Questa canzone potrebbe essere la tua vita. Intervista a Stephen Malkmus

«Abbiamo un’ora per parlare! Di cosa parliamo per così tanto tempo?». Beh, caro Stephen, di materiale ce ne sarebbe, eccome. Tanto per cominciare ci sarebbe da parlare di quell’adorabile guazzabuglio che è Groove Denied: il tuo “primo album elettronico”, che tanto elettronico non è, ma che in qualche modo ti ricongiunge con lo spirito dei tuoi primi lavori. Poi si potrebbe fare il punto sulla tua carriera solista, visto che da quando sei tornato lo scorso anno dopo una lunga assenza, è stato come se per te fosse iniziata una nuova fase: una specie di maturità artistica, in cui per la prima volta sembravi volerti scrollare di dosso l’indolenza e l’understatement pavementiano. Il songwriting si è fatto più classico, ma senza i cazzeggi prog che abbiamo fatto fatica a digerire in album come Pig Lib.

Purtroppo quando ci siamo sentiti non era ancora stata ufficializzata la notizia della reunion dei Pavement, ma tant’è. La verità è che tutta questa intervista è stata una scusa malcelata per passare un po’ di tempo con te e, da fan della prima ora, togliermi una volta per tutte alcune curiosità che mi attanagliavano da anni. Perché, ok che tu quelle canzoni le hai scritte, ma noi le abbiamo vissute. Anzi, quelle canzoni continuano ad essere la nostra vita. Allora, cominciamo?

Partiamo dai tuoi lavori più recenti. Cosa c’è di vero nel fatto che hai dovuto pubblicare un album in classico “Malkmus style” come Sparkle Hard prima di poter dare alle stampe Groove Denied?

A dire il vero alla Domino sarebbero stati contenti di pubblicare tutto quello che avrei dato loro. Penso che non ci sia stata molta comunicazione fra di noi negli ultimi otto anni. Probabilmente volevano un contatto e volevano che fra di noi si ricominciasse a discutere. Io avevo molte canzoni che erano simili a Belziger Faceplant, il primo pezzo di Groove Denied. Le hanno ascoltate, ma credo che siano rimasti un po’ confusi (ride, ndSA). Ho dato loro circa 70 minuti di materiale e mi hanno detto: “Sei stato via per un po’ di anni, vuoi davvero ricominciare con questo?”

È vero che molti dei pezzi di Groove Denied risalgono al periodo in cui hai vissuto in Germania?

Sì, diciamo che trasferirmi là è stato come osservare tutto da un altro punto di vista. Per me quel periodo ha rappresentato una specie di trasformazione. Ho iniziato ad ascoltare cose nuove. Dopo un po’ di tempo passato con la tua band, all’interno della tua scena musicale, è facile rischiare di adagiarsi. Vai sempre a vedere i gruppi dei tuoi amici e cose del genere. A Berlino però non avevo amici che suonavano, a parte un paio di amici DJ. Mi chiedevo continuamente cosa ci fosse di divertente da fare. Alcune delle cose migliori erano cose artistiche, assolutamente non commerciali. Sono stato a un po’ di concerti rock, ma là c’è un sacco di musica sperimentale. Non è che non mi piacciano, ma spesso mi accorgo di essere un po’ troppo pigro per queste cose…per ascoltare gente che cazzeggia con il laptop e cose del genere.

Pensi che in qualche modo la città ti abbia ispirato?

Non saprei, là ci sono diversi tipi di musica elettronica. C’è quella che puoi ballare, ma ce n’è tanta d’atmosfera che puoi ascoltare quando sei fatto (ride, ndSA). Ma a parte questo, credo che in generale l’arte debba essere un riflesso di tutta la tua vita. In quel momento la mia compagna stava lavorando molto, io incontravo i suoi amici e gli amici delle mie figlie. Alcuni di loro conoscevano la mia musica, ma altri no…

Te lo stavo chiedendo perché il disco ha suoni molto vintage. C’è qualcosa della nuova musica elettronica che ti piace?

Sì, ascolto un po’ di tutto. Sono in una fase in cui se un sito web mi dice che una cosa è cool, io provo ad ascoltarla. Non ho dogmi. Magari se ascoltassi della techno nella tranquillità di casa, dopo un po’ il kickdrum mi stancherebbe, ma c’è anche certa techno più tranquilla che amo. Tipo quando sono a mezzanotte da solo in hotel e mi capita di voler ascoltare della sinistra musica industriale polacca. Anche la techno italiana mi piace. Quando ero a Berlino mi hanno fatto conoscere degli artisti italiani.

Com’è stato incidere questo album da solo, dopo tutti questi anni con la band?

Per me è stato un modo per riconquistare un feeling amatoriale. Il modo in cui le cose vengono realizzate è completamente diverso. Sai quello che vuoi e lo fai, ma non è perfetto come con un vero e proprio gruppo. Perché quando hai una band, tutti prendono la loro parte molto seriamente. Quando fai tutto da solo, puoi lasciarti andare un po’ di più. Non c’è nessuno che debba dimostrare di essere un buon bassista o un buon batterista. Io ho sempre adorato album come quelli delle Shaggs, hai presente? Con quell’attitudine per cui sai di dover fare qualcosa ma non sai esattamente come farla.

E per quanto riguarda i live? Ho visto che hai tenuto un po’ di concerti in solitaria…

Sì, a settembre sarò in Europa. Beh, vedi, è interessante esibirsi da soli, perché su disco puoi sempre controllare le cose in cui non sei molto abile, mentre dal vivo…sai, non sono un gran suonatore di piano o cose del genere, per cui devo prendere le cose che so fare e mescolarle insieme in modo da tirarci fuori uno spettacolo divertente. Mescolare brani nuovi, vecchi e alcune cose dei Pavement. Deve essere comunque uno spettacolo che la gente ami sentire, per cui ci sono brani che il pubblico adora ed altre cose più rumorose e sperimentali.

Tornando per un momento a Sparkle Hard, mi sembra che quell’album abbia segnato una svolta nel tuo songwriting. Se dovessi indicare cosa è cambiato, cosa diresti?

Mah…non saprei…forse a un certo punto ho sentito che era arrivato il momento di fare a meno di tutti quegli orpelli chitarristici, di tutti quel 70s rock che avevano caratterizzato album come Pig Lib e Real Emotional Trash.

…intendi le derive prog rock…

Sì, abbiamo avuto varie versioni di Sparkle Hard, ma ad un certo punto mi sono accorto di volere qualcosa di più diretto. Mi piacciono le cose che ho fatto, ma ormai sento di aver detto abbastanza in quel senso.

Mi pare anche che da qualche tempo la gente abbia cominciato a pensare a te non più come l’ex Pavement ma come un artista solista. Hai mai avuto problemi con questo fatto?

No, non ho mai avuto alcun problema. Con i Pavement abbiamo scritto alcune grandi canzoni e mi piacciono ancora adesso. Mi sento di essere ancora emotivamente legato a quella musica, come lo è la gente della mia generazione. Sai, come quando una canzone ti riporta a quello che provavi in quel momento o cose del genere. Penso che l’obbiettivo sia ora quello di contestualizzare la musica della mia generazione all’interno del quadro generale, capire quale musica e per quale ragione debba continuare ad essere importante. Perché penso che ci sia bisogno di pietre di paragone, di punti di riferimento. È il motivo per cui storicamente Lou Reed o Iggy Pop sono più rilevanti dei Three Dog Night o di altre band che hanno venduto molti più dischi di loro, ma di cui oggi non ci importa più nulla.

Cos’è oggi che ti ispira e ti spinge a comporre ancora musica?

Per me fare musica è innanzitutto divertimento, come giocare a un videogame (anche se io non gioco ai videogame), e poi mi piace stare insieme ai musicisti, adoro tutte le persone che ho conosciuto nel mondo della musica. Mi piace fare parte di questo mondo e comunicare con gli altri attraverso la musica. È la cosa che preferisco condividere. È la cosa che mi fa sentire immediatamente della stessa tribù.

Parliamo un po’ di quando hai iniziato. Quand’è che hai pensato che fosse una buona idea quella di far parte di una band?

Credo che tutto sia cominciato quando ho iniziato a farmi dei gusti miei e ad ascoltare punk e new wave. Prima di allora ascoltavo solo quello che passava la radio. In America, anche nella mia città, c’era questa scena punk rock, con concerti a cui potevi entrare con appena cinque dollari. Quando iniziai a frequentarli, incominciai a realizzare che non dovevi essere una grande rockstar con i capelli lunghi o Micheal Jackson per suonare la tua musica. C’erano altre possibilità per fare parte di tutto questo mondo, e mi sembrava molto più divertente che fare parte di una squadra sportiva o aver un lavoretto. Ho iniziato a suonare il basso in una punk band e a scrivere canzoni molto semplici. Tutte cose che non ho mai pensato potessero essere in qualche modo monetizzabili. Ma quando iniziai a crescere e band come Sonic Youth, Jesus And Mary Chain  e Galaxy 500 iniziarono a suonare in posti sempre più grandi, io e Scott iniziammo a pensare che potevamo fare un disco, suonare per tre birre e magari fare un tour. È una cosa che è cresciuta progressivamente. Una volta suonavi in posti storici ma piccoli e un po’ squallidi come il GBGBs o il Pyramid. Ora esistono locali molto più belli come la Bowery Ballroom. Tutto questo grazie a gente in gamba che ha saputo fare cose sempre più belle.

So che ai tempi del college lavoravi in una radio insieme a David Berman e che nella stessa radio lavorava James McNew (che poi avrebbe dato vita agli Yo La Tengo)…

Sì, è incredibile come quel posto fosse una concentrazione di talenti. In particolare mi ricordo di una band, si chiamavano gli Happy Flowers, incidevano per Homestead ed erano una specie di noise band…c’era gente con parecchio buon gusto da quelle parti.

Un mondo completamente diverso da quello di oggi. All’epoca ascoltare musica non era solo un modo di passare il tempo, ma in qualche modo ti definiva come persona.

Sì, ma credo che in qualche modo sia così anche oggi. Sia che passi dalla stazione radio di un college, o da un blog la musica è sempre stata un modo per creare legami e l’amicizia è una di quelle cose che aiutano a plasmare la nostra vita. Almeno in città come Portland o Philadelphia è sempre così. Ancora oggi ci sono tanti posti per vedere e realizzare dei bei concerti. Che si fotta internet!

Tornando a David Berman, è vero che i Silver Jews sono iniziati prima dei Pavement?

No, veramente prima sono arrivati i Pavement. I Silver Jews sono stati per molto tempo un’idea, un oggetto di conversazione. Ogni tanto suonavamo qualcosa da ubriachi, ma non abbiamo mai fatto un concerto. Infatti il primo album dei Silver Jews fu registrato su cassetta e venne fuori un po’ tempo dopo l’esordio dei Pavement.

È corretto, secondo te, dire che i Pavement sono nati nel momento in cui tu e Scott Kannberg vi siete conosciuti?

In un certo senso sì. Scott veniva alla mia scuola elementare. È più giovane, ma viveva nel mio vicinato. Vivevamo tutti e due a Stockton. Il nostro sobborgo era un po’ isolato rispetto al resto della città e io conoscevo tutti i ragazzi e le ragazze delle zona. È sempre stato un amante della musica. Da ragazzo lavorava in un negozio di dischi e mentre la maggior parte dei ragazzi della nostra età ascoltava i Def Leppard, lui era un fan di Echo & The Bunnymen e R.E.M.. Gli piaceva anche il punk, ma è stato lui a farmi scoprire il post punk e la new wave. In quel periodo io ascoltavo soprattutto i Van Halen e l’hardcore. Ripensandoci è stata una mossa saggia perché anche le ragazze amavano gruppi come i Bunnymen e gli Smiths.

I vostri primi EP erano piuttosto noise e sperimentali. Quali erano i gruppi a cui vi ispiravate in quel periodo?

Devi pensare che all’inizio eravamo solo io e Scott. Su di noi avevano molta influenza gruppi come Pere Ubu, FaustChrome, ma anche cose contemporanee come i Sonic Youth, i primi dischi dei Dinosaur Jr e le cose della Homestead. In generale volevamo suonare strani e deraglianti. Anche i Fall ci piacevano. Ma i Fall per noi sarebbero diventati più importanti successivamente, ai tempi di Slanted And Enchanted.

Come avete fatto ad entrare in contatto con il vostro primo batterista, Gary Young? Se non ricordo male lui era molto più anziano di voi…

Sì, era anche un tipo molto strano. Prima dei Pavement suonavo in una punk band, gli Straw Dogs, e lui conosceva tutti i punk della zona. Aveva uno studio e suonava in un gruppo che era una specie di parodia di metal band. Si chiamavano Deaf Ugly Head. Suonavano anche nelle serate punk, ma erano più vicini allo spirito di Frank Zappa. L’abbiamo conosciuto così, e quando decidemmo di registrare in uno studio, sapevamo che lui aveva questo garage. Durante la registrazione dei primi due EP ci diede una mano, suonò la batteria in Debris Slide (mentre negli altri pezzi la suonai io). Quando venne il momento di andare in tour, fu naturale farlo venire con noi e considerarlo parte della band. Ma prima di allora era stato solo un session man.

Ricordo che all’epoca circolavano pochissime foto dei Pavement. In particolare ne ricordo una sola con Gary Young. Era una scelta voluta?

Sì, ci piaceva essere piuttosto criptici. Quando iniziammo io mi occupavo della cover art e ricordo che ero affascinato dallo spirito delle produzioni targate Factory Records. Perché le guardavi e ti chiedevi: “chi sono questi tipi?”. Non c’erano foto. C’era solo questo artwork molto cool, un senso di mistero e l’idea che il prodotto fosse qualcosa di più della somma delle singole parti. Magari oggi è ancora possibile mantenere questo mistero, ma con Internet tutto è diventato più trasparente.

Cosa pensi di tutta la questione del lo-fi? Avete mai pensato di avere qualcosa in comune con band come Sebadoh, Guided By Voices, Polvo?

Certamente, adoro tutte quelle band. Ci tenevamo a mantenere questo approccio DIY e a catturare l’essenza del rock’n’roll per fare in modo che tutto restasse il più reale possibile. Ma naturalmente mi piacciono anche molte altre cose. Adoro anche gli Steely Dan, i capolavori di Beach Boys e Beatles e tutte quelle cose che suonano meravigliosamente. Credo che nessuno voglia essere solo una cosa, a parte forse qualche punk duro e puro.

Una decina di anni fa, c’era stata una nuova andata di musica lo-fi americana. Intendo quella di etichette come Woodsist, Siltbreeze, Sacred Bones. Ti piaceva quella musica?

Sì mi piacevano molte di quelle band. Ma se ci pensi anche gli Strokes sono stati una band lo-fi all’inizio, anzi sono stati la definitiva lo-fi band da classifica. Penso che anche il nuovo album di David Berman sia un grande lo-fi album.

A proposito, l’hai ascoltato? Cosa ne pensi? Questa volta ci hai suonato anche tu?

No, a dire il vero gli avevo proposto qualcosa di mio, ma non gli è piaciuto. Non suonava abbastanza country, credo. Per questo disco, voleva qualcosa più tipo un Lou Reed country. Abbiamo provato a cambiare tutto e a farlo diverso, abbiamo registrato qualcosa insieme. Ma poi lui l’ha ri-registrato con questi altri musicisti e suonava alla grande, per cui è andata bene così. Credo che abbia anche riscritto alcune canzoni. È stato un processo molto lungo.

Senti, per chiudere il discorso su Gary Young: come mai a un certo punto lo avete rimpiazzato?

È stata una cosa che è venuta da sola, perché lui non riusciva a stare sobrio durante il tour. C’era il problema della sua sobrietà e quello della sua pazzia. Era veramente folle. Inoltre credo che non capisse esattamente quello che piaceva della band. Veniva da un periodo musicale molto diverso dal nostro. Questa cosa lo mandava fuori di testa e beveva un po’ troppo. Finiva per farsi male in continuazione. Abbiamo anche provato a fare delle demo dei pezzi di Crooked Rain Crooked Rain con lui, ma finirono per non soddisfare nessuno, nemmeno lui.

C’è questa narrazione riguardo ai Pavement, per cui si afferma che se dopo il successo di Crooked Rain (in particolare del singolo Cut Your Hair) aveste prodotto un album più pop, avreste potuto centrare successi parecchio significativi. Al contrario voi rispondeste alla chiamata del successo, con il vostro album più ostico. Cosa ne pensi di questo?

Non credo che sia andata così. All’epoca bastava una sola canzone con il giusto video per avere successo. Perché c’era MTV e se il pezzo avesse funzionato, il buzz si sarebbe diffuso. Non importava quanto fosse stato strano il resto del disco. Penso piuttosto che quello che stavo scrivendo in quel periodo avesse un diverso feeling. Non era così “alternative rock”, per lo meno non nei termini in cui andava di moda in quel momento. Hai ragione, è stato detto che eravamo troppo arty. Ma a quel punto si parlava di noi già da un po’ di tempo e non è tanto strano che la gente ne avesse abbastanza.

Un’altra cosa che mi sono sempre chiesto è questa: da ragazzo non avevo bisogno di capire di cosa parlassero i vostri testi per relazionarmi alle vostre canzoni. Più avanti mi sono accorto che talvolta non avevano neppure un vero significato. Eppure avete scritto alcuni dei testi più iconici di sempre. Ce n’è qualcuno a cui sei particolarmente affezionato?

Non saprei, scrivere testi è sempre stata una cosa difficile per me. O meglio, può essere molto semplice o molto difficile. Se ti trovi in una via di mezzo spesso viene fuori una brutta canzone. Però vedi, quando prima mi chiedevi del cambiamento che è avvenuto con Sparkle Hard…ecco, con quel disco ho iniziato a ragionare molto di più sul significato dei testi. Ho cercato di focalizzarmi più sul senso e di essere meno scherzoso. Riguardo ai testi dei Pavement, devo dire che me ne piacevano molti. Credo che siano venuti fuori tutti piuttosto facilmente, perché non ricordo di aver incontrato alcuna difficoltà. È sempre bello quando le cose scorrono fuori da sole, senza doverci ripensare due volte. Tuttavia non riesco più a relazionarmici. Per molto tempo ho cercato di fare qualcosa di diverso e ho cercato di trovare nuove strade che non fossero forzate. Mi ci è voluto molto a cercare di fare qualcosa di nuovo che non sembrasse finto o forzato.

Vorrei parlare un momento del Lollapalooza ’95. Voi vi partecipaste insieme a una line up stellare. Per me quello non fu solo un festival, è stato uno degli ultimi tentativi di creare una specie di cultura giovanile alternativa. Tu che ne pensi?

Vedi, ricordo che ci sembrò sorprendente che volessero fare tutto il tour con le Hole e i Sonic Youth come headliner. Ma anche con artisti come Cypress Hill, Beck e tutta quella gente. Sentivamo che era strano, ma al tempo stesso sentivamo che dovevamo andare. A quel tempo noi pensavamo di dover fare un nostro festival, con headliners come quelli e con gruppi minori un po’ più strani. Pensavamo che fosse arrivato il momento in cui non avremmo dovuto semplicemente unirci a “corporate festival” come quello. Si trattava pur sempre del nostro mondo e avremmo potuto fare qualcosa di diverso. Poi però ci hanno offerto un sacco di soldi. È stato molto semplice, ci hanno detto che potevamo portare tutta la nostra roba ed è stato anche divertente, ma al tempo stesso è stata un po’ come la morte dei Pavement. A quel punto eravamo parte del sistema, anche se era un sistema molto cool, con band che amavamo. Ma se ti ricordi all’epoca c’era tutta questa cosa di voler restare indie. Oggi sembra solo un lontano ricordo.

Ti ricordi quando hai iniziato a pensare che non avresti più voluto far parte dei Pavement?

In un certo senso è iniziato tutto lì, al Lollapalooza. Poi è continuato con Brighten The Corner e Terror Twilight, ma già all’epoca avevo iniziato a pensare che forse era il momento di cambiare. Poi, come ti dicevo, quando registrammo Crooked Rain ero felice di questa nuova band, ma dopo tre album così iniziai a pensare a che altro avremmo potuto fare senza suonare ripetitivi. Alla fine realizzammo questi ultimi due album ed esistevamo ormai già da dieci anni. Dieci anni per una band come la nostra erano molti. Stava diventando difficile fare i tour, le interviste e tutto il resto. Non riuscivo a immaginare di continuare a farlo all’infinito. Per cui possiamo dire che è stato un mix di stanchezza e divergenze creative. Chissà, forse avremmo dovuto fare di meno negli anni precedenti.

Riguardo a Terror Twilight, riscoltandolo ora suona un po’ come il tuo primo album solista. Come mai è l’unico album che non avete ancora ristampato?

Terror Twilight è nato dall’incontro fra me e Nigel Godrich. Lui aveva ascoltato le mie demo e si era detto interessato a realizzare un disco. Per cui, tutto quell’album siamo io e Nigel che tiriamo fuori il meglio da quello che avevo in quel momento. Sinceramente non so perché non sia ancora stato ripubblicato. Doveva già essere stato fatto ma credo ci siano stati problemi contrattuali. Qualcosa che riguarda i diritti sulle nostre canzoni, che erano finiti e per cui c’è stato bisogno di riorganizzare le cose in modo da avere un accordo più favorevole sullo streaming, o qualcosa del genere.

Ricordo che in un’intervista realizzata poco dopo che i Pavement si erano sciolti, tu dicesti qualcosa del tipo “non so se brani dei Pavement supereranno il test del tempo”. Oggi che ne pensi?

Beh, probabilmente lo hanno superato. Non so se sia mai capitato anche a te con quello che scrivi, ma a me viene sempre da pensare che magari le mie cose non erano così buone, ma neanche quelle degli altri non lo erano. Per carità, amo un sacco di altre cose di quel periodo e penso che siano meglio delle mie. Ma se guardi agli anni 90 e a quante band in quegli anni hanno realizzato 4 o 5 album di buon livello…beh è probabile che non ci sia molta competizione.

Senti, un’ultima cosa. Le tue figlie ascoltano musica? Hai cercato di trasmettere loro i tuoi gusti?

Sì, ci piacciono molte cose simili. Solo la più grande delle due ha Spotify e fa playlist. Lei ama soprattutto l’hip hop ma in questo momento le piacciono i Kinks e David Bowie. In generale devo dire che quando c’è qualcosa di bello lei lo apprezza. Le piace andare anche ai concerti e di recente è stata a quello di Courtney Barnett e degli Animal Collective.

C’è qualcosa che hai iniziato ad ascoltare grazie a loro?

Ho iniziato ad ascoltare Frank Ocean più di quanto avrei mai pensato.

2 Luglio 2019
2 Luglio 2019
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