del secondo – sposta di parecchio gli equilibri del sestetto emiliano. […]  Quello messo in scena dai Julie’s Haircut sembra il punto d’arrivo di un percorso di crescita contraddistinto ultimamente dalle collaborazioni/amicizie con gente come Damo Suzuki e Sonic Boom. (Stefano Pifferi)

Carmen ConsoliElettra

Il songwriting di Carmen Consoli continua in quell’elogio della complessità che è la cifra costante della sua ultima produzione: un repertorio in cui le canzoni arrivano lente ma durano, e scelgono l’intensità non istantanea di bozzetti dalla forza poetica sottocutanea, che a frasi musicali elaborate, cangianti, eppure sobrie fa corrispondere la ricercatezza quasi filologica dei testi – basti pensare ai tanti rimandi tra mito, figure femminili e simbologie assortite riqualificate in chiave moderna che riguardano le dieci canzoni di questo disco e il titolo in primis. (Luca Barachetti)

The Zen CircusAndate tutti affanculo

La mutazione è completa. Il Circo Zen approda al cantautorato e all’italiano in un sol colpo, portando in dote il punk-rock elettro-acustico che da sempre identifica il gruppo. Primo disco completamente in lingua madre per i terzetto pisano coadiuvato dall’onnipresente Brian Ritchie e naturale evoluzione del discorso lasciato in sospeso con quel Villa inferno di un anno fa in cui già si assisteva a qualche cambiamento importante. (Fabrizio Zampighi)

ZuCarboniferous

Carboniferous è un disco importante, un ennesimo punto di svolta. E per vari motivi. Intanto perché, come prima si è accennato, piazza la decima candelina sulla torta di una carriera discografica di tutto rispetto. Poi perché segna l’inizio della collaborazione di Zu con la Ipecac di Mike Patton, coronamento di un incontro musicale già rodato dal vivo durante il tour con la doppia band Melvins Fantomas. Terzo, perché per la prima volta non c’è un “quarto”, almeno in organico. […] Un pot-pourri coerente, nel quale neanche per un attimo si perde la bussola dello stile che ormai i Nostri hanno scolpito nella roccia di un sound granitico, spigoloso e ormai assolutamente inconfondibile. (Daniele Follero)

DenteL’amore non è bello

Molto probabilmente un clone di Non c’è due senza te avrebbe stancato e non gli avrebbe permesso di fare il salto di qualità. Cosa che non succede neanche con L’amore non è bello, però almeno esso è da considerarsi come disco di transizione che lascia speranze per il futuro. I riferimenti sono sempre i medesimi: Battisti e tutta la canzone d’autore pop anni Sessanta (Andrea Provinciali).

Fine Before You CameS F O R T U N A

I cinque ragazzi di stanza a Milano sono riusciti a scrivere sette canzoni viscerali, istintive, intime, sfrontate, “sentite” e sferzanti, con un’umiltà e un’autenticità non indifferenti. Parole urlate che fuoriescono direttamente dallo stomaco, dalla gola, dagli occhi, impastate con lacrime, saliva e succhi gastrici, in un mix emozionale di punk, hardcore e post-rock. Ci sono un’urgenza, un’impulsività e un’angoscia tutte adolescenziali («io non mi sono mai vestito da adulto») dietro le sillabe, gli arpeggi e le tempeste sonore, ma non si pensi a ciò come a una mancanza di mauturità, anzi. Tutt’altro. (Andrea Provinciali)

The Bloody BeetrootsRomborama

Venti canzoni per la generazione post-fidget, per chi ha come idoli i Daft Punk e cavalca la notte incurante di far parte di una catalogazione il più delle volte forzata. Se siamo ancora qui a parlare di fidget, di french touch e di scuola Kitsuné, probabilmente le tracce sono ancora fresche. Oggi siamo così, ascoltiamo e balliamo le cose che tempo fa pensavamo fossero solo per maniaci. Questo disco trasforma in pop tutta quell’eredità acido/nerdy e la innesta con il metal e il breaking. Un disco che chiude in anticipo di un anno la prima decade degli anni Zero. (Marco Braggion)

MariposaMariposa

La proverbiale scelleratezza formale dei Nostri – beffardamente spacciata per “musica componibile” – rincula entro fattezze che quasi quasi diresti pop. […] In realtà è una strategia subdola, quella dei sette pseudo bolognesi: strizzare l’occhiolino, ammorbidire le difese per inoculare il germe dello spaesamento, dell’amarezza, dell’impotenza culturale e sentimentale. Depistaggi sonici e testuali – prendete le genialoidi impertinenze bifronte da Panella battistiano nella cupa Sudoku, oppure la tiritera ossessiva sulla beghina seriale in Zia Vienna – che ti circuiscono scioccarelli e poi ti foderano con l’angoscia ed il senso di perdita annidati tra memoria e quotidiano. (Stefano Solventi)

I giardini di miròIl fuoco

Un disco vero e proprio, come tengono a sottolineare essi stessi, malgrado la tentazione di rubricare questo Il Fuoco tra i progetti collaterali, perché trattasi della sonorizzazione dell’omonimo film del 1915 di Giovanni Pastrone […] E si sente. Per il senso di tensione scentrata, per le intersezioni sperse cui fatichi a tributare senso svincolate dalle immagini, per il refrain (bello anche se un po’ scontato, come spesso capita alle soundtrack) che monta, si dilegua e riaffiora nella prima delle tre parti che compongono il flusso sonoro. (Stefano Solventi)

Giorgio Canali & RossofuocoNostra signora della dinamite

Fondamentalmente uno stemperarsi dalle tensioni superficiali, che se da un lato richiama etiche quasi autoriali brillanti ma non insospettabili – il Fossati in salsa americana di Tutti gli uomini – dall’altro sembra mollare un po’ la presa, mostrando una disillusione mista a stanchezza. Non nei testi, quelli rimangono lucidi e affilati. Piuttosto nella musica, sofferente per un senso di distacco che, in qualche caso, suona persino prevedibile. (Fabrizio Zampighi)

Il teatro degli orroriA sangue freddo

Assodato l’impatto strumentale tecnicamente devastante, come si confà a una macchina da guerra rodata, a caratterizzare il comeback troviamo suoni levigati e ricercati, in apparenza più accessibili e meno ostici che, però, nulla tolgono al potenziale anthemico di un quartetto portentoso, a cui non dispiace nemmeno concedersi momenti altri. (Stefano Pifferi)

I CamillasLe politiche del prato

Si moltiplicano pani e pesci e si va di pop a 361 gradi, tanto che ci sarebbe da scrivere un saggio di sociologia della musica per intendere un minimo (ma proprio poco, perché quando pensi di aver capito loro sono già altrove) dell’universo buffonesco dei Camillas, tanta è la roba da dire sul cantautorato “all’italiana” e il folk agreste sui generis, sul cabaret autistico-esistenziale e l’elettronica da fritto misto, sul Bugo centrifugato a forza di cartoni animati tra 70 e 80 e il Cochi e Renato meets Devo del 2.0. (Stefano Pifferi)

DiaframmaDifficile da trovare

Dal «giorno ferito che impazzisce di luce» a dire in una canzone d’amore «lo ha detto anche Prandelli/che i risultati si ottengono col gioco» il passo è decisamente lungo; ma è stato compiuto intorno all’inizio dei ’90, e Fiumani da tempo non è più il lirico impressionista che in due dischi e mezzo contribuì a fare la storia della new wave italiana, bensì un cantastorie che scartando dal dettaglio quotidiano alla riflessione generale, dal colloquiale al poetico, fa spesso scintille. (Giulio Pasquali)

Comaneci – You A Lie

Tra pianoforti rinsecchiti e timidi banjo, violoncelli sparuti e arpeggi acustici, nascono alcuni tra i migliori episodi della storia del gruppo. Inquietudini rurali già presenti nell’Ep Girl Was Sent To Grandma’s In 1914 pubblicato questa estate (Like, Promised, Satisfied Girld, On My Path, Not) o brani del tutto inediti (Green e Good Company). Col classicismo english degli esordi che lascia il posto a un’America (dentro) desolata, a un blues imperfetto in combutta con la psichedelia, a una malinconia invernale che diventa tratto distintivo della formazione ravennate. (Fabrizio Zampighi)

Uochi Toki – Libro Audio

Sono tutte le composizioni ad essere pervase da una sorta di filosofia della genealogia in divenire; cercare un (non)autoritratto in forma di corrosiva cantilena che mette a nudo il Re del quotidiano di ognuno di noi. Libro Audio tenta la mappatura dell’esistente attraverso gli occhi (a voler essere ottimisti) disillusi di uno come tanti, ma nello stesso tempo scarta lateralmente l’obbiettivo dei precedenti lavori: nulla è più riconoscibile ed evidente come nelle passate ridicolizzazioni della presunta “scena alternativa”, bensì diventa classico, nel senso più letterario del termine. Capace cioè di sopravvivere al proprio tempo e rendendosi immortale al passare delle situazioni. (Stefano Pifferi)

Appaloosa – Savana

Un terzo di furia, un terzo di calcolo, un terzo di goliardia. Poi, siccome le somme in questi casi trascendono l’unità, aggiungete un pizzico di delirio e un’oncia d’imponderabile. Ecco, più o meno, quel che sembrano gli Appaloosa atto terzo: una compagine solida e screanzata al servizio di un estro funk-wave dalla strana drittezza che diresti dance, con una febbre acida annidata nei morsi dei due bassi e delle chitarre e tra le sciroppose aperture spacey. (Stefano Solventi)

Ultimo Attuale Corpo Sonoro – Memorie e violenze di Sant’ Isabella

Memorie e violenze di Sant’Isabella ha l’impeto rivoluzionario del libero pensiero, la nobiltà d’animo dell’atto politico disinteressato, la commozione gracile di un amore sconfinato, lo spessore dell’opera letteraria, l’intensità catartica di un manifesto programmatico. Se i CCCP rappresentano la militanza, gli Offlaga Disco Pax si identificano nel ricordo nostalgico, i Massimo Volume definiscono la narrativa esistenziale, questi Ultimo Attuale Corpo Sonoro sono l’Italia che non c’è mai stata. Quella ferita a morte dalla politica stragista, messa a tacere da quarant’anni di governo democristiano, sterminata dalle trame piduiste e dai servizi segreti. La voce contro, insomma. Ma anche l’intellettuale senza legacci. Che è punto di osservazione, più che figura statica e personificata. (Fabrizio Zampighi)

6 Febbraio 2019
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