Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). La classifica di Nino Ciglio

Migliori album 2017 primi sette mesi. La classifica di Nino Ciglio

Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte dell’anno, corredate da una lista (non necessariamente) ordinata degli album che meglio lo hanno rappresentato. Partiamo con Nino Ciglio mentre per quanto riguarda le votazioni in progress da parte della redazione e dello staff riguardo a questi primi sette mesi dell’anno vi rimandiamo alla pagina classifiche 2017 di SA.

Volenti o nolenti, gli ascolti che facciamo sono sempre in qualche modo settoriali. Non solo: ciò che ascoltiamo è determinato da una miriade di fattori ben precisi che si possono considerare figli di suggestioni familiari (nel senso di affezione all’artista), consigli, curiosità o, magari, fedeltà a una rivista o a un operatore. Settoriali dicevamo, perché nessuno nell’anno del Signore 2017 ha l’ambizione di ascoltare tutto ciò che viene prodotto in ogni campo e genere. Così, anche in redazione, è facile avere una mappatura di preferenze per ogni collaboratore e, magari, scoprire che due universi apparentemente distanti come possono essere quello di Kendrick Lamar e del suo Damn. e di Father John Misty e del suo Pure Comedy, possono e, anzi, devono coesistere in una classifica di metà anno. È proprio lì che nascono le cose interessanti. O, almeno, quelle che interessano a me… Gli incroci, gli ibridi, le commistioni, quel mare di sostanza indefinita che oscilla fra l’indie e il mainstream in un decennio in cui queste due categorie non hanno più un peso specifico e, anzi, si (ri)trovano in persistente continuità.

E la prima metà del 2017 ne è un’ennesima conferma. Guardare Lorde e il suo Melodrama per credere. Lei, ventenne, cresciuta ascoltando new wave e musiche di nicchia, non ha mai disprezzato il mondo delle popstar$ e lo ha fatto suo: in Melodrama fonde i due mondi, li fa collassare, regalando inni pop da manuali generazionali. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli XX si sono mossi su binari contrari e paralleli: da band fondatrice di un tipo di sound e immagine a uso e consumo di pubblico elitario a band di massa, headliner dei più importanti festival e, soprattutto, rinnovata. I See You è per certi versi (e i fan più ortodossi mi perdoneranno) il loro miglior album: di grandissimo respiro, di un pop e di una semplicità spiazzanti, e che allo stesso tempo mantiene quell’indole intima, timida e riservata degli album precedenti. Provare dal vivo per credere. E infine c’è Lana Del Rey, altro pilastro degli intrecci indie-mainstream che, dopo quattro album senza mordente, con Lust For Love sembra finalmente aver trovato la quadratura e se ne è uscita con un lavoro di melodie pop tutte azzeccate.

C’è poi un considerevole strato di album interessanti che utilizzano questo tipo di approccio, pur senza entrare a gamba tesa nella Top 10: le superstarz sorelle californiane Haim, che con Something To Tell You si confermano intrattenitrici di livello, fra funky, Michael Jackson e un tocco di italo-disco; gli inglesissimi London Grammar che, sebbene deludano un po’ le aspettative con il nuovo Truth Is A Beautiful Thing, sono sempre una realtà da tenere sotto stretta osservazione. E poi ci sono gli album giganti di questa prima metà, album buoni davvero, che fanno sperare in una lotta all’ultimo centesimo di voto per la classifica definitiva. Pure Comedy di Father John Misty lo ascolteremo a ripetizione, consci dell’ironia beffarda del personaggio in questione, che ama guardarsi allo specchio e vedere un menestrello dal talento infinito. Fortuna che lo vediamo pure noi, sennò sarebbe stato tutto fumo e niente arrosto… C’è quell’affresco meraviglioso sul dolore e sulla morte che è A Crow Looked At Me di Mount Eerie che, con una chitarra appena pizzicata e una voce straziata dalla perdita della moglie, riesce a tessere empatie profonde con l’ascoltatore. C’è il solito Mark Kozelek/Sun Kil Moon che, lo si ami o lo si odi, finirà comunque in qualche sorta di classifica: con una media di tre album all’anno, non ci sorprenderemmo se vedessimo un altro suo lavoro (a fianco di Common As Light) nella classifica finale. C’è, infine, il ritorno in grandioso stile dei Fleet Foxes, con Crack-Up, che è un po’ come se non se ne fossero mai andati.

Breve shoutout alle personali rivelazioni, che, in un modo o nell’altro, sono finite in questa classifica: Out In The Storm di Waxahatchee è un album creativo, fra garage e indie-rock vecchio stampo, che suona però fresco e immediato; l’omonimo dei Cigarette After Sex è invece di un paraculo che funziona: come potrebbe essere altrimenti un album di brani che suonano tutti come ammodernamenti di Atmosphere dei Joy Division? SZA, con Ctrl, dimostra di essere l’indiziata numero uno per sfondare le barriere mainstream. Con i nuovi lavori di Grizzly Bear, Queens of the Stone Age, LCD Soundsystem e The War On Drugs attesi a breve, il resto del 2017 non sembra poi così male…

  1. Father John MistyPure Comedy
  2. Mount EerieA Crow Looked At Me
  3. LordeMelodrama
  4. Fleet FoxesCrack Up
  5. The xxI See You
  6. Lana Del Rey Lust For Life
  7. Sun Kil Moon Common As Light And Love Are Red Valleys Of Blood
  8. SlowdiveSlowdive
  9. Kendrick LamarDamn.
  10. Arca – Arca
  11. Thundercat – Drunk
  12. Waxahatchee – Out In The Storm
  13. Laura MarlingSemper Femina
  14. HaimSomething To Tell You
  15. SZACtrl
  16. Run the Jewels – RTJ3
  17. Stormzy – Gang Signs & Prayer
  18. PhoenixTi Amo
  19. Sampha – Process
  20. BonoboMigration

Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.

Tracklist

Ti potrebbe interessare