Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). La classifica di Stefano Solventi

Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte dell’anno. Tocca a Stefano Solventi

Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte dell’anno – gennaio fino a luglio/agosto – corredate da una lista (non necessariamente) ordinata degli album che meglio lo hanno rappresentato. Siamo partiti con Nino Ciglio, continuiamo con Stefano Solventi. Per quanto riguarda le votazioni in progress di questi primi sette mesi dell’anno vi rimandiamo alla pagina classifiche 2017 di SA.

Da tempo ho rinunciato all’idea di “coprire” tutte le uscite discografiche. A dire la verità, non credo di averne mai avuto il potere. Ma, insomma, c’è stato un tempo in cui almeno ci provavo. Adesso, ahimè o per fortuna, non più. I dischi, questa entità ancora presente e viva malgrado l’evidente svalutazione di peso specifico nell’immaginario collettivo, un po’ li vado a cercare e un po’ mi capitano, suggeriti o – privilegio del recensore, pure se ex come nel mio caso – inoltrati a mo’ di assaggio. Questa la cornice doverosa di un quadro che non ha l’ambizione d’essere rappresentativo ma che comunque concerne la prima parte di un anno, il 2017, che direi abbastanza buono. Sì, buono. Nel quale mi pare di avvertire le vibrazioni di un accoccolarsi del pop-rock in quella dimensione da intrattenimento arguto che coincide più o meno col massimo grado delle sue possibilità residue. Così è e tocca starci, a voler essere realisti, oggi che le velleità da prima linea culturale del rock sono pressoché sepolte, al contrario di quanto accade dalle parti del rap, a cui pare universalmente riconosciuto il ruolo di forma musicale regina, rappresentativa del presente. Rap verso il quale sconto uno storico distacco, una mancanza d’attitudine e abitudine, che tuttavia non m’impedisce di considerare Damn. di Kendrick Lamar un lavoro fottutamente grande, con quel suo modo di riarticolare e stratificare cascami black d’ogni ordine e grado in una “narrazione” (perdonatemi) incalzante, avvincente, persino inquietante. E vabbè.

Io, però, sono uno di quelli che è rimasto al palo del rock. Mi ci appoggio, osservo quello che succede e intanto mi godo cose per ascoltare le quali mia figlia quattordicenne non sprecherebbe neanche un mega di traffico (continuo a provarci, ma nulla). Ad esempio, sono rimasto sconcertato dall’impresa del buon Stephin Merritt coi suoi Magnetic Fields: (ri)percorrere mezzo secolo attraverso cinquanta canzoni, molte delle quali molto belle e alcune meravigliose, le peggiori come minimo curiose e comunque funzionali, non lo trovo soltanto geniale, mi sembra commovente, è un atto di amore totale per quella dimensione espressiva, di testimonianza, che è stato – e potrebbe ancora essere – il pop-rock. A lui, a loro, va il posto più alto del podio. Se scorro i dischi che ho più ascoltato e amato in questi sette mesi, mi pare che siano animati da uno spirito simile, seppure non altrettanto evidente: la fiducia nel mettere insieme un disco come un gesto ancora vitale, ancora significativo. Considerazione che vale per quelle vecchie volpi di Robyn Hitchcock e Wire, vale per Ryan Adams e Feist (due lavori diversissimi i loro, ma uniti da una sorta di sofferenza di fondo palpabile), e vale per il nostro Cesare Basile, che a quanto pare si diverte ad ogni nuova uscita a farmi pensare: “ecco, questo è il suo capolavoro definitivo”.

Tra le nuove realtà, spendo due cent per i Pumarosa, che un po’ mi sembrano gli Echo And The Bunnymen cantati da Cyndi Lauper, è vero, però azzeccano canzoni capaci di potenziale radiofonico e densità atmosferica come pochi. Un tempo si usava dire: è il caso di tenerli d’occhio. Tornando alle faccende di casa nostra, un plauso lo spendo per il buonissimo ritorno dei Julie’s Haircut, da condividere con l’eccellente conferma degli In Zaire, fautori di un tribalismo ipnotico e travolgente che manda in cortocircuito tempi che sono stati, sono e – speriamo – verranno. E se Don Antonio prosegue nel solco Sacri Cuori caracollando splendidamente tra frontiere cinematiche, Barbagallo mette a segno una raccolta generosamente psichedelica e dal cuore grondante soul.

Mi resta da spendere un ultimo cent e lo introduco volentieri nel juke box dei Feelies: il loro è un juke box generoso che si mette in loop e non ti stanchi mai di sentirlo, di farti accompagnare, con quel passo da adulto che cova irrequietezza senza età, un po’ sogno e un po’ rimpianto inconfessato di tutti noi che la mezza età proviamo a scordarcela, affidandoci a una giovinezza interiore sempre più logora ma in fondo viva, abbastanza bugiarda ma concreta, e tutto sommato rock. Sì, rock. Ancora, cocciutamente, rock.

  1. The Magnetic Fields50 Song Memoir
  2. Cesare BasileU Fujutu su nesci chi fa?
  3. Robyn HitchcockRobyn Hitchcock
  4. WireSilver/Lead
  5. Mac DeMarcoThis Old Dog
  6. Ryan AdamsPrisoner
  7. FeistPleasure
  8. Julie’s HaircutInvocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
  9. In ZaireVisions Of the Age To Come
  10. Father John MistyPure Comedy
  11. Carlo Barbagallo9
  12. GrandaddyLast Place
  13. Kendrick LamarDamn.
  14. PumarosaThe Witch
  15. Cody ChesnuTTMy Love Divine Degree
  16. The FeeliesIn Between
  17. Don AntonioDon Antonio
  18. Alex GRocket
  19. Julie ByrneNot Even Happiness
  20. Mark LaneganGargoyle

Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.

Tracklist

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