Primavera Sound 2018. Quel che non dovete perdervi assolutamente e quel che dovreste vedere

La diciottesima edizione del Primavera Sound non sarà un’edizione come le altre: in parte per coincidenze cabalistiche o convenzioni sociali, il diciottesimo anno sancisce la piena maturità, in quanto momento di rottura e di emancipazione da autorità e imposizioni. Ora, non vorremmo dirvi che un festival come quello catalano non abbia già raggiunto piena coscienza di sé e dei propri mezzi (come rassegna musicale di elevatissima qualità quanto macchina da soldi), ma di sicuro la line-up del Primavera di quest’anno dimostra un’urgenza di smarcarsi dai propri schemi fissi, anche a costo di rinunciare quasi totalmente ai propri cavalli di battaglia – la formula delle band che suonano il loro ultimo/più significativo/più sfigato-ma-successivamente-rivalutato album etc. etc., senza contare che numerosi aficionados all’uscita del cartellone si sono lamentati delle assenze di band potenzialmente primaveribili, ma questa è solo la conseguenza della sovraesposizione a un hype smodato e per molti ingiustificato.

Tuttavia, questo Primavera Sound ha pure avuto il coraggio di spingere forte sui suoni in voga (màs musica negra, anticipava lo scorso inverno il fondatore Gabi Ruiz), con grande presenza di pesi massimi dell’hip hop contemporaneo (da A$AP Rocky ai Migos), e su una fittissima e variegata selezione di performers elettronici, andando a costituire un autentico festival nel festival, ed esaudendo quindi il desiderio espresso anni fa dal fondatore Pablo Soler: il Primavera Bits di quest’anno ha decisamente ampliato la già cospicua presenza di musica elettronica (e sonorità affini) sulla celeberrima isoletta del Parc del Fòrum, che da quest’anno vede anche la presenza di una radio in filodiffusione e in diretta sull’app, uno spazio dedicato alla cucina gourmet (Primmmavera) e un nuovo stage indoor, il Warehouse, in cui si terranno numerosi showcase di etichette legate alla scena elettronica, tra cui Warp, nell’arco di tutto il sabato sera.

La consueta varietà di scelta che il Primavera offre potrà mettervi in difficoltà e/o intimorirvi, ma noi SA abbiamo deciso – al netto di sovrapposizioni scomode o preferenze, ma tenendo conto di fattori quali la qualità/unicità dello show e la sua eventuale scarsa reperibilità sul suolo italiano a breve termine – di fornirvi una piccola guida ai performer più interessanti e meritevoli di attenzione, nell’arco dei tre giorni fulcro della rassegna, ma anche delle giornate del pre e post festival, in cui troviamo già performance di peso come quella degli Spiritualized con orchestra e coro nella splendida cornice dell’Auditori, e altre con act in rampa di lancio sul suolo europeo come la giovanissima glam band californiana Starcrawler (entrambi impegnati il mercoledì).

Giovedì 31 maggio

  • Sparks, Primavera with Apple Music, h. 19.25

E nell’anno del ringiovanimento, perché non partire con una band di veterani? I fratelli Ron e Russell Mael, precursori del glam, faranno la loro prima apparizione al festival dopo un periodo di rinnovata fama presso platee meno – ahem – attempate: da ricordare l’album collaborativo con i Franz Ferdinand del 2015 sotto l’acronimo FFS. Gli Sparks, nonostante la longeva militanza tra le schiere del rock d’avanguardia (il primo album Halfnelson è datato 1971), sembra stiano vivendo una seconda giovinezza: il loro album più recente è Hippopotamus, uscito nel 2017, e per cui i quasi settantenni fratelli Mael sono impegnati in un tour promozionale che va avanti da un anno e che ha toccato tutte le parti del globo (compresa l’Italia). Sicuramente un act imperdibile per i retromaniaci, ma potrebbe riservare gioie anche per i newcomers.

  • Art Ensemble of Chicago, Auditori, h. 19.00

Molto attesi gli Art Ensemble of Chicago, che affondano le radici nel free jazz di fine anni sessanta-inizio Settanta, diciamo quel crocevia decisivo che porta autori di levatura assoluta quali Miles Davis a distruggere quasi totalmente le convenzioni del genere e a produrre nuovi ibridi che sperimentano sull’effettistica (il celebre wah-wah di Bitches Brew) e su nuove soluzioni sonore. Nato per iniziativa del sassofonista Roscoe Mitchell, che inizialmente forma un sestetto che porta il suo nome e che poi si allargherà ad un numero di interpreti sempre più elevato, l’ensemble è noto ai più per l’utilizzo anticonvenzionale degli strumenti tipici del jazz e di altri monili/accessori funzionali (campanelli di biciclette, conchiglie, corni e percussioni di vario tipo). Ovviamente, la cornice dell’Auditori (quest’anno “operativo” solo nel pre-festival del 30 e, appunto, il giovedì) renderà merito ad un set variopinto e ricco di sfumature. Food for Brain.

Il primo di una lunga serie di consigli riguardanti l’area della ormai famigerata spiaggetta riguarda un londinese di stanza a Berlino, Jon Seaton in arte Call Super. La storia del producer di talento che emigra a Berlino fa ormai parte della consueta narrativa electro, soprattutto legato al contesto della techno, qui declinata alle sue latitudini più eterogenee e fusion e priva di una vera e propria collocazione geografica: l’ultimo Arpo (recensito positivamente da Edoardo Bridda, che in merito scrive: “… un disco questo che il suo autore ha pensato anche come momento di decompressione dopo una club night, nei momenti in cui euforia e contemplazione s’incrociano e sfocano a vicenda”) celebra la mescolanza tra una techno tenue e variopinta, condita di texture sonore e campionamenti, e un apparato più impro e legato alle dinamiche del jazz e della fusion. Il consueto, crudele gioco delle sovrapposizioni impone uno scontro diretto tra il sopracitato e James Holden e i suoi Animal Spirits, diciamo un clash non da poco (soprattutto se vi siete persi l’unica data italiana di Holden al Teatro Duse di Bologna).

  • Jlin, Bacardì Live, h. 23.25

Rimaniamo in zona spiaggia per l’esibizione di una delle producer più in vista del roster Planet Mu: il lavoro di Jerrilynn Patton, in arte Jlin, vede i contributi di Holly Herndon e William Basinski ed è stato supportato e promosso in primis dal boss della sua label, Mike Paradinas, e in seguito da Aphex Twin (che ha suonato un brano in anteprima dal suo ultimo lavoro Black Origami al Day for Night di Houston due anni fa). A prescindere dal caloroso supporto, Jlin è una self-made woman dell’elettronica, emersa più o meno tre anni fa con uno splendido LP d’esordio (Black Energy) e fautrice di un sound che prende spunto da vari elementi e pattern ritmici delle tipiche danze africane, mescolandoli alle bordate bassose della drum ‘n bass e del footwork. Ci sarà da sudare.

Facciamo una prima escursione nel nuovo stage al chiuso con il live set di un’autentica leggenda vivente, ca va sans dire: il fu Greg Broussard da Los Angeles è sicuramente uno dei protagonisti assoluti della stagione della dance music, seppur legato fortemente alla scena rap locale – un personaggio la cui grandezza è misurabile dal solo fatto che le sue prime uscite con il moniker che lo ha reso noto in tutto il mondo sono avvenute a party e jam festival organizzate dalla crew Uncle Jamm’s Army (di cui anche Ice-T faceva parte) di fronte a diecimila persone e più a serata. Adesso il buon Lover è ancora in giro tra i deck e, nonostante i cinquant’anni andanti, regala ancora performances al fulmicotone degne della sua nomea (in cui, tra l’altro, si produce ancora in freestyle e rime taglienti).

  • Zeal & Ardor, Adidas Originals, h. 01.20

Sarà il palco più piccolo, il meno spettacolare, il più low profile, così com’è incastrato quasi a forza sotto l’enorme struttura a pannelli fotovoltaici che vegliano sull’area centrale del Fòrum, tutto vero: eppure è il palco in cui (testimonianza personale e non) si scoprono le nuove leve e nuovi suoni, e la cui programmazione cela perle sempre più rare – compito svolto a metà con il Night Pro, altro mini stage della rassegna. È in genere il palco in cui convergono gli act più legati al middle-underground musicale, una vasta periferia che va dall’hip-hop d’assalto, passando per garage e punk e arrivando alle più disparate istanze dell’heavy metal: infatti, la prima chicca che andiamo a scovare è uno dei pochi nomi che quest’anno compongono lo zoccolo dei performers legati al metal, sicuramente meno roboante della scorsa edizione (Slayer, Gojira e Sleep per fare tre nomi), ma non meno intrigante per soluzioni. Zeal & Ardor è un act talmente sfuggente da uscire quasi dai territori del metal, sebbene la matrice del progetto sia il black metal mescolato a sonorità soul e gospel – si, avete capito bene: il fondatore e deus-ex Manuel Gaugnex, svizzero-americano, chiese in un thread su un blog quale fosse l’accostamento più assurdo che si potesse fare tra due generi musicali, e da allora i brani, nati un po’ per gioco, presero forma, e il resto è storia; l’apprezzamento della critica e set infuocatissimi ai maggiori festival di genere e non hanno spinto l’album nelle classifiche di fine anno e il nome di Zeal & Ardor in un’orbita tutta sua. Il suo primo e unico (ad oggi) album è Devil is Fine, che lega quel tipo di spiritualità nera al suo rovescio antitetico, ovvero un immaginario luciferino ed esoterico fatto di messe nere tra campi di cotone e blast beats laceranti: dalla Louisiana alla Transilvania, sola andata.

  • Here Lies Man, Adidas Originals, h. 03.20

Se il set di Zeal & Ardor v’intriga allora non vi resta che rimanere nei paraggi e aspettare il cambio palco: l’act che chiuderà la programmazione del palco-underdog del Primavera ha radici in un sound fortemente debitore verso l’afrobeat e il funk, il tutto però condito da un’abbondante dose di fuzz e riff hard ‘n heavy – lo Zambia e la Detroit dei primi settanta nel calderone di Marcos Garcia e soci, già attivi nel collettivo Antibalas, volto a recuperare le sonorità Dabke del Nord Africa tanto quanto il funk delle zone più centrali e degradate del corno. I losangelini saranno un ottimo antipasto ritmato alla gran chiusura del giovedì, con DJ Koze impegnato sul centralissimo Ray Ban stage e la retrowave di Carpenter Brut in spiaggetta (occhio, clubbers, nei paraggi c’è anche un certo Marcel Dettmann).

Venerdì 1 giugno

Riiniziamo da dove ci siamo fermati, anche se la giornata potrebbe cominciare molto prima: si può scegliere tra il dj set monstre di 6 ore (!!!) di Floating Points al Xiringuito o i deliri post-prandiali delle due di Kyle Dixon e Michael Stein (S U R V I V E) che suonano la colonna sonora di Stranger Things all’Auditori de Barcelona – che non è il Rockdelux, occhio: rispetto al Fòrum ci vogliono almeno venti min a piedi passando per la Diagonal che “taglia” il blocco di Sant Marti – oppure ancora l’indie bucolico della cantautrice americana Waxahatchee (Primavera Stage, 17.40). Eppure, la scelta ricade inevitabilmente sul connazionale Cesare Basile, musicista catanese che militò nell’arco di tutti i Novanta in formazioni più o meno note (dai misconosciuti Candida Lilith ai Quartered Shadows), salvo poi ritagliarsi un proprio spazio nel cantautorato italiano dapprima legandosi a sonorità alt-rock, poi portando avanti una ricerca sui suoni e sul linguaggio della sua terra, culminata nella produzione dell’ottimo U fujutu su nesci chi fa? dello scorso anno, interamente scritto e cantato in dialetto, e i cui brani verranno eseguiti da Basile con la sua backing band/ensemble, I Caminanti.

Finito il set di Basile, potreste muovervi di pochi passi nell’adiacente Pitchfork Stage, sponsorizzato dalla voce musicale più fidata del web, ma da anni secondo molti penalizzato da un’acustica tutt’altro che eccelsa. La buona fattura e la spettacolarità non sono esattamente i requisiti fondamentali di uno show come quello di Maus, performer le cui doti vocali si disperdono in un mare di effetti, eco, riverberi e caldi synth rétro; le sue performance sono pura adrenalina, e ricordano molto da vicino l’impatto punk e DIY degli show dei Suicide, con sequencer, drum machine e loop station a dettare il ritmo e il solo Maus a scapocciare e sudare per tutto il palco – sebbene stavolta il buon John (laureato in filosofia e insegnante di scienze politiche all’università delle Hawaii) sia adesso coadiuvato da una vera e propria live band, di cui fa parte anche il fratello minore, per promuovere l’uscita dei suoi due recenti album, Screen Memories (2017) e Addendum (uscito il 20 aprile scorso).

Coreana di stanza a Berlino (e dove sennò), Peggy Gou è una delle dj più ambite dai club di tutto il mondo, un’autentica macchina del groove capace di mescolare e attingere da suoni che provengono da varie parti del globo, tante quante ne ha fatto visita per infiammarne le piste più popolate: dall’italodisco alla techno berlinese, dal funk alla deep house, Londra Lagos Ibiza Berlino e Detroit tutte frullate assieme, per un beverone energetico che darà una bella spinta al vostro venerdì primaverico.

I Superorganism sono una delle creature più affascinanti della fauna pop contemporanea (a detta del nostro Tommaso Iannini, che li ha intervistati), sicuramente tra le più misteriose, tanto da far girare voci per cui al centro del progetto vi fossero autori di primissimo piano quali Kevin Parker dei Tame Impala o addirittura Damon Albarn – che ha comunque espresso il suo favore a riguardo e i cui Gorillaz hanno sicuramente ispirato le strutture electro-pop-freak-psichedeliche di questo collettivo di stanza a Londra, sebbene molti dei suoi membri provengano da altre parti del globo (ad esempio, Australia e East Coast americana) e siano guidati da una frontwoman adolescente, tale Orono Noguchi. All’uscita dell’omonimo album d’esordio, la critica si è sperticata in voli pindarici e apprezzamenti notevoli, tanto da paragonare l’opera prima ai beveroni caleidoscopici del primo Beck, soprattutto quello di Odelay e Midnite Vultures – parallelismi che possono starci, ma solo il palco confermerà le doti di questo giovane e attesissimo act.

Da un collettivo londinese passiamo ad un altro, fondato a LA per volere della vocalist Syd e del producer Matt Martians, coadiuvati da talentuosi polistrumentisti: nomen omen, il collettivo ha conquistato seguito e hype grazie a Bandcamp e ad un fittissimo passaparola sul web, eppure la vera curiosità è che The Internet sono stati il primo nome (involontariamente) trapelato dalla line up, giusto una manciata di giorni prima del lancio ufficiale. La band (non saprei se definirla crew) ha segnato importanti collaborazioni nel corso di quasi sette anni di attività: da Janelle Monae a Tyler, the Creator (anche lui, come saprete, impegnato nella stessa giornata dei The Internet sul palco principale), costituendo un r’n’b solido e variegato per soluzioni, da inserti electro a vere e proprie composizioni di space age pop – concedetemi una licenza poetica se vi dico che per me questi sono gli Stereolab della black music. Ecco, l’ho detto.

  • Omni, Adidas Originals, h. 03.20

A tarda notte vi aspettereste un consiglio su qualche act elettronico o giù di lì, che possa farvi sfogare le ultime energie di una lunga giornata di festival (niente di più semplice: The Black Madonna chiude le danze al Rayban attorno alle quattro del mattino) eppure, qualche ora prima, questo act semisconosciuto dalle architetture sonore degne dei migliori Television merita davvero. Gli Omni da Atlanta sono frutto del guitar mastermind Frankie Broyles, ex Deerhunter, e mescolano strutture articolate, quasi prog, ad un minimalismo post punk e iper cinetico che ricorda molto da vicino i Minutemen di Mike Watt. Gruppo da tenere d’occhio e quantomai curioso, in un’edizione che scarseggia dal punto di vista delle chitarre (solo il recentissimo annuncio dei Ride alza un po’ l’asticella).

Sabato 2 giugno

  • Palmbomen II, Xiringuito Aperol

Nell’ambito dello showcase di Dekmantel, festival/etichetta olandese di elevatissima caratura quando nei salotti buoni della club culture, si esibiranno numerosi interpreti (Palms Trax tra i più noti) dal mezzogiorno caliente della playa catalana fino al pomeriggio; in un susseguirsi di nomi, spicca quello di Kai Hugo, natìo di Amsterdam ma trasferitosi in California dopo l’esordio come Palmbomen con l’ottimo Night Flight Europa, un album retrowave e un po’ nostalgico che metteva insieme tutto l’immaginario di riferimento del decennio, includendo anche italo disco e synth pop psichedelico; quel “II” segna una nuova fase nella carriera di Hugo, dopo le collaborazioni con i Soulwax (per Radio Soulwax in GTA V e qualche 7”/remix) e Betonkust (con cui ha da poco rilasciato l’album Center Parcs), la produzione del nuovo Palmbomen – con l’omonimo del 2015 ispirato a X-Files e il più recente Memories of Cindy – non si sposta troppo dalle visioni nostalgiche degli esordi, sebbene aggiunga più materiale da pista e un beat più deciso e prominente. Vedremo se suonerà qualcosa del repertorio, oppure metterà in atto un vero e proprio dj set.

  • Montero, Primavera with Apple Music, h. 17.40

L’australiano Bjenny Montero è quasi più noto per le sue illustrazioni bambinesche e coloratissime da Muppet Show che per le sue scorribande musicali: legato alla scena psichedelica di Perth e assiduo collaboratore di band quali Pond e Mink Mussel Creek (praticamente i pre-Tame Impala), Montero si è guadagnato una fama di culto come illustratore di vignette satirico/grottesche che vedono al centro delle vicende animali antropomorfi con problemi relazionali, crisi depressive e dipendenze da droghe sintetiche. Diciamo che il sound è la trasposizione di questo immaginario: un pop psichedelico con l’afflato del folk intimista, eppure affascinato dalle stramberie glam e freak che ricordano molto l’Ariel Pink di Worn Copy e Before Todayla seconda fatica in studio, Performer, è stata prodotta da Jay Watson (noto anche come GUM e prezzemolino della scena psych di cui sopra, con ruoli attivi sia nei Pond che negli Impala) e vede la collaborazione come backing band degli Acid Baby Jesus, complesso acido proveniente da Atene, in cui attualmente Montero vive. Se è vero, come diceva Dalì, che la musica è solo l’essenza aurale della pittura, allora non possiamo che constatarlo con il set del talentuoso aussie.

Altro nome fresco legato alla scena psych, e questa volta ci spostiamo nella Grande Mela, più precisamente nel Queens, in cui il giovane Nick è cresciuto tra violenza di strada e repressione, coltivando una passione per i grandi interpreti dell’r’n’b e del soul come Marvin Gaye e Curtis Mayfield, e al contempo seguendo le piste della Madchester di fine Ottanta-inizio Novanta, arrivando quindi a una forma compiuta del proprio sound che fa coabitare l’animo nero e le stramberie psichedeliche di artisti a lui coevi (tornano spesso alla mente gli MGMT o gli Of Montreal). L’esordio dello scorso anno, intitolato Green Twins, ha ricevuto appoggio e un’ottima accoglienza all’unanimità, permettendo al talento di origini peruviane e cilene di calcare i palchi dei maggiori festival americani, tra cui lo scorso Levitation. Da seguire, perché forse potreste dire un giorno la fatidica frase: “Io lui l’ho visto ancor prima che…”.

Prima di espiare i suoi peccati con un folk bucolico e dimesso, il cantautore/predicatore Josh T. Pearson (già impegnato in solo per eseguire le sue Straight Hits sull’Hidden Stage il venerdì) era impegnato a rivelare il Verbo attraverso folate elettriche di post rock e shoegaze con la sua prima band, il trio Lift to Experience, formatosi nella natìa cittadina di Denton (“un vero e proprio buco di culo”, a detta del sempre sobrio Josh) attorno alla fine dei Novanta, e da allora rimasti nelle remote lande delle creature di culto. Recente la ristampa per mano della sempre lungimirante e attiva Mute Records del loro primo e unico LP, The Texas-Jerusalem Crossroads, in cui Pearson è il Messia che porterà la parola del Signore e a cui viene rivelato che l’Apocalisse si consumerà proprio in Texas – un album che, a dispetto del filo narrativo piuttosto grottesco, propone soundscape sonori avvincenti e reminiscenti di un bel tramonto texano con una fresca Lone Star in una mano, il rifle nell’altra e la sedia a dondolo nel patio di casa sotto le natiche. Farà caldissimo e la Sua giustizia calerà su di voi con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno, e poi vabbè sapete come continua.

  • Watain, Adidas Originals, h. 21.55

Inizialmente previsti per lo slot successivo sullo stesso palco, poi switchati con i veterani punk Oblivians per via di una poco gradita sovrapposizione con i Dead Cross, altro act di punta della (parca) programmazione metal del PS18, gli svedesi Watain sono semplicemente l’essenza più pura, malevola, putrescente e devastante del black metal contemporaneo: una band che è take it or leave it. Invisi a ciò che rimane dell’ormai sfaldato Inner Circle del black (ormai esteso ad altri paesi scandinavi oltre la Norvegia), i tre di Uppsala ora di stanza a Parigi (su consiglio di Steve O’Malley – Sunn O)))) sono quasi più noti per i loro show grandguignoleschi, gli effetti scenici, le luci rosso sangue e il solito corredo di croci rovesciate di cartone e sangue finto. Il loro tour americano a supporto del precedente The Hunter (2013) fu sospeso perché la band lasciava miasmi maleodoranti nei locali ogniqualvolta si presentava con carcasse putride di animali, intenta ad attuare grotteschi rituali. Il teatrino dell’orrore di cui abbiamo proprio bisogno, in un soleggiato fine settimana catalano di inizio giugno.

Per chi non lo conoscesse, Daniel Lopatin è stato uno dei più coraggiosi e intraprendenti corsari dell’elettronica nel nuovo millennio, soprattutto negli anni ’10, in cui ha cementato la sua reputazione come sperimentatore folle e genio inarrivabile come Oneohtrix Point Never: credere o meno a queste affermazioni senza averne mai sentito una nota, sarebbe come non sentirne affatto; molti sostengono che l’esperienza è ciò che conta, quindi eccovela servita: il set di OPN (accompagnato da quattro musicisti) sarà una sorta di release party della sua prossima fatica, la terza per Warp, intitolata Age Of: siamo nell’era digitale, l’era del tutto e del niente, del solido e del futile. E le architetture sonore di Lopatin oscillano pericolosamente tra apparenza e inganno. Non possiamo dire se vi piacerà o meno, ma sicuramente farà presa su di voi.

Sembrerà scontato inserire anche lui nella lista, per la natura super pop e l’hype generato attorno al set del rapper (nonché regista e producer) di Harlem. Non lo è proprio per questi motivi: come fate a perdervi La Cosa del momento, uno talmente forte da esser diventato una specie di brand di moda, fautore di un immaginario che ha influito sul vestiario di milioni di adolescenti e sulle sottoculture urbane? Come fate a non notare il proverbiale elefante nella stanza? E soprattutto, come potete sperare di vederlo dalle nostre parti, anche se fosse tra un lustro intero? Pensateci bene, e avrete la risposta a queste domande.

29 Maggio 2018
29 Maggio 2018
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