Coronavirus o no il weekend discografico stracolmo di uscite e di musica di qualità è qui per farvi dimenticare ansie e problemi, o perlomeno ci prova. I negozi di dischi rimangono chiusi ma le succursali virtuali – ergo le piattaforme di streaming – vanno avanti senza colpo ferire e così tutto ciò che era in programma per questo venerdì 13 marzo è confermato sia sul fronte internazionale che su quello prettamente italiano.
Due i dischi che ci hanno letteralmente fatto cascare dalla sedia: The Common Task degli Horse Lords e Guerilla di Nazar. Parliamo di due proposte tra loro molto diverse ma accomunate da un’urgenza febbrile, che non bada a compromessi. Il lavoro dei primi, un quartetto di Baltimora, trova la quadra in un mare magnum di generi e sottogeneri, riuscendo non solo nell’impresa di mettere d’accordo ascoltatori di post-rock, afro-beat, minimalismi vari, (p)funk-rock, kraut, etno-psych e quant’altro, ma proseguendo un percorso sonoro che sta lanciando questa band nell’empireo degli sperimentatori più lucidi e conturbanti (dalla recensione di Stefano Pifferi in arrivo). L’album del secondo, che vive di dettagli estremi, spigolosi campioni, loop vocali e tessiture ritmiche imprevedibili, si configura invece come un lavoro maturo e importante, pieno di tensione narrativa verace, cruda ed emotiva, un mirabile esempio di come la riflessione civile, i percorsi biografici e l’indagine sul presente possano appartenere a una produzione sonora contemporanea che non si pone limiti o barriere di genere (recensione di Andrea Mi).
Terzo posto in questo podio improvvisato delle musiche più valide del weekend è riservato agli Ultraìsta di Sister. Un centro pieno per il trio formato dalla vocalist e producer Laura Bettinson, dal producer Nigel Godrich e dal batterista/producer Joey Waronker. Fate conto di ascoltare dell’art pop di alta classe calato in un contesto di rigore wave tra felpata elettronica ai pad, synth analogici (a volte in assetto cameristico) e drumming spezzato altezza trip hop ma attraversato da una tensione tutta contemporanea. Fate conto una spremuta di Daughter e Moderat, o meglio dei Radiohead di Amnesiac (recensione di Raimondo Vanitelli).
Altra gran bella prova ce la danno i Dungen. DUNGEN LIVE è – strano a dirsi oggigiorno – un best of delle registrazioni live raccolte dalla band da alcuni anni a questa parte, la miglior dimostrazione di quanta potenza abbia il loro raggio d’azione in questa veste tra folk, il rock anni Settanta e quello moderno, il jazz e l’ambient (recensione di Tommaso Bonaiuti).
Riallacciandoci alla proposta degli Ultraìsta abbiamo i Porridge Radio di Every Bad. Si tratta del secondo album della band di Brighton dell’inquieta Dana Margolin, che dimostra buona capacità nel maneggiare la forma-canzone, tanto sul piano del songwriting quanto su quello degli arrangiamenti, e un buon ancoraggio alla miglior tradizione indie rock (recensione di Elena Raugei). Non male in questo senso neanche i lavori dei dimenticati ma non malvagi Peter Bjorn and John (il solare e ottimista Endless Dream) e Cocorosie (Put the Shine On). Quest’ultime in particolare tornano dopo un lustro di assenza discografica con un mix di folk magico e incantato e sonorità ora più che mai crossover in senso 90s. Ancora molteplici i prestiti dall’Hip Hop e dall’r’n’b a stellestrisce da parte della formazione, a partire dal simil rappato sfoderato da Sierra, tra partiture per oboe, chitarre compresse à la Nine Inch Nails e synth analogici, in Mercy. Ma non mancano neppure i suoni della natura e tutte le sfumature di grigio di quel sound démodé che da sempre costituisce il DNA delle sorelle Casady (recensione di Stefano Solventi in arrivo).
Sul fronte psych deludente invece l’esordio dei Deap Lips, ovvero Deap Vally + Flaming Lips, il loro omonimo Deap Lips prometteva assai bene ma è solo una raccolta di b-sides di Yoshimi e paraggi (recensione di Marco Boscolo). Dà invece ciò che promette sulla carta Human Impact, il supergruppo formato da ex Unsane, Copo Shoot Cop e Swans, ovvero la summa del “noise-rock” pensiero newyorchese alle prese con una sorta di colonna sonora del futuro prossimo a venire a base, guarda un po’, di noise rock distopico (l’album è l’omonimo Human Impact e la recensione è di Stefano Pifferi). E sempre di apocalissi e distopie, a cavallo tra hardcore e metal in questo caso, parliamo nel caso dei Code Orange che se la cavano bene nel nuovo Underneath, parola di Valerio di Marco.
Passando poi dal metallo ad atmosfere folk goth tra psicomagia e introspezione troviamo Hilary Woods nel valido Birthmarks, scritto nei due anni che hanno fatto seguito all’esordio Colt e registrato tra Galway e Oslo nell’inverno del 2019, mentre la musicista irlandese era in gravidanza. E per quanto riguarda una proposta ugualmente esistenzialista ma viceversa vestita di dolcezze pop abbiamo Porches che torna, ad un paio d’anni di distanza da The House, con Ricky Music tra coerenze indie e pulsioni dance ma anche interessanti collaborazioni come quelle di Mitski, Zsela e Dev Hynes.
Scivolando su una proposta sempre delicata ma poggiata sui più classici binari dell’indie (synth) pop dai rimandi 80s c’è Truth or Consequences, l’album dei neozelandesi Yumi Zouma. Mentre tornando alle ombre della Woods troviamo Full Virgo Moon del songwriter King Dude che si guadagna il premio dell’album DIY intimista minimalista della settimana.
Dall’Italia segnaliamo Lucia Manca che grazie alla produzione di Matilde Davoli e Gigi Chord, e agli interventi ai synth di Populous, suona come i Beach House catapultati in un’edizione di Sanremo persa nella memoria altezza disco music e Marcella Bella (Attese Vol.1 EP, recensione di Luigi Lupo). Ma anche il cantautorato-wave di Giuseppe Righini nel valido Lascaux come i Jet Set Roger di Un rifugio per la notte che sfoderano un concept album nonché un disco/fumetto. Tra le uscite italiche c’è anche il maestro Alfio Antico di Trema la terra che si è avvalso della produzione artistica di Cesare Basile e Gigante che per il primo lavoro sotto contratto Carosello svolta dalle parti dell’itpop synth-retrò à la Tame Impala con risultati (radiofonicamente e non) discutibili (Buonanotte). Sempre su major esce Feat (Stato di natura), l’album di Francesca Michielin che segue 2640, disco che dovrebbe sdoganarla definitivamente anche solo guardando alla lista dei feat ma che si risolve in un disco minestrone in cui collabora praticamente con chiunque e prova a infilare il piede in praticamente tutte le scarpe possibili tra rap, ballate r&b, reggae surgelato, gettoni trap, cantautorato pop ecc. (recensione di Luca Roncoroni).
Sul formato più classicamente rock, il weekend segna pure il ritorno di Bob Geldof con i Boomtown Rats. Il disco s’intitola Citizens of Boomtown ed esce a distanza di ben trentacinque anni dall’ultimo disco di inediti In the Long Grass.
Sull’elettronica il disco da metterci subito in cuffia è senz’altro quello di Four Tet che torna, tra estasi e comunanza dance, in Sixteen Oceans proseguendo nel solco dei mondi extra occidentali già tracciato da New Energy.
Sul capitolo nuovi singoli, va segnalato Il bene, antipasto di quello che sarà l’esordio solista di Francesco Bianconi (leader dei Baustelle); il brano, contraddistinto dal lento incedere di una depressione alla ricerca perenne di felicità e conforto, è una sorta di simil-Follonica calata però in un contesto da Fantasma. Torna anche la coppia ColapesceDimartino con il brano Rosa e Olindo, l’it-pop di Colombre con Per un secondo, un nuovo estratto per Brian Eno e Roger Eno (Slow Movement: Sand), il ritorno dei Killers con Caution, le già condivise Climb That Mountain di Sufjan Stevens e Lowell Brams e Small Black Reptile dei Wire, più – infine – Captatio Benevolentiae, primo inedito che anticipa il percorso di The Andre con Mescal e Freak&Chic.