Migliori album 2019. La classifica di Giuseppe Zevolli

I listoni interattivi di fine anno di Spotify Premium sembrano essere diventati una delle attrazioni più di successo della piattaforma, una sorta di autocompiaciuto regalo di Natale per il crescente numero di abbonati. La mattina del loro arrivo in UK mi è impossibile richiedere l’attenzione dei miei studenti: si passano i telefoni per confrontarsi sulla loro Top 5, prendono in giro una compagna per il suo numero uno, Taylor Swift, e reagiscono con disappunto quando rispondo che la mia artista più ascoltata del decennio, stando a Spotify, è PJ Harvey («Who?»). Dopo 365 giorni di raccomandazioni, playlist e autoplay, all’utente viene restituita la propria immagine allo specchio, una dinamica celebrazione di fidelizzazione, turismo sottoculturale (cui Spotify allude con la recente adozione del termine wokegenre-fluid”) dataification e panoptikool. Nel mentre su Instagram l’underground musicale si divide: da una parte ci sono gli artisti che, orgogliosi e riconoscenti ai loro fan, postano i loro “numeri” di fine anno su Spotify, dall’altra quelli che, come i miei adorati Prison Religion, al gioco dei “grandi numeri per due spicci” non ci stanno, e preferiscono meme-ificare il loro report con cifre inventate, a mo’ di polemica.

Stilare classifiche di fine anno, nell’era del Surveillance Capitalism, come l’ha definito quest’anno Shoshana Zuboff, si trasforma in un’impresa tanto titanica quanto “essenziale”: chi ha davvero lasciato il segno oltre ai numeri e perché? La quantità di epifanie musicali (autonome o algoritmiche), per quanto mi riguarda, triplica di anno in anno, assieme alla sensazione di non riuscire a intrattenere la nozione di “nuovo” per più di 48 ore. Se da una parte il mondo delle conversazioni sui social sembra rinchiuderci in mentalità settarie (le cosiddette filter bubble create dagli algoritmi), il mondo delle piattaforme musicali streaming, per il momento, sembra favorire l’eccesso di stimoli, o, come scrive Taina Bucher: «Living in an algorithmically mediated environment means learning to live in the moment and not to expect to step into the same river twice». Comincerò dunque parlando di un disco incontrato per caso, grazie proprio agli algoritmi di Spotify, e che è finito di prepotenza nella mia Top 20, avendo contrassegnato i momenti più ristorativi del mio 2019. Si tratta di Komachi del musicista giapponese Meitei, una collezione di opalescenti brani ambient in cui l’artista si è proposto di catturare quello che chiama «the lost Japanese mood». Meitei filtra riferimenti alla musica tradizionale giapponese attraverso i rumori e i bagliori di un mondo assieme urbano e pre-urbano, trovando dei punti di contatto con l’ambient funzionalista di Hiroshi Yoshimura (Chouchin) e generando imprevedibili ibridazioni con i mondi di sampledelia (Myo) e industrial (Kawanabe Kyosai – Pt. 2). Dall’uscita di questo disco in avanti, il brano Sento Pt. 2, in cui allo scorrere dell’acqua, caratteristico del disco, si unisce un tragico riff al piano, è diventato per il sottoscritto un ovattato luogo di rifugio e senza dubbio il picco “ambient” dell’anno (una menzione speciale va alla mini-epopea orchestrale One Life, debutto di Malibu). Sempre in tema di epifanie all’insegna del trascendentale, non poteva che entrare in classifica la trance minimalista del produttore di Berlino Barker, il cui Utility, spesso ascoltato in tandem con l’ottimo Ecstatic Computation di Caterina Barbieri, mi ha catapultato in un non-luogo a metà strada tra malinconia ed euforia come pochi altri dischi quest’anno. Complici gli esperimenti di sintesi modulare di Barker, i brani di Utility aleggiano spesso senza una contraddistinta componente ritmica a fare da impalcatura, trasformandosi in loop tanto aulici quanto lussureggianti, stati di grazia cui alludono i titoli di alcune delle tracce più memorabili (Gradients of Bliss, Hedonic Treadmill).

La trance è finita per vie traverse anche nell’ultimo album della norvegese più amata dai nostalgici post-punk, Jenny Hval. Pur non avendo connesso con l’approccio surrealista della sua resa dal vivo, The Practice of Love è stato il mio promo più atteso e più ascoltato dell’anno, ulteriore conferma della straordinaria abilità di Hval nell’unire a elucubrazioni filosofiche e intertestualità una sensibilità risolutamente pop (Ashes To Ashes, Accident). Arpeggi di synth e metallici beat accompagnano alcune delle sue interpretazioni vocali più melliflue e rasserenanti, nonostante nei testi e nelle conversazioni “a più voci” con Félicia Atkinson & co., Hval usi l’amore come scusa per riflettere sulla morte e sulla piccolezza degli esseri umani di fronte al mondo naturale. Restando in tema filosofico-cantautorale, il 2019 ha segnato il ritorno di due dei miei artisti preferiti di sempre, Bill Callahan e Nick Cave And The Bad Seeds. Pur rimanendo indissolubilmente legato allo Smog mortifero e pessimistico di metà anni Novanta (Burning Kingdom e The Doctor Came At Dawn in particolare), non ho potuto che apprezzare gli straordinari dischi di Callahan degli anni Dieci, in cui oltre a confermarsi compositore sopraffino e riscoprirsi umbratile interprete di Americana, Bill ci ha lasciato progressivamente intravedere il suo lato più bucolico e riappacificato. Shepherd in Sheepskin Vest è il picco di questo processo di apertura: un’assoluta gioia ascoltare le sue considerazioni su famiglia, natura e scrittura, sentendosi per altro chiamati in causa nel processo («I sing for answers/I sing for good listeners»). In Ghosteen, al contrario, Nick Cave non potrebbe essere più cupo. Nel tentativo di dare forma a dolore e disperazione, Cave ha creato il suo album forse più tortuoso e verboso, un inesorabile, pietrificante saggio sui limiti del raziocinio di fronte al trauma della perdita. Dei tre brani che costituiscono il disco due Cave ha parlato come dei brani “genitori” ed è qui che i sintetizzatori si fanno più tenebrosi e le proiezioni da parte dell’ascoltatore un campo minato («It’s a long way to find peace of mind»). E chi si è mai ripreso dal primo ascolto di Hollywood?

Dal dolore passiamo alla catarsi, attraverso le soluzioni punitive di industrial, noise e della musica sperimentale in senso lato. PTP si conferma una delle etichette più interessanti nel settore e una vera e propria fucina teorica per artisti interessati a esplorare questioni identitarie. Oltre all’ottimo Nocebo del duo iraniano 9T Antiope e al dirompente esperimento collagista Wahala di Yatta (se vi piace Klein, non perdetevelo), quest’anno PTP ha dato alle stampe l’atteso debutto della produttrice di Berlino Felicia Chen, in arte Dis Fig, il cui titolo, PURGE, ben riassume lo spirito dietro al suo uso di noise, laceranti vocals e inaspettati accostamenti di flauti, a cappella e rumore bianco. Da tempo non riscontravo così tanta varietà in un album di matrice industrial, un vertiginoso numero di oscillazioni tra una sfera domestica (un brano cantopop suona distrattamente alla radio nella title-track) e una infernale, tra techno e musica sacra, poesia e ambient, espressionismo e intimismo. Ho inoltre trovato interessante, più in generale, la decisione di Chen di abbandonare le abrasioni più precise e intrinsecamente digitali della deconstructed club (genere che ho continuato a seguire con interesse, ma forse per la prima volta riscontrando un mancato senso di rinnovamento) a favore di un sound tutto sommato più riconducibile all’industrial storico (quello del post-punk, per intenderci). Un po’ alla maniera di Rabit, il cui debito coi Coil è emerso progressivamente tra un disco e l’altro, possibile che “i nuovi industrialisti”, come li ho chiamati in passato, finiscano per abbandonare progressivamente il club a favore di soluzioni più astratte e impianti più riconoscibilmente narrativi?

Proprio per l’Halcyon Veil di Rabit, il cui contributo multi-genere all’elettronica sperimentale degli anni Dieci ho rivisitato in una lunga intervista per SA la scorsa estate, è uscito uno dei miei dischi preferiti dell’anno, Dhil-un Taht Shajarat Al-Zaqum del compositore di La Mecca MSYLMA, già comparso in qualità di vocalist nell’ottimo Terminal di ZULI (2018), che qui contribuisce alle produzioni. Di MSYLMA si sa pochissimo, e le tempestose interpretazioni vocali presenti sull’album non fanno che aggiungere un’ottenebrante aura di mistero all’intero progetto (il suo primo EP del 2016 è stato tolto da Soundcloud ed è virtualmente scomparso dalla circolazione). Il titolo è un riferimento a Zaqqūm, l’albero infernale nominato nel Corano, i cui frutti si trasformano in cibo per i dannati. Tra pesantissimi riverberi, assordanti graffi e penetrante microelettronica, i paesaggi sonori di quest’album si posizionano a metà strada tra l’ambient, le angolarità dell’instrumental grime e gli estremismi di power electronics e dintorni, ospitando alcune delle interpretazioni vocali più disarmanti di cui abbia memoria (a tratti MSYLMA ricorda Scott Walker). Un efficace incontro di eccessi vocali e noise anche in Beachhead del duo Prison Religion, anch’essi legati a Halcyon Veil (sul disco compaiono anche Rabit e l’ex compagna di etichetta MHYSA). False Prpht and Poozy, entrambi divisi tra produzione e voce, portano gli stilemi dell’hardcore rap all’estremo, scaraventando urla e sample in una massacrante coltre di rumore e recalcitranti beats. Se da una parte Beachhead si propone come un ascolto punitivo (ascoltate Brinks Truck e i Death Grips, a confronto, vi sembreranno relativamente accessibili), nel musicare la fine del mondo, i Prison Religion trovano per strada oasi contemplative di beatifica bellezza (la magmatica xNT NFC / B.O.O.T, in duetto con Eartheater). E momenti di assoluta bellezza non mancano anche nel nuovo capitolo conceptronico (sì, c’è stato anche il neologismo di Simon Reynolds, quest’anno) di Ata Ebtekar, in arte Sote, veterano della scena sperimentale di Teheran. Parallel Persia unisce a guizzanti, impressionistiche composizioni elettroniche le consuete strumentazioni tradizionali impiegate dall’artista nei suoi dischi (a questo giro abbiamo tonbak, il dulcimer di origini iraniane santur e lo strumento a corde tar), pesantemente processate e orchestrate alla ricerca di soluzioni “iperrealiste”. L’Iran fantascientifico pensato da Sote suona caotico e metamorfico, i brani Atomic Hypocrisy e Pseudo Scholastic quanto di più sinistro abbia sentito quest’anno.

Nel mentre, sul pianeta terra, il mondo del pop ha continuato a dare i suoi frutti. FKA twigs ha scommesso su pathos e scrittura diaristica, riportando la ballata al piano e uno stile confessionale di katebushiana memoria all’attenzione di coloro che in lei vedevano esclusivamente una sorta di ipersensuale, post-umana incarnazione dell’RNB contemporaneo. Per nostra fortuna, MAGDALENE non è un saggio di autoindulgenza, ma brilla per varietà e intensità, senza perdere completamente di vista il gusto di twigs per aritmie e vorticosi beat (home with you, fallen alien). Con Norman Fucking Rockwell!, invece, Lana del Rey ha cristallizzato la sua figura di songwriter e interprete, le sue idiosincrasie vocali e d’immagine inconfondibili tratti di riconoscimento del panorama musicale anni Dieci. NFR! è un disco oceanico, in cui a minimaliste, deliziosamente verbose ballate al piano (su tutte hope is a dangerous thing for a woman like me to have – but I have it) si alternano suite psichedeliche (Venice Bitch) e sontuosi brani classic rock (The Greatest) in cui la penna di Lana riesce a sviscerare con acume contraddizioni e amarezze dei nostri tempi. La più grande rivincita, per una postmoderna come Lana, è proprio quella di suonare come la versione migliore e più autentica di se stessa. E anche thank you, next sembra aver fatto il punto della situazione sulla figura di Ariana Grande, con molta probabilità la pop star più “big” e ubiqua dell’ultimo decennio. Grande si muove con agilità tra RNB, trap e persino una sorta di algido pop-rock in chiave cyborg che sembra strappato alle ambizioni dell’ultima Grimes (Bad Idea), sfornando un esercito di indelebili hook e qualche sorprendente momento di ambience (Ghostin). Proprio come ha scritto Edoardo Bridda su queste pagine, thank you, next: «è un disco in cui è evidente che il team è stato al servizio della popstar e non viceversa, in cui è sparita la performance vocale acchiappa Grammy (…), per concedere tempi e modi a un credibile diario personale fatto di concetti molto basic (…) ma efficaci, espressi con basi e melodie nel complesso morigerate. È il suo disco più riuscito finora, proprio in virtù di questi equilibri».

E non avremmo i brani più tosti di thank you, next senza la perdurante, immensa influenza della cultura e musica hip-hop sul mainstream. Stando al mio last.fm (qualcun altro ancora lo usa?) Biggie e Geto Boys sono i miei rapper più ascoltati del 2019, ma sono tanti i dischi rap ad aver catturato la mia attenzione negli ultimi dodici mesi. Il mixtape di Megan Thee Stallion Fever è arrivato a coronamento di un decennio in cui le presenze femminili nel rap si sono quadruplicate, pur rimanendo minoritarie in classifica. Senza tanti drammi e cerimoniali mediatici, Stallion si è imposta con prepotenza tanto nelle classifiche di Billboard quanto nell’immaginario collettivo legato alla scena rap di Houston (ci sono anche sample di Three 6 Mafia e UGK nel disco). Il brano Cash Shit, complici i suoi bassi da capogiro, la sua generale ubiquità nei DJ set londinesi e un’iconica feat di DaBaby (altro nome di punta di quest’anno), è senza dubbio finito nella mia heavy rotation estiva assieme alle due collaborazioni di Young Thug e Gunna, 3 Headed Snake, da Drip or Drown 2 e Hot, dall’ultimo disco (e ritorno in ottima forma) di Thug So Much Fun. Oltre agli aciduli e sornioni ad-lib di Thug il mio 2019 hip-hop è stato segnato dal ritorno art-rap del Tyler, The Creator di IGOR, impegnato a riscrivere la sua stessa figura tra febbrili cut-ups e irresistibili piagnistei, e dall’esagitata, a tratti ansiogena seconda collaborazione del buon Freddie Gibbs e del mago del sampling Madlib (Bandana). Impressionismo e una buona dose di caos regnano sovrani in questi due dischi tanto quanto in All My Heroes Are Cornballs, altro ottimo saggio di sincretismo del rapper di Baltimore Barrington DeVaughn Hendrick, in arte JPEGMAFIA. Peggy prende d’assalto, tra le altre cose, police brutality, le instabili politiche della celebrità nel “rap game” e, nell’abbagliante Beta Male Strategies, nazionalisti bianchi e internet trolls («Say what you said on Twitter right now!»), trascinando in un ardente calderone di urla e mormorii un campionario di sonorità RNB, punk, noise, trap e synth pop. Oltre ad essere una delle voci politicizzate più riconoscibili nell’hip-hop contemporaneo, Peggy continua a mixare e glitch-ificare i riferimenti musicali più disparati alla ricerca di un’estetica iper-eclettica e frammentaria che qualche anno fa avremmo forse etichettato con un pizzico di sdegno “post-internet” e che invece, tutto sommato, sembra costituire le fondamenta di alcuni dei dischi più interessanti in circolazione.

È questo il caso del disco in vetta alla mia classifica, un album che dopo un primo, sbigottito ascolto, contro ogni aspettativa si è infiltrato nella mia quotidianità a partire dalla primavera, facendo da colonna sonora ai tanti spostamenti, turbamenti e ripensamenti di un 2019 passato in balia di incertezze e ripartenze. Si tratta di When I Get Home di Solange, un’artista che è ormai diventato un cliché definire la “sorella indie” di Beyoncé. C’è del vero dietro al luogo comune: passando da video patinati a registrazioni lo-fi di fronte alla videocamera del suo computer, dallo spiritual all’hip-hop, dal manifesto politico al nonsense, da scarne, accorate interpretazioni al piano a salaci duetti con Gucci Mane, Solange sembra proprio incarnare uno spirito di autonomia, uno sperimentalismo pop che in When I Get Home viene declinato all’insegna di un collagismo di matrice esplorativa. I brani dell’album si animano tra false partenze, repentine interruzioni, ossessivi sample, ottuse ripetizioni e intangibili interludi, dipingendo un caleidoscopico paesaggio post-soul in costante movimento (lo stile chopped & screwed di Houston figura tra le fonti d’ispirazione, non a caso). Scarface, Earl, Abra, Playboy Carti, Metro Boomin, Tyler, Panda Bear e tanti altri contribuiscono a questa vibrante, imprendibile visione afrofuturistica che, un frammento dopo l’altro, finisce per imprimersi nel subconscio e riemergere, d’improvviso, con la prepotenza di un’inscalfibile memoria. Piuttosto ironico che in un anno contraddistinto, per il sottoscritto, dall’ansia di Brexit e da richieste di “settled status”, oltre a quello di Solange si sia spinto al top della mia classifica un altro disco con la parola “home” nel titolo, No Home Record di Kim Gordon. Che dire di Gordon? Solo lei poteva uscirsene con un disco di debutto solista dopo quarant’anni di carriera, e suonare più cool, incazzata e filosofa-osservatrice del presente di tanti colleghi e colleghe con la metà degli anni alle spalle. In No Home Record ho ritrovato la Gordon sregolata e minacciosa di alcuni dei miei brani preferiti dei Sonic Youth (Shoot), ma anche un’imprevedibile e credibilissima interprete di corrosivi brani electro-noise che, grazie anche al contributo del produttore Justin Raisen, non potrebbero suonare più 2020 (Sketch Artist). Nonostante i tanti, fin troppo deprimenti bozzetti di critica al vuoto esistenziale del consumatore medio nell’era del capitalist realism presenti sul disco («Every day every day every day/I feel bad for you/I feel bad for me»), la vitalità e il carisma di Gordon nel reinventarsi, ancora una volta, hanno agito e continuano ad agire come personale stimolo a rimettersi in gioco nell’anno a venire: Get Yr Life Back.

  1. Solange – When I Get Home
  2. Kim Gordon – No Home Record
  3. Dis fig – PURGE
  4. Jenny Hval – The Practice of Love
  5. JPEGMAFIA – All My Heroes Are Cornballs
  6. Lana del Rey – Norman Fucking Rockwell!
  7. MSYLMA – Dhil-un Taht Shajarat Al-Zaqum
  8. FKA twigs –MAGDALENE
  9. Freddie Gibbs & Madlib – Bandana
  10. Nick Cave And The Bad Seeds – Ghosteen
  11. Sote – Parallel Persia
  12. Barker – Utility
  13. Baron Mordant – Mark Of The Mould
  14. Ariana Grande – thank you, next
  15. Young Thug – So Much Fun
  16. Meitei – Komachi
  17. Tyler, The Creator – IGOR
  18. Megan Thee Stallion – Fever
  19. Bill Callahan – Shepherd In A Sheepskin Vest
  20. Prison Religion – Beachhead
Tracklist