A oltre metà 2017, le maggiori soddisfazioni derivano per me da una delle aree musicali più difficili da affrontare in maniera nuova o perlomeno con una nuova linfa vitale: il punk rock. Di sicuro, in tal senso, sono stati un’autentica folgorazione i Priests, da Washington, DC. Emblema di una musica elettrica veloce e nervosa che funziona tanto sul piano prettamente sonoro – sbandate irregolari, fiati jazzy, nuance post-punk e dream pop, cerniere sperimentali… – quanto su quello lirico, a metà strada tra ribellione sociopolitica e disagio personale (Nothing Feels Natural: come meglio descrivere il presente?). Un po’ quello che fanno pure i Downtwon Boys, collettivo da Providence fortemente impegnato, a sostegno di ogni minoranza, che con Cost Of Living – il terzo vero e proprio album, prodotto da Guy Picciotto dei Fugazi e in uscita su Sub Pop ad agosto – rinvigorisce e personalizza la formula con l’impiego di varie lingue, elementi black, sassofoni e quant’altro. Con un sound più curato rispetto al recente passato, ma senza perdere in rabbia propositiva ed energia dinamitarda.
Diverso, invece, è il punk rock dei “tre psicotici newyorchesi” B Boys, esordienti per Captured Tracks: “vibranti melodie di chitarra, linee di basso ondulate, groove vorticosamente profondi” per canzoni influenzate dall’arte astratta (come si intuisce dal titolo, Dada), che semplicemente coinvolgono e tirano da matti. Così come è diverso quello dei Solki: Peacock Eyes, il secondo disco della band toscana, in cabina di regia Alessandro Fiori, traccia la rotta di un dream punk che coniuga sound ruvido, anche per via delle registrazioni in presa diretta, e melodie oniriche. Chitarre e batteria all’osso, la voce di Serena Altavilla, synth e violino a spuntare qui e là, una resa dal vivo con pochi pari che è consigliato testare.
Rimanendo in Italia, super apprezzamento per Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin dei Julie’s Haircut (lo scurissimo primo passo per Rocket Recordings, per una psichedelia al solito impossibile da definire in maniera univoca grazie alla predilezione per forme aperte, divagazioni kraut e jazz, ecc.) e Inner Vox dei Demonology HiFi (il progetto dei “subsonici” Max Casacci e Ninja, votato a un’elettronica tribale che rielabora techno, house, drum’n’bass, dubstep e quant’altro con grande padronanza e il coinvolgimento di ospiti come Birthh, Cosmo, Populous, Niagara e altri): proposte agli antipodi tra loro, che suonano al cento per cento internazionali, se ancora nutrissimo qualche complesso di inferiorità… Ci tengo poi a menzionare su tale versante Schonwald (alfieri della darkwave, sempre più psichedelici ed elettronici in Night Idyll), unePassante (all’opera su una ricerca di pop futuristico che trova in Cursed Be The Light, da Seasonal Beast, uno dei più bei brani ascoltati negli ultimi tempi), Blak Saagan (esordio in cassetta per la Maple Death Records di Jonathan Clancy, un’ora e mezzo di viaggio strumentale, un’elaborazione oscura dell’esplorazione degli spazi celesti, ispirata all’astronomia) e Clap! Clap! (dall’esotismo alla visionarietà cosmica, una spanna sopra ai compagni di “scena”).
E se, ancora all’interno dei nostri confini, dobbiamo parlare di dischi in italiano, vado sul sicuro con chi fa pop d’autore come quasi nessun altro, ovvero i Baustelle de L’amore e la violenza: di un’altra categoria rispetto a ciò che tristemente gira oggigiorno persino con quello che probabilmente è il loro lavoro più leggero e divertito/divertente di sempre. Non bastasse, proseguirei con Edda e Mara Redeghieri, il primo con quel Graziosa Utopia che si cimenta come mai prima d’ora con l’orecchiabilità e la seconda con il misurato electropop dell’esordio da solista, Recidiva: generazione speciale, come scrivevo altrove, che ci ha saputo emozionare ritornando oggi dopo carriere in band influenti (rispettivamente, Ritmo Tribale e Ustmamò). Non vorrei sembrare disfattista, ma il ricambio su queste frequenze, se non latita, è di certo quantitativamente scarso.
Provengono invece in parte dal punk rock, i Filthy Friends, il supergruppo che non ti aspetti. Di solito non mi entusiasmo per unioni di forze ormai sin troppo gettonate. Corin Tucker (Sleater-Kinney, c’è bisogno di dirlo?) e Peter Buck (R.E.M., c’è bisogno di dirlo?), qui accompagnati da Scott McCaughey, Kurt Bloch e Bill Rieflin, non hanno di certo niente da dimostrare ma ci (ri)conquistano poco a poco con trasporto spontaneo e basse pretese. Invitiation è un bel disco di puro rock and roll, dove ogni canzone si staglia come potenziale singolo. È un disco che convoglia classicità, nella miglior accezione del termine.
Non so sbilanciarmi ancora su eventuali tendenze generali dell’annata, ma senz’altro sul fronte psych sono arrivate altre belle sorprese: su tutte, il complesso svedese Flowers Must Die, ulteriore “lancio” di Rocket Recordings, che con Kompost, quarto lavoro in studio ma primo dalle ambizioni internazionali, dà libero sfogo a un’attitudine improvvisativa che centrifuga krautock, noise, doom, jazz, rimandi Seventies e sbandate orientaleggianti. Continuerei con quei pazzoidi dei King Gizzard And The Lizard Wizard, a oggi già due album targati 2017 fra cui propendo per l’apocalittico e imponente concept filo-heavy Murder Of The Universe, e più distanziati i Flaming Lips di Oczy Mlody, tornati centrati su loro stessi e in grado di iniettare l’inquietudine in nuvolette policrome di psych-pop elettronico.
In ottica più moderna, spiccano alle mie orecchie Arca e il debuttante Loyle Carner (che preferisco segnalare rispetto all’indiscutibilmente “robusto” Kendrick Lamar), accomunati dal coraggio di svelarsi maggiormente: il primo si mette alla prova con inediti cantati in spagnolo in una sorta di Club Silencio degli anni 10, il secondo svela il suo talento attraverso uno storytelling hip hop già raffinato negli arrangiamenti un po’ blues un po’ R&B nonché straordinariamente umano nei testi. Parlando di elettronica, opto per l’eleganza assoluta di Forest Swords e Laurel Halo , sperimentatori che con Compassion e Dust comunicano benissimo con l’ascoltatore. In ambito più spiccatamente pop, The xx che campionano David Lang in Lips o il ritorno alla miglior forma compositiva di Jens Lekman, avviene in I See You e Life Will See You Now, assicurano soddisfazioni. E ritornando al rock con cui ho aperto il discorso, restano fuori di poco dalla mia provvisoria top 20 Algiers e Boss Hog, intriganti ma magari un filino meno conturbanti rispetto a quanto avrebbero potuto essere. Non conto invece il breve formato degli EP, perché in quel caso segnalerei senz’altro i Blonde Redhead in nuovo stato di grazia di 3 O’Clock e i Nine Inch Nails dell’ottimo Add Violence (a seguire l’altrettanto ottimo Not The Actual Events). E siamo in attesa di Chelsea Wolfe, St. Vincent, Deerhoof, Protomartyr, Vessels, Colleen, Giovanni Succi e chissà quanti altri. Ne riparliamo a fine dicembre (sognando, sotto quest’afa di agosto, l’abbassarsi delle temperature).
- Priests – Nothing Feels Natural
- Arca – Arca
- Solki – Peacock Eyes
- Loyle Carner – Yesterday’s Gone
- Filthy Friends – Invitation
- Julie’s Haircut – Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
- Demonology HiFi – Inner Vox
- Flowers Must Die – Kompost
- Downtown Boys – Cost Of Living
- B Boys – Dada
- Forest Swords – Compassion
- Laurel Halo – Dust
- Baustelle – L’amore e la violenza
- Edda – Graziosa utopia
- Mara Redeghieri – Recidiva
- unePassante – Seasonal Beast
- Schonwald – Night Idyll
- Jens Lekman – Life Will See You Now
- The xx – I See You
- King Gizzard And The Lizard Wizard – Murder Of The Universe
Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.