Migliori serie TV 2019. La classifica di SENTIREASCOLTARE

Agli inizi di dicembre i Cahiers du Cinema hanno incoronato come miglior film del decennio (2010-2019) la terza stagione della serie firmata da David Lynch e Mark Frost, Twin Peaks: The Return, confermando l’atteggiamento provocatorio ma lungimirante che li contraddistingue da sempre. Indipendentemente da quanto si possa essere d’accordo (chi scrive si trova piuttosto in linea con quell’eccentrico primo posto) o da quanti tipi di dibattito si scateneranno in sede di studio, tale scelta si rivela una conferma della straordinaria importanza del prodotto televisivo all’interno del panorama audiovisivo, soprattutto quando si verifica un assottigliamento del confine (estetico, narrativo e commerciale) che lo separa dal cinema, il suo più grande concorrente. Accertato che la fluidità è la caratteristica principale del nostro contemporaneo, è impossibile non notare quanto della televisione sia entrato a far parte del cinema e viceversa. Basti pensare ai due titoli che più di tutti hanno influenzato l’immaginario collettivo di questo decennio e che (neanche a farlo apposta) hanno avuto una specie di conclusione proprio in questo 2019, il Marvel Cinematic Universe e Game of Thrones: del primo bisogna apprezzare l’incredibile successo della sua struttura “seriale”, in grado di portare il capitolo “conclusivo” della saga, Avengers: Endgame, al primo posto nella lista dei film con i più alti incassi della storia (con buona pace di James Cameron e Martin Scorsese); del secondo è bene ricordare tutti gli episodi diretti da Miguel Sapochnik, il quale ha saputo portare la serie (soprattutto nella sua ottava e ultima stagione) su vette “cinematografiche” mai toccate in precedenza (di fatto Twin Peaks: The Return è da considerarsi altra cosa, per questo è condivisibile la decisione dei Cahiers).

Bisogna fare una premessa un po’ “paracula”: per poter stilare una classifica delle migliori serie televisive dell’anno è quantomai ovvia la presenza di una discreta percentuale di soggettività, ma è altrettanto vero che non si possa prescindere dal successo (in termini di numero di spettatori) di determinati prodotti invece che di altri. Detto questo (in accordo con quello scritto sopra), mi sento un po’ più sereno nel proclamare l’ottava e ultima stagione di Game of Thrones la serie più importante dell’anno. Certo è che la qualità di scrittura sia drasticamente calata nell’arco degli ultimi cicli di episodi, sia per la mancanza della base letteraria di George R. R. Martin sia per un’ingiustificata fretta nel chiudere nel migliore dei modi possibili (l’elezione di Bran Stark a Re di Westeros, lui che è il detentore della Memoria del Mondo, è comunque una scelta praticamente perfetta). Ma la serie della HBO firmata da David Benioff e D. B. Weiss ha il merito di essere un grande spartiacque, esattamente come lo erano state in passato altre grandi serie il cui ricordo perseguita ancora oggi gli showrunner del mondo (Lost, I Soprano, C.S.I., Breaking Bad, Mad Men, Twin Peaks…); vedremo quale sarà il “nuovo” Game of Thrones dei prossimi anni, la “nuova” serie capace di incollare alla televisione milioni spettatori per così tanto tempo.

Per continuare, direi di proseguire in base alla rete televisiva o alla piattaforma di streaming, senza contare quelle serie che non sono giunte in Italia o che lo saranno nei prossimi mesi. Anche grazie al successo economico di GOT (vedete quanto è stata influente), HBO non ha solo moltiplicato l’offerta spettacolare, ma ha intrapreso percorsi che prima (molto probabilmente) non poteva prendere in considerazione. Mentre non ha pienamente convinto la seconda stagione di Big Little Lies (David E. Kelley), nonostante l’inedita presenza di Meryl Streep in un cast che era già all-star, di quest’anno si ricorderà senz’altro il trionfo della messa in scena della prima stagione di Euphoria (Sam Levinson) e della miniserie-evento Chernobyl (Craig Mazin, Johan Renck): se la prima acquista un’accattivante dimensione “magica” per raccontare la tragedia di una gioventù allo sbando (bruciata dalle droghe e dalle disattenzioni del mondo contemporaneo), la seconda mescola il documentario con altri generi cinematografici (il disaster-movie, l’horror, il legal thriller) al fine di analizzare con occhio critico un fatto storico che ha echi nell’oggi. Ma se dobbiamo parlare di una serie capace di rappresentare al meglio un presente dai mille problemi, con modalità estetiche e narrative del tutto inedite, allora la prima (e unica… forse) stagione di Watchmen non ha rivali quest’anno. Puntando direttamente all’America dei suprematisti bianchi e all’eterno-ritorno dei più grandi errori dell’umanità, la nuova follia firmata Damon Lindelof è un brillante tripudio di originalità e intelligenza che va oltre la sua base letteraria (il capolavoro a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons) senza mai tradirla.

Per Netflix il 2019 non si è dimostrato particolarmente ispirato, anche se non mancano all’appello delle produzioni degne di nota. A proposito di terze stagioni (o terze parti), accantonata la delusione de La Casa di Carta (Alex Pina), a convincere sono stati sicuramente i ritorni di Stranger Things (The Duffer Brothers), che ha superato la stanchezza della stagione precedente con l’ipertrofia degli effetti speciali e la semplicità dei sentimenti in crescita, e The Crown (Peter Morgan), con un cambio di cast (Olivia Colman/Regina Elisabetta II, Helena Bonham-Carter/principessa Margaret) che non ha nulla da invidiare a quello che ha “naturalmente” finito il proprio corso (sebbene Claire Foy rimarrà nella storia della serie). Nell’universo delle super-conferme si trovano le memorabili seconde stagioni di Dark (Bran Bo Odar, Jantje Friese) e Mindhunter (Joe Penhall, David Fincher) che, grazie ad una divertente trama labirintica e perfettamente gestita, sono state capaci di stuzzicare a più riprese la mente e la resistenza dello spettatore; per essere onesti il secondo ciclo di episodi di Mindhunter ha un qualcosa in più rispetto alle altre produzioni Netflix di quest’anno (a parte Charles Manson nella storia) e il merito va sicuramente alla supervisione di un regista cult come Fincher che è praticamente imbattibile nel genere thriller. Infine, per quanto riguarda le miniserie, bisogna evidenziare i risultati scioccanti di When They See Us (Ava Duvernay) e Unbelievable (Susannah Grant), entrambe ispirate a fatti realmente accaduti. Netflix chiude l’anno con il fantasy tanto atteso (e già discusso) di The Witcher, ma ci vorrà almeno un’altra stagione per capirne a fondo il potenziale. Staremo a vedere.

Tra tutte le produzioni della FX sicuramente spicca la miniserie Fosse/Verdon (Steven Levenson) basata sul rapporto professionale e amoroso tra Bob Fosse (Sam Rockwell), uno dei più grandi registi e coreografi del teatro musical, e la performer Gwen Vernon (Michelle Williams); tutta l’attenzione è rivolta alle maestose interpretazioni dei due protagonisti e alla ricostruzione storica di un mondo fatto di sudore e sacrifici.

In conclusione, Amazon è la vera vincitrice di questo 2019, essendosi definitivamente imposta come produttrice di punta nel panorama cine-televisivo contemporaneo (vedremo che cosa combineranno l’anno prossimo Disney+, che negli Stati Uniti ha già fatto faville grazie alla “starwarsiana” The Mandalorian di Jon Favreau, o la futura HBO Max). Per quanto non abbia fatto impazzire critica e pubblico, il primo esperimento seriale di Nicolas Winding Refn, Too Old to Die Young, vale sicuramente la visione proprio perchè un autore così amato-odiato si è cimentato all’interno delle logiche delle serie televisive (cercando anche di scardinarne le regole principali). A parte questo, come non citare la macabra ironia di The Boys (Eric Kripke), prodotto superomistico che denuncia sfacciatamente l’odierna american way of life; oppure come non elogiare la complessità emotiva e tecnica (live-action, pittura a olio, animazione 2D, animazione 3D, animazione in rotoscoping) di Undone, primo progetto di Raphael Bob Waksberg dopo BoJack Horseman (su Netflix deve ancora uscire la seconda parte della sua ultima stagione). Ma a governare l’offerta seriale di Amazon sono le donne: straordinaria la terza stagione de La fantastica signora Maisel (Amy Sherman-Palladino), che oltre all’ironia ne potenzia l’acutezza dello sguardo critico e i lati più commoventi, come straordinaria è l’intima seconda stagione (conclusiva, a sorpresa di tutti) di Fleabag, avendo confermato la recitazione e la scrittura di Phoebe Waller Bridge come le più grandi rivelazioni dell’anno.

Per riassumere, trovate di seguito una lista delle migliori serie di questo 2019 (i titoli non sono messi in ordine di gradimento).

30 Dicembre 2019
30 Dicembre 2019
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