John Lydon
John Lydon, "This Is Not A Love Song" videoclip, 1983

“This Is Not A Love Song”. L’anti-rivoluzione di John Lydon

Il 1984 è stato un anno di svolta che ha segnato la fine della prima dirompente stagione del post-punk: da un lato la scena esaurisce la sua carica creativa adagiandosi in discorsi prevedibili e rinunciando all’assalto dal basso dell’establishment musicale; dall’altro la nascita del nuovo pop mainstream catalizza totalmente l’interesse della stampa, ormai incapace di seguire gli sviluppi delle innovazioni nate sul finire degli anni ’70.

Indicativa della storia del genere è sicuramente la parabola di uno dei progetti più influenti nati al suo interno, i Public Image Ltd., formati da Johnny Rotten all’indomani dell’infausta capitolazione dei Sex Pistols. L’anarchico, schifato dalla ripetitiva interpretazione di frontman lercio e cattivo, dai dettami del manager Malcolm Mclaren, e nondimeno stufo di una musica che giudicava ormai retrograda, decide di lanciare un nuovo progetto collettivo in reazione al punk stesso. L’obiettivo di John Lydon (tornato a utilizzare il suo vero nome come ulteriore cambio di linea) è quello di creare una musica che non si fosse mai sentita prima, recuperando dalla tradizione nera le componenti dub e reggae, di cui è appassionato e indiscusso esperto, e utilizzando lo studio di registrazione come vero e proprio strumento aggiunto. Il risultato è un inedito mix sperimentale di bassi profondi in primissimo piano, distopiche vibrazioni ballabili, chitarre lancinanti e una sensibilità non più relegata a lanciare anatemi distruttivi contro il mondo, ma capace anche di affrontare visceralmente le proprie ossessioni.

Tutto questo frutta nel ’78 il singolo Public Image e l’album First Issue. Ma saranno i colpi ancora più devastanti dell’anno seguente a lasciare un segno indelebile, con il singolo Death Disco, canzone scritta dall’ex-anticristo per la madre, deceduta di cancro non molto tempo prima, che invade l’immaginario pop con l’inedito ossimoro di dance e morte, ma soprattutto con uno dei capolavori assoluti del post-punk, ovvero i tre 12’’ raccolti nella storica confezione metallica delle pellicole cinematografiche che formano l’album Metal Box: un pesante impasto di cupe ossature architettate dal basso di Jah Wobble, ossessive ritmiche dub scorticate dalla cerebrale chitarra di Keith Levene, capace come non mai di tirare fuori melodie acide, ritmiche stridenti e rumori di ogni sorta, e l’angosciante cantato di Lydon, che come un moderno sciamano dispensa una tetra visione dell’esistenza schiacciata dal dolore. Dopo quest’apice creativo, la fuoriuscita di Wobble e la produzione del tribaleggiante classico minore Flower Of Romance, la ragione sociale diventa esclusivo appannaggio di Lydon, che, estromesso Levene, lancia una terza “rivoluzione” abbracciando una personale idea di pop. Passaggio emblematicamente sottolineato da uno dei video più iconici degli anni ottanta, quello del singolo This Is Not Love Song, pubblicato il 5 settembre 1983 in risposta alle accuse mosse alla band di orientarsi verso sonorità maggiormente commerciali.

Il titolo del brano è ironicamente ispirato a una strofa di Her Story dei Flying Lizards, canzone che criticava i gruppi che si svendevano, e, nonostante sia musicalmente e concettualmente molto distante dal marchio dei P.I.L., sarà il singolo di maggior successo della band, piazzandosi quell’anno alla quinta posizione della UK single chart. Una classica hit dance pop, nel senso più smaccato possibile del termine, sorretta da educati bassi funk, che veicola una ballabile esaltazione del successo, utilizzando satiricamente la riluttanza a scrivere canzoni d’amore da classifica per lodare in realtà l’adattabilità alle leggi del mercato («Happy to have, not to have not / Big business is very wise / I’m crossing over into / E-enter-prize»).

Girato a Century City, un’appariscente area commerciale di Los Angeles, il video vede come protagonista un Lydon ben vestito e macchiettisticamente pimpante, che inscena tutti i cliché della star in un’edulcorata versione fuori di testa: ammiccante come non mai, balla come un cartone animato piombato in un’ambientazione da yuppie, tra grattacieli e corse in Rolls-Royce con tanto di autista in perfetta uniforme. La sbeffeggiante ripetizione fino allo sfinimento del titolo (44 volte) è una parodia predittiva della fine del ciclo musicale più ampio iniziato nel ’79, nonché una sbruffona presa di coscienza di come tutto, una volta servito come pane da classico business as usual, possa essere trasformato in prodotto dall’industria dello spettacolo.

Il successivo, travagliatissimo, album, This Is What You Want… This Is What You Get, contiene una versione alternativa del singolo e mostrerà una versione diversa, in parte più commestibile, dei P.I.L., ovvero John Lydon, il batterista Martin Atkins e turnisti, un organico fortemente depotenziato dalla mancanza di Wobble (già sostituito brevemente da Pete Jones poi a sua volta dimissionario) e, soprattutto, Levene con il quale l’idea dell’album era partita dopo lo scioglimento del contratto con la Warner e il trasferimento della band a New York. Storia vuole che la prima e alternativa versione dell’album, Commercial Zone, il chitarrista la riuscì comunque a pubblicare pagando di tasca propria e distribuendola di persona per i negozi di dischi della Grande Mela e questo questo prima che Virgin, nuova label dei PIL, passasse alle vie legali fermando di fatto ogni distribuzione e ristampa.

Dopo le rivoluzioni del punk e del post punk, e l’anti-rivoluzione del pop, l’ex frontman dei Pistols continuerà solo al comando della sua creatura e questo fino al 1992, anno di That What Is Not, la cui Acid Drops includerà un sample  di God Save the Queen, una sorta di indizio di quel che accadrà un po’ più tardi con la reunion che lo stesso frontman aveva giurato che non avrebbe mai fatto (così come ricantare dal vivo God Save the Queen e Anarchy in the UK). Del resto il rock’n’roll è una truffa e di John Lydon non ci si può proprio fidare.

Per i precedenti episodi della rubrica dedicata ai videoclip storici, vi rimandiamo a Nirvana, Blur, Joy DivisionU2ColdplayThe CureNick Cave and the Bad SeedsRadioheadDepeche ModeDandy WarholsPublic Enemy e Fatboy Slim.

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