Uno scrive recensioni, monografie, editoriali, qualche cazzatella di contorno, e neanche si accorge che da quasi vent’anni collabora con la migliore webzine musicale italiana. Esagero? No, vi assicuro: è il mio diciannovesimo anno da queste parti. Diciannove anni. Ne ho viste di cose. Ne ho prese di sbandate. Ne ho sbagliate di previsioni.
Ho visto recensioni accorciarsi perché il webnauta “si stanca dopo poche battute”, poi di nuovo allungarsi perché “i lettori vogliono le storie”. Ho visto newsgroup diventare forum al largo dei bastioni di Google e Myspace promettere rivoluzioni prima di finire schiacciato dall’assedio di Facebook. Ho visto l’industria musicale incazzarsi e vacillare a causa dei CD masterizzati, incazzarsi e crollare per il file sharing, liquefarsi e riposizionarsi con lo streaming, e ogni volta il musicista uscirne meno premiato, meno tutelato. Eppure, non ho visto mai e poi mai diminuire la quantità delle pubblicazioni: come se la musica fosse una professione tra le altre, certo, ma anche una cruda, ineludibile necessità, e affanculo se il modello economico non funziona, se un modello neppure c’è.
La quantità delle uscite, appunto: già era difficile farsi un quadro esaustivo due decenni fa, oggi neppure ci provo. Da tempo ho accettato la mia visione limitata delle cose, la porzione ristretta di scenario di cui posso vantare una seppur minima cognizione. Circostanza che i primi sei mesi del 2020 hanno accentuato in maniera significativa. C’entra ovviamente l’emergenza Covid-19, questa distopia fatta quotidianità che ci siamo trovati a vivere, a metabolizzare. Come credo sia successo a molti, all’improvviso ho avvertito con forza il bisogno di elaborare e recuperare il senso di ciò che si stava consumando. Certo, accadeva anche prima, accade da sempre, ma nello stravolgimento di coordinate, con gli strumenti di colpo impazziti, le vecchie bussole tornavano a recitare un ruolo primario, a significare con maggiore intensità.
Mi è capitato quindi di leggere, ascoltare, guardare film e trovarci temi, concetti, paradigmi relativi alla situazione allucinante che sperimentavo ogni giorno: isolamento, diffidenza, timore per ciò che sarebbe (e non sarebbe più) stato. Mi rendevo conto che si trattava di una distorsione dei fatti, che in realtà stavo interpretando secondo la congiuntura (forse: secondo le mie esigenze) e non secondo le intenzioni degli autori, che avevano concepito le loro opere ben prima della pandemia. Ma non potevo farci nulla. Anzi, a pensarci bene, era solo la versione amplificata di un processo normale: cerchiamo sempre, in un film, un libro o un disco, quello di cui abbiamo bisogno.
Spero che questo pippone basti a spiegare (anche a spiegarmi) perché nella mia classifica dei dischi che più ho amato in questi primi sei mesi siano presenti titoli che probabilmente non rappresentano lo stato delle cose dal punto di vista delle evoluzioni e delle prospettive musicali. La loro presenza è giustificata casomai dalla capacità di intercettare le frequenze emotive che hanno accompagnato il mio personalissimo collasso sul frangente storico. Da anni sostengo che le classifiche siano giochetti perlopiù innocui, ma forse mai come in questo caso si tratta di un gioco importante, almeno per quello che mi riguarda. Per non farla troppo lunga, trovate di seguito i miei primi venti. Dei primi dieci scriverò qualche riga a titolo di giustificazione, degli altri pensatene ciò che volete.
In testa nessuna sorpresa: ci va Dylan con un lavoro che nel momento stesso in cui sembra voler trascendere il presente ce ne restituisce una lettura sfaccettata, intensa, vertiginosa. Per qualcuno si tratta di un vero e proprio testamento, intriso com’è di riferimenti alla morte e versi che sembrano chiudere i conti, però mi ostino a considerarlo una testimonianza, uno sguardo che solo Sua Bobbità poteva regalarci (non lo faceva in maniera tanto diretta da Time Out Of Mind). Al secondo posto ecco la prima sorpresa: The Lockdown Blues di Don Antonio, album registrato il primo maggio dal vivo di fronte a una platea deserta, sonorità febbrili e granulose, blues elettrificato e umori tex-mex. Soprattutto, ci senti il bisogno di sbatterti in faccia quanto la musica debba al suo accadere “in presenza”, all’attrito tra corpi e sguardi e intuizioni e intenzioni. Si tratta di un messaggio culturale e – certo – politico, un grido d’allarme, ma in tutto e per tutto musicale: in ragione di ciò, è un disco potente.
Impossibile poi non allinearsi al coro di consensi per Fiona Apple, autrice di un lavoro labirintico, tumultuoso, allo stesso tempo cervellotico e viscerale: nulla a che vedere con pandemie e quarantene, eppure in quell’aura isolazionista, in quel fare perno quasi ossessivo su di sé, ammetto di avere avvertito il riflesso della condizione collettiva di reclusi in casa a fronteggiare il proprio antagonista preferito (noi stessi). Segue il nuovo di M Ward, uno di quei lavori che rischiano di passare del tutto inosservati e mi spiacerebbe moltissimo: perché è uno dei suoi dischi più ispirati, perché mette al centro il tema delle migrazioni tessendo storie ipnotiche, struggenti e senza la minima traccia di retorica. Chiude la prima cinquina Countless Branches di Bill Fay, una breve raccolta di un’anima tanto grande quanto esposta: quella voce abitata di ferite fantasma, quei fraseggi di piano che stanano impossibili forme di equlibrio tra disperazione e serenità, la capacità di spremere dolcezza anche quando la vita ti mette all’angolo. Cosa dire: tutto questo quasi non è più musica, eppure è quello che la musica può e deve fare.
Più in breve gli altri cinque: detto che con Quickies i Magnetic Fields hanno dimostrato la solita, disumana capacità di far coincidere l’aspetto programmatico/ludico e quello espressivo, Fabio Cinti realizza con Al blu mi muovo un capolavoro introspettivo e atmosferico, otto pezzi intrisi di una solennità capace di non perdere la tenerezza né il languore indifeso della malinconia. A chiudere una decina molto italiana (troppo italiana? Boh, forse il lockdown mi ha spinto a restringere il perimetro, a chiudere un po’ il rubinetto della globalità spaurita…) ci sono Umberto Palazzo con il suo azzeccato concept sull’estate come luogo dell’anima (perduto), Paolo Zanardi con il suo sguardo lucido e spietato dietro nuove lenti post-punk, e Paolo Benvegnù che in Dell’odio dell’innocenza ribadisce la sua ben nota calligrafia ma lo fa con piglio ed energie di livello eccelso (farlo arrivare secondo dopo la comfort zone cantautorale allestita da Brunori suggerisce due o tre cose sul Tenco che preferisco tenere per me).
Nel complesso, penso di poter dire che nel momento del bisogno i dischi non mi hanno lasciato solo. I dischi uscivano a frotte, a stormi, a scosse telluriche, e trasmettevano la pulsazione di un mondo vivo oltre la cortina cementizia delle prospettive mute. Non mi sembra poco.
A rileggerci fra sei mesi (speriamo).
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- Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways
- Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters
- Don Antonio – The Lockdown Blues
- M Ward – Migration Stories
- Bill Fay – Countless Branches
- Magnetic Fields – Quickies
- Fabio Cinti – Al blu mi muovo
- Umberto Palazzo – L’Eden dei lunatici
- Paolo Zanardi – Un giorno nuovo
- Paolo Benvegnù – Dell’odio dell’innocenza
- Lucinda Williams – Good Souls Better Angels
- Muzz – Muzz
- Wire – Mind Hive
- RVG – Feral
- Samsa Dilemma – Everyday Struggle
- Country Feedback – Season Premiere
- King Krule – Man Alive!
- Laura Marling – Song For Our Daughter
- Perturbazione – (Dis)amore
- Suzanne’Silver – Untitled