Migliori album 2019. Primi sei mesi

Una bella manciata di dischi che per un verso o per l’altro hanno finito per lasciare il segno in questi primi sei mesi dell’anno. Nessuna traiettoria particolare li lega, le georeferenziazioni del caso lasciano il tempo che trovano, l’età anagrafica degli autori e delle band è un dettaglio secondario. Queste sono pubblicazioni scelte da chi non si prefigura alcuna barriera tra songwriting, ritmi, storytelling e basi, siano esse campionate, sintetiche o acustiche.

Detto questo, posta l’irriducibilità di queste uscite all’unità, il 2019 segna idealmente un anno in cui alcuni cerchi si sono chiusi. Ventenni che hanno iniziato a far musica negli anni zero hanno trovato conferma del proprio talento (Vampire Weekend, These New Puritans), mentre nuove leve iniziano ora il loro percorso nel solco di tradizioni già ben radicate nei rispettivi generi (vedi Big Thief, con certo doloroso folk, e slowthai con il grime). Poi c’è il continuum delle elettroniche UK che è sempre interessante osservare in questo ritorno al passato che guarda al futuro, oggi con lenti analogicamente retrofuturiste (Logos) e ovviamente HD. E a proposito di musiche in alta definizione, c’è da dire che dTHEd sanno il fatto loro e che la declinazione di queste nell’ambient ha dato buoni frutti in questo primo semestre del 2019 (Helm).

L’ambient stessa è risorta come necessario momento di scollegamento da una realtà iperconnessa, iperrelazionata ad altro e altro ancora, un continuo disgregamento del senso delle cose che songwriter come Bill CallahanBruce Springsteen recuperano egregiamente ripartendo dall’umano e dalle umane cose del quotidiano, e che donne come Aldous Harding, Weyes Blood e Cate Le Bon riconducono ad una fascinosa cosmologia arty al cui centro ritroviamo gli scarti di un’imprendibile mistero (vedi anche alla voce Caterina Barbieri). A proposito di ambienti dilatati e canzone: Helado Negro confeziona il suo album migliore (This Is How You Smile), un’ideale crocevia tra indie hop, soul e latinità, tra Devendra Banhart, Prefuse 73 e Arto Lindsay. E le chitarre? E il rock? Ci piace che una nuova leva di post-punker ribolla in minuscoli club che ora accolgono un pubblico non più folto di quello che stipava il CBGBs. Date un ascolto a Black MidiFontaines D.C. per tastare il polso a chi queste musiche le tiene in vita con l’urgenza che ci vuole, con un senso ancora connesso al presente.

Del resto questi sono gli anni dell’Hip Hop e della trap, e rispetto a tante cose sovradimensionate che lasceranno il tempo che trovano, noi tifiamo per proposte affatto banali come quella di Tyler the Creator o come quella prodotta dalla coppia Freddie Gibbs e Madlib, che fa rivivere il boom bap con ineguagliata efficacia.

Di seguito i nostri 25 dischi di questa prima parte dell’anno. Nessun ordine particolare. Ve li consigliamo tutti e le ragioni le trovate nelle rispettive recensioni a cui potete accedere dai consueti link.

LogosImperial Flood

Se Cold Mission nel suo incastro tra ambient, HD e grime è uno dei dischi elettronici più importanti e paradigmatici degli anni ’10, Imperial Flood ne è il degno seguito, il completamento di quanto seminato nel primo capitolo e dal giro della Night Slugs, di gente come Visionist e compagnia dark echology.

 

UltramarineSignals Into Space

Indispensabile ascolto di questo 2019, Signals into Space è il disco che segna il ritorno di una delle coppie elettroniche (che bazzicano con l’acustico) più preziose e indispensabili del Regno Unito. Impossibile da riassumere nei suoi riferimenti sonori: il disco è un caldo viaggio equatoriale tra città sospese in aria, isole tropicali e mari incontaminati. Il miglior antidoto a una spossante giornata scandita dalla recessione e dai cambiamenti climatici globali.

These New PuritansInside The Rose

Un disco vermiglio, un disco scuro. Il quarto album della band inglese è una sublime apocalissi neo-romantica di darkwave da camera, un’oscillazione di fiamme e petali su velluto nero: welcome back.

Vampire WeekendFather of the Bride

Dopo sei anni di attesa, il nuovo lavoro della band di Ezra Koenig è un trionfo. Folle, avvincente, enciclopedico, strabordante di idee e di intuizioni. L’abilità nel giocare con più stili è rimasta intatta, ma si sposa con una scrittura più matura e sicura.

Big ThiefU.F.O.F.

È innegabile il percorso di maturazione dei Big Thief, che in questa nuova prova mostrano di aver piegato a proprio favore stilemi e cliché alt-folk per trasformarli in una miscela di suoni calibrati e ben messi a fuoco. Pochissime sbavature e una buona dose di qualità, per una band che sembra sempre più vicina a scoprire la propria vera essenza.

Bill CallahanShepherd In A Sheepskin Vest

Bill Callahan torna a sei anni dal precedente album di inediti con un lavoro ispirato e torrenziale: 20 brani a base di cantautorato folk intenso, essenziale, attraversato da una strisciante vena popular che potrebbe schiudergli scenari più ampi e – va da sé – meritatissimi.

slowthaiNothing Great About Britain

La rivelazione del grime/UK rap dal sangue misto fa scattare paragoni importanti (Dizziee Rascal e The Streets) e mette sul piatto un tema forte: raccontare di «Kids che non stanno per nulla bene» in un momento storico particolare per gli UK. Il macchiettismo feroce di Slowthai ha le potenzialità del miglior Eminem. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma di uno di quei dischi che lasceranno sicuramente il segno.

dTHEdhyperbeatz vol. 1

Un trattato sull’incomprensibilità in otto mosse: un mix folle e controllatissimo di mille influenze passate in centrifuga e restituite con una voce unica e personale. Elettronica ipermoderna e prealfabetica.

Aldous HardingDesigner

Dopo due lavori solidi e struggenti nel loro subdolo pessimismo, l’inevitabile risultato non poteva che essere questo Designer. Nove canzoni che costituiscono nove diversi affreschi su quello che è l’approccio all’esistenza, “montati” con piglio quasi cinematografico in modo da costruire una narrazione in grado di flirtare a più riprese con l’abisso dell’animo umano.

LeifLoom Dream

Un disco ambient (ma coi ritmi) fatto con grande eleganza e gusto, metti i Visible Cloaks in versione ambient house o Gas alle prese con la botanica, ma soprattutto un disco che rispecchia la bucolica poetica del suo autore, il gallese Leif Knowles.

Cate Le BonReward

Reward è forse l’album più intimo e astratto di Cate Le Bon. Il suo quinto lavoro è una strana creatura che prende forma solo dopo un paio di ascolti (forse tre…), meno fisico, ritmico e nervoso rispetto a episodi come Mug Museum o Crab Day, eppure ancora profondamene ancorato a quelle particolari angolazioni nella scrittura a cui ci ha abituati l’artista del Galles

HelmChemical Flowers

Ancora un ottimo lavoro per Helm, che mischia inquietudine e riflessività, astratto e reale, in otto pezzi ambient.

Bruce SpringsteenWestern Stars

Diciannovesimo album in studio per Bruce Springsteen: una parata di fallimenti umani, troppo umani, a cui possiamo contrapporre solo la fiammella della speranza e una indefinita – ma non per questo meno potente – “pietà”.

Caterina BarbieriEcstatic Computation

Muovendosi con sicurezza negli interstizi tra contemplazione estatica e possessione, Caterina Barbieri trova un ammirevole e appagante bilanciamento tra rigore, passione ed emozione. La palette a disposizione è aumentata, così come la voglia di mettersi in gioco. Al di là della tecnologia, è l’umano che conta.

Helado NegroThis Is How You Smile

Il nuovo album dell’artista americano (ma di origini ecuadoregne) continua ad approfondire quel sound unico e personale in cui s’incontrano elettronica, radici latine e minimalismo psichedelico, aggiungendo una maggior introspezione, riuscita ed efficacissima, nei testi.

Weyes BloodTitanic Rising

Weyes Blood assembla una sintesi precisa di un decennio intero (quello degli anni Dieci), dove tutto è già scritto e quello che poteva essere fatto è solo un ricordo lontano. Un’ultima cartolina spedita dall’ultimo ufficio postale rimasto sulla Terra.

Black MidiSchlagenheim

Tra tecnica e follia, l’esordio lungo dei chiacchieratissimi black midi unisce brandelli math, noise, art, jazz-core, post-punk e no-wave con personalità e ambizione.

C’mon TigreRACINES

Il ritorno del duo/ensemble italiano riparte dall’esordio omonimo per questo suo nuovo “giro del giorno in ottanta mondi”, tra exotica, world, jazz, funk, afro e una reale infinità di altre suggestioni

Tyler the CreatorIgor

Il ritorno di Tyler si allontana ulteriormente dal rap per proseguire in direzione di una curatela sonora filtrata 80’s e 90’s, storta e furbetta, godibile e marginale.

Freddie Gibbs, Madlib – Bandana

A 5 anni da Piñata torna la coppia Madlib e Freddie Gibbs, con un altro disco di gangsta boom-bap decisamente riuscito (con un’importante novità produttiva).

Fontaines D.C.Dogrel

Il fragoroso esordio della (post)punk band irlandese tra protesta smart, quotidianità da veri dubliners e anthem impacchettati con gusto.

Massimo VolumeIl nuotatore

A 6 anni da Aspettando i barbari tornano i Massimo Volume come trio storico, dopo la defezione di Stefano Pilia. E tornano con un album teso e vibrante, più puro e screziato musicalmente e devastante come al solito dal punto di vista dei testi

Little SimzGrey Area

Il terzo disco di Little Simz è quello della definitiva consacrazione, quasi paradossale nella dicotomia tra quantità di spunti che contiene (hip hop, jazz, r&b, tantissimo funk, pochissimo grime) e compattezza della tracklist.

Massimo PericoloScialla Semper

Al di là del clamore suscitato dal singolo 7 Miliardi, Massimo Pericolo si conferma un progetto serio e con una grande qualità da offrire, dimenticando pose e vacuo edonismo di tanti colleghi trapper per tornare a una violenta marginalità di provincia.

Crumb – Jinx

I Crumb, quintetto di stanza a Brooklyn, stanno rivoltando come un calzino l’indie rock americano, partendo da zero e autopromuovendosi in maniera del tutto autonoma: Jinx, il loro primo LP, è da leccarsi i baffi.

22 Luglio 2019
22 Luglio 2019
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