Abbiamo chiesto ai nostri redattori e allo staff di scrivere riflessioni mirate, ma anche pensieri liberi, riguardo a questa prima parte dell’anno – gennaio fino a luglio/agosto – corredate da una lista (non necessariamente) ordinata degli album che meglio lo hanno rappresentato. Per quanto riguarda le votazioni in progress di questi primi sette mesi dell’anno vi rimandiamo alla pagina classifiche 2017 di SA.
Per quanto sia un esercizio divertente, quella della “classificona” degli album di fine anno o dei primi sei mesi del calendario è una prassi che ha del manieristico, e che cela dietro ogni riga di testo, ogni parametro di giudizio, ogni scelta accuratamente ponderata una piccola dose di egocentrismo da parte di chi scrive di musica. D’altronde, la nostra è mera divinazione di ciò che “potrebbe” avvenire, sterile e vanitosa retrospettiva su ciò che è accaduto, seppur necessaria per comprendere dove siamo adesso e di cosa sono il frutto i suoni che ci circondano e di cui ci nutriamo avidamente, in maniera coatta e appassionata – ma gira che ti rigira, la faccenda del gusto e del giudizio soggettivo rimane sempre un terreno molto scivoloso, anche per noi che pretendiamo di saper palleggiare la materia con una certa maestria.
È in tal senso che le 20 scelte che trovate qua sotto (elencate rigorosamente in ordine sparso, per onor del caos) sono frutto di una mente stanca e non tendente ad indagare il bello, ma ciò che è necessario. In un presente storico in cui ogni singola uscita ha il bollino marchiato con la scadenza come i branzini dell’Esselunga, ogni contenuto viene masticato, metabolizzato ed espulso a tempo record, e il successo è dettato nient’altro che da una scellerata, dopatissima stima degli ascolti sulle piattaforme di streaming; un periodo in cui la forma e il packaging hanno superato la sostanza, la weltanschauung, e le teste pensanti negli alti papaveri di un music business sempre più povero (di soldi e di idee realmente coinvolgenti), con le loro strategie oblique – non quelle di Eno, ma quelle del mercato discografico 2.0 – ci danno in pasto fenomeni usa-e-getta, lasciandoci credere – anzi, forzandoci a convincerci che un tizio partenopeo senza volto e una combo di giovani buffoni di corte che incensano la loro opulenza siano la next big thing del pop d’avanguardia, solo perché funziona, ecco: se proprio questo è il bello dell’anno del Signore 2017, ben venga il necessario. Se vogliamo, anche il brutto.
È altresì innegabile, per quanto non sia territorio di mia competenza, che l’hip hop abbia assunto da qualche anno a questa parte il ruolo che venti, trent’anni fa poteva avere certa musica alternativa, in senso lato e senza distinzione di generi, ed è doveroso ammettere che qualcosa d’interessante sta accadendo oltreoceano relativamente a quel versante, ma che allo stesso tempo la mitizzazione di quella specifica forma espressiva e dei suoi portavoce abbia inevitabilmente generato un rovescio oscuro, dozzinale e volto al lucro della faccenda – è, fondamentalmente, un principio base della fisica (altro territorio NON di mia competenza) per il quale ad un’azione corrisponde una reazione: il binomio che lega Kendrick a XXXtentacion dev’essere più o meno lo stesso che legava in maniera mostruosa e abnorme, per dire, i Nirvana ai Creed (ve li ricordate i Creed? Spero di no).
L’evidenza, a volte, è la cosa più difficile da accettare. Così com’è difficile accettare che il rock e le sue derivazioni più rumorose, psicotiche, sudicie e oscure abbiano ormai perso la propria carica sovversiva, adesso che un personaggio come Marilyn Manson (e non pesco a caso) è divenuto la pingue ombra del lussurioso, ossuto e sinistro drag king in vesti da monatto che spaventava letteralmente a morte i comitati dei genitori e l’America puritana tutta, l’irriverente capro espiatorio dato in pasto ai media dopo i fattacci della Columbine, il frutto di tutti i mali della generazione X: da Reverendo a chierichetto in un giro di boa. E noi siamo rimasti qui, a tapparci il naso e a girare lo sguardo altrove fin quando il vero prince of darkness, forse l’ultimo della sua stirpe, è tornato sulle scene, rivendicando il suo stato di antagonismo, non più con lo charme vampiresco di un conte dostoevskijano, ma con la quadrata e massiccia physique du role di un sacerdote delle onde sonore, con ormai una moglie e un figlio a placare quell’ombra di perversione ed anti-indulgenza: Trent Reznor è un ritorno necessario, in tal senso; è un personaggio-chiave della sua generazione, che è sopravvissuto al potere deflagrante della contemporaneità ed ha subìto uno strano processo inverso, dalla santificazione ad un’umanizzazione quasi drastica. La sua è una figura fondamentale non tanto per quello che fa (molto bene peraltro), ma per come lo fa e per i concetti che veicola attraverso la sua musica: in ciò è unico e i Nine Inch Nails sono il breviario attraverso il quale sciorina sortilegi per esorcizzare gli spettri urlanti e i demoni di un’America allo sbando, non le manda a dire (neppure al Presidente), fondamentalmente non si è mai tirato indietro da questo punto di vista (With Teeth? Year Zero?), ed in tal senso ci piace pensare che sia il doppelganger caustico e ferino di un Kendrick che racconta in maniera altrettanto efficace le contraddizioni e il lato grottesco della società in cui vive – non fosse per il fatto che è uscito a novembre 2016, anche l’ottimo Atrocity Exhibition di Danny Brown tornerebbe comodo in quest’ottica.
Stiamo consumando un lasso di tempo in cui (e qui lo dico e qui lo nego, anche a costo di sembrare iniquo e impopolare) sollevare la seppur delicata e cruciale tematica della questione razziale può elevare un album di Beyoncé da sopracitato prodotto a scadenza ad inestimabile e preziosissima opera pop – e da questo punto di vista Reznor, con i suoi rumori sintetici carburati a nichilismo e una visione della realtà opprimente e in bianco e nero (calza perfettamente la presenza dei NIN nell’ormai celebre e chiacchieratissima ottava puntata della nuova serie di Twin Peaks), vince a mani basse, rischiando pure di rispolverare quel sovversivismo perduto, e a loro modo, inconsciamente e forse anche senza pretese, giovani druidi adempiono a tal cruciale compito: il sound nervoso e muscolare, panteriano, dei Code Orange, che con il loro Forever hanno settato dei nuovi standard sonori nel post-hardcore iniettato di suoni sintetici ed industriali; l’electro-pop mutante ed elusivo, tendente alle immersioni techno di foggia Modern Love della giovane Kelly Lee Owens, che con l’esordio omonimo offre una lettura affascinante dell’ambiguità sessuale, ponendo tutto su di un piano fisico, più che mentale, e mostrandoci nondimeno un talento eccezionale; l’hip hop carburato al napalm e punk degli Ho99o9, che rivendicano la nascita dei propri Stati Uniti dell’orrore, accendendo un cero votivo sugli altarini di Bad Brains e Rage Against the Machine; Blanck Mass, che con World Eater si pone al centro del caotico disegno-power electronics, producendo sferzate telluriche e portando a giro il suo personale circo delle stranezze; le catechesi pseudo-sataniche che volgono ad oriente dei King Gizzard & the Lizard Wizard (ma poi, ce la faranno davvero a far uscire cinque album in un anno?); i Black Angels, che tornano con un semplice esercizio di stile seppur trasfigurando il 4 luglio in un giorno luttuoso, filtrato attraverso la lente distorta e caleidoscopica del cult leader Alex Maas; gli Algiers, che fanno quello che meglio sanno fare, però più incazzati di prima; le tribolazioni electro e le vibrazioni caotiche dei White Hills, anche loro sulle barricate come non mai; l’obliquo e liquido sciamanesimo dei nostrani Julie’s Haircut, da adesso sodali d’etichetta con i mancuniani Gnod, autentica macchina della morte che punta e scarica la propria potenza di fuoco sull’avidità della classe dirigente; infine un altro gradito ritorno, non altrettanto importante ma sicuramente rumoroso, quello dei Converge, creature che ogni tanto ci ricordano di come una traccia di quella pericolosità rimesti ancora nel sangue e nell’urgenza sonora.
Di fronte a tanta sete di malevolenza, è altresì necessario ponderare il tutto con un fascio di luce, riequilibrare sulla bilancia il peso specifico dell’oscurità (e delle perdite pesanti e dei numerosi lutti che anche quest’anno abbiamo dovuto affrontare), con qualcosa di tutt’al più crepuscolare e intimo, se non proprio solare ed estivo, di stagione: lo ying è quindi fornito da un Washed Out che coglie i frutti della sua piena maturità con un’opera audiovisiva ammaliante, mentre i Beach Fossils offrono una propria rielaborazione delle caute vibrazioni di scuola Real Estate (anche loro usciti in marzo con una buonissima prova), dando alle stampe il loro personale white album; anche i Foxygen giocano (e si divertono un mondo) a fare lo spettacolino off-broadway con un modus operandi in puro stile Abbey Road, mentre i Boogarins rafforzano il legame con la tradizione del tropicalismo, affermandosi come una delle realtà più fresche e interessanti del panorama psych mondiale. Ma anche il metallo pesante ha un proprio rovescio lucente: gli Elder ne sono i rappresentanti designati e il loro Reflections of a Floating World è semplicemente spiazzante nell’accostare etereità a compattezza.
Disco metal dell’anno? Per dovere di cronaca ci spostiamo sul versante elettronico, che anche quest’anno offre spunti e riflessioni sullo stato attuale del genere e sui consueti, ampissimi margini di eterogeneità ed evoluzione stilistica che questo comporta. Stranamente, però, la mia scelta ricade su due lavori che piuttosto che puntare sull’innovazione, provano ad orchestrare una piccola rivoluzione copernicana all’interno dei propri ristretti confini: il progetto Talaboman, in cui il tedesco Alex Boman e John Talabot uniscono le forze e riescono a conferire una vibe tribale, quasi ritualistica alla materia technusa, smussandone le spigolosità, e il ritorno dei Soulwax che si è rivelato un insperato colpo di coda, forse il definitivo con cui i fratelli Dewaele sono riusciti a trovare la celeberrima quadratura della propria faccenda, con un sound muscolare e sensuale, ed avvalendosi dell’aiuto di personalità curiosamente estranee al tutto (Troy van Leuuwen? Iggor Cavalera???).
Tra il peana a questo lato oscuro più che mai necessario e il suo contrario, si staglia sopra a tutto e tutti la commovente opera d’introspezione emotiva e ricerca sonora che i Fleet Foxes hanno messo tra i solchi per il loro atteso ritorno sulle scene: dopo sei anni di assenza, i cascadici tornano con un album, questo Crack-Up, che è a suo modo enciclopedico, riassuntivo della poetica delle volpi, e forse il vero lato nobile di come “certa” musica avant-pop (Bon Iver, mi ricevi?) dovrebbe essere scritta, suonata, interpretata. Chapeau. Ma voi intanto fatemi un piacere: fate finta di niente, sorridete, scrollate tra le playlist estive di Spotify “Indie Italia” e tormentoni assortiti, lasciatevi abbindolare dal nuovo che avanza, accettate di buon grado qualsiasi scelleratezza mediatica vi venga sventolata sotto al naso. È bello vivere nell’illusione prima che tutto ci crolli addosso, come un castello di carte. Forse, tra qualche anno sarà tutto finito, e non avremo più nessun lato oscuro da evocare: gotta light?
- Julie’s Haircut – Invocation and Ritual Dance of my Demon Twin
- Code Orange – Forever
- King Gizzard & the Lizard Wizard – Flying Microtonal Banana
- Soulwax – FROM DEEWEE
- Washed Out – Mister Mellow
- Beach Fossils – Somersault
- Nine Inch Nails. Add Violence EP
- Gnod – JUST SAY NO TO THE PSYCHO RIGHT-WING CAPITALIST FASCIST INDUSTRIAL DEATH MACHINE
- The Black Angels – Death Song
- White Hills – Stop Mute Defeat
- Fleet Foxes – Crack-Up
- Boogarins – Lá Vem a Morte
- Ho99o9 – United States of Horror
- Elder – Reflections of a Floating World
- Converge – I can tell you about Pain/Eve 12″
- Algiers – The Underside of Power
- Blanck Mass – World Eater
- Kelly Lee Owens – Kelly Lee Owens
- Foxygen – Hang
- Talaboman – The Night Land
Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.