Weekend discografico. Ascolta gli album di The Weeknd, David Bowie, J Balvin, Morrissey, Arbouretum e altri

#iorestoacasa rimane l'imperativo, e così con noi chiusi nelle nostre case sempre più prigioni, il venerdì discografico, almeno lui, continua come se nulla fosse, almeno nella sua versione streaming/virtuale

La quarantena si fa sempre più severa perché la conta dei contagiati e dei deceduti non subisce flessioni, anzi. I branchi di runner al parco sono stati messi al bando, si studiano sistemi di tracciamento di massa da Grande Fratello avanzato, anche perché sono in migliaia ogni giorno a venir multati per trasgressioni di vario tipo dell’obbligo di stare a casa, salvo gli ammessi motivi che non stiamo qui a ripetervi. Fa effetto vedere gli streaming delle video conference, e i canti dai balconi e, nel contempo, leggere delle bare dei defunti nel bergamasco che vengono trasportate dai furgoni dell’esercito verso i forni crematori di altre regioni. Fa effetto sapere che i dati sui quali la Protezione Civile si basa per il proprio bollettino delle 18:00 siano forniti da regioni che seguono propri metodi e regole per effettuare tamponi e conte decessi e contagi. Insomma, la situazione è caotica, pesante e lo sarà ancora per un periodo che ancora non possiamo prevedere e calcolare con certezza.

#iorestoacasa rimane l’imperativo e così, con noi chiusi nelle nostre case sempre più prigioni, il venerdì discografico, almeno lui, continua come se nulla fosse, almeno nella sua versione streaming/virtuale. Abbiamo un weekend segnato da una buona quantità di pubblicazioni, valide soprattutto sul versante del songwriting di qualità.

Dove c’è un The Weeknd che non sembra aver nulla da dire stretto nei suoi abiti di lusso color bordeaux (After Hours, recensito da Raimondo Vanitelli), c’è un Morrissey che davamo tutti per spacciato e che invece in I Am Not A Dog on a Chain recupera un poco dello smalto dei tempi migliori. Lo afferma Diego Ballani, che tra poco avrà pronta la recensione. In pratica il nuovo album dell’ex Smiths contiene elementi che faranno storcere il naso ai fan della prima ora (la produzione sintetica, gli elementi soul già sperimentati nell’album di cover), ma anche alcune delle migliori e più lucide canzoni composte negli ultimi quindici anni. Ancor meglio fa Rustin Man, che ritorna con Clockdust, un album che pesca dalle stesse session del fortunato Drif Code dello scorso anno, riproponendo intatto un tocco che, tra bozzetto intimista, contrappunto impolverato e silenzi, riavvolge il nastro agli ultimi Talk Talk, con rinnovata ispirazione.

E generose sono pure le prove dell’ex Klaxons James Righton e di Baxter Dury, figlio di Ian (quello di Sex&Drugs&Rock’n’Roll). Con il primo, nel suo The Performer, a farci entrare in una macchina del tempo tra crooning e psichedelica, archi dal sapore 70s e orchestrina bucoliche, in un ideale viaggio in macchina che dalle bianche scogliere d’Inghilterra ci porta a Saint-Tropez. E il secondo in The Night Chancers a portare alle estreme conseguenze una lounge music fatta di hip hop, funky e pop francese à la Gainsbourg, bilanciando abilmente sensualità e crudezze tratteggiate con tecnica litografica.

Anche il soul pop elettronico un po’ telefonato e un po’ James Blake e Fka Twigs radio friendly della Låpsley di Through Water nasconde testi e temi interessanti a partire da quello della sua crescita personale come donna e artista, mentre spostandoci sulla canzone folk rock stellestrisce, è bello ritrovare intatta la qualità di scrittura degli Arbouretum. Nel loro Let It All In, decima prova in discografia, la band alt-rock statunitense aggiunge elementi di novità alla propria formula come fiati e uno spiccato elemento psichedelico (recensione di Valerio di Marco).

Dall’Italia spicca in negativo Galeffi e in positivo Colombre e nel limbo ci mettiamo i Coma Cose. Del primo, scrive Davide Cantire, e più che l’immediatezza dei brani del suo Settebello (o la loro pretenziosa onestà), a colpire subito è la banalità di testi e costrutti, nonché di ritornelli piacioni pronti a far versar lacrime a chi, in piena crisi adolescenziale nella periferia romana, sta attraversando la prima (patetica) delusione amorosa. Del secondo c’è da dire che ha sfoderato un bel disco di sinfonico che ricorda l’Alex Turner di Submarine filtrato dal fuzz saturato degli Arcs (Corallo, recensione di Beatrice Pagni). E del lato B artistico di Fausto Lama e California – Due – s’apprezza la mezza svolta all’insegna di un cantautorato maggiormente adult, infarcito di ritmi urbani per mano di Stabber, della serie Milano Londra e ritorno.

Sul fronte elettronico da segnalare c’è sicuramente la compilation benefica Distance Will Not Divide Us realizzata da alcuni artisti della scena elettronica romana (tra gli altri, Clap! Clap! e Khalab, Indian Wells, Machweo, Lorenzo BITW, Go Dugong). Una raccolta di quattordici brani inediti che vuole diffondere un messaggio di solidarietà, unità e condivisione. Inoltre, abbiamo Tokimonsta, che in Oasis Nocturno continua a muoversi sui suoni della black elettronica più facile e radiofonica, alternando spunti hip-hop, house e vocazioni pop (recensione di Nicolò Arpinati).

Interessante e in un filone parallelo – futurist folk music – è Lyra Pramuk, già nota per le sue collaborazioni con Holly Herndon e Colin Self. Il suo Fountain è un viaggio emotivo e sensuale basato unicamente sulla voce della musicista d’opera elaborata digitalmente oppure così com’è, in linea con il tentativo del disco di indagare il rapporto tra l’umano e la tecnologia. Altrettanto sperimentale quanto prezioso il lavoro di Electric Indigo – Ferrumsu Editions Mego dedicato alle qualità del ferro e di altri materiali, utilizzati per l’occasione come strumenti e poi rielaborati digitalmente per un risultato molto in linea con la produzione dei Throbbing Gristle più industrial ambientale e isolazionista.

Dal lato dell’ambient più pura abbiamo invece il primo album firmato da Brian Eno e Roger Eno. Titolo: Mixing Colours, in pura scia e tradizione Erik Satie (recensione di Alessandro Pogliani); su quello delle pubblicazioni postume di David Bowie, c’è Is It Any Wonder?, EP già pubblicato lo scorso mese ma che oggi si completa con la release dell’ultimo brano in esso contenuto, Fun (Dillinja Mix) (recensione di Matteo Tonolli). Su un terreno tra neoclassica, drone, e le indimenticabili pagine sonore dei Rachel’s, abbiamo Helen Money con Atomic (recensione di Nazim Comunale). E per chi mastica il reggaeton più mainstream c’è l’acclamato J Balvin con Colores.

Da segnalare infine le nuove pubblicazioni di Bologna Violenta (Bancarotta Morale), il rock-blues-folk di Joseph Martone (Honey Birds), l’elettronica-wave-ambient cinematica e soffusa dei Jay Perkins (Release) e l’album di William BasinskiHymns Of Oblivion – che raccoglie undici brani cantati da Jennifer Jaffe del noto collettivo artistico di Cincinnati TODT.

Tracklist

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