Recensioni

Dopo anni di fedeltà al Primavera Sound di Barcellona, frequentato dal 2004 con (quasi regolarità) e devozione, ci rechiamo a Keflavik per seguire l’ATP Iceland, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Il festival, in realtà, si svolge ad Asbru, una piccola località dove prima esisteva una base Nato e qui troviamo una location formata dall’hangar principale, utilizzato ora come studio televisivo (l’Atlantic Studio), dove sono ospitati gli act principali, e l’adiacente teatro (Andrew’s Theatre) dove si esibiscono band locali, oltre agli Spiritualized assieme alle islandesi Amiina. A dire il vero, più che il Primavera Sound, la manifestazione ricorda il suo gemello portoghese, il Nos Primavera Sound, l’ambiente è dunque più intimo e più gestibile risulta l’avvicendamento dei concerti.

All’arrivo, veniamo accolti in un tendone dove si esibiscono dj locali. Attorno a noi c’è uno spazio che ricorda l’insediamento americano: case basse dove probabilmente alloggiavano i soldati fanno da contorno ad uno spazio recintato dove il rosso hangar sorge imponente. L’Atlantic Studio può contenere grosso modo 10.000 persone. A lato, qualche chiosco prepara hot dog e hamburger.

ATP Iceland

Day One

Ad aprire le danze pensano i Low. La band inizia con un’indimenticabile Nothing by Heart dall’album C’Mon. I Nostri suonano una setlist che comprende le più recenti Plastic Cup e On my Own, tratte da The Invisible Way, per poi ripercorrere la storia della band con Sunflower, Dinosaur Act e una spaventosa, in quanto a resa sonica, Silver Rider. Tutte suonate senza tastiere ma con basso, chitarra e percussioni, a cui si aggiungono le voci amalgamate di Alan Sparhawk e Mimi Parker.

Si cambiano gli strumenti e si cambia registro con gli Shellac. Steve Albini e soci suonano ormai raramente e solo all’interno di eventi nei quali possono abbinare qualche giorno di vacanza. Bella vita. Tra le tracce in scaletta ricordiamo una violentissima Squirrel Song a cui segue una veloce Steady as She Goes. Presentano anche qualche nuova canzone dall’imminente album in uscita Dude Incredible.

Sulle note di Prayer to God ci avviamo verso il teatro dove J. Spaceman e i suoi Spiritualized sono stati chiamati a sostituire gli Swans. Jason Pierce appare in gran forma. Ingrassato rispetto all’edizione del Primavera Sound 2012, sembra aver riacquistato la salute e questo ci conforta. Il set prevede un coro di tre ragazze e un quartetto d’archi, ovvero le Amiina, già famose per aver suonato insieme ai Sigur Ros. La setlist si rifà ad uno spettacolo acustico che gli Spiritualized hanno proposto a Reykjavik nel 2010. Sono quindi le canzoni più orchestrate ad avere la meglio, ma non manca un tributo a Daniel Johnston con una splendida True Love Will Find You in The End e un tuffo nel passato nel repertorio degli Spacemen 3 con Walking with Jesus. Il tutto viene concluso da una memorabile Ladies and Gentlemen We are Floating in Space.

Ritorniamo nel rosso hangar dell’Atlantic Studio per assistere al concerto già iniziato di Kurt Vile. Anche in Islanda non manca qualche sovrapposizione. Riconosciamo una Freak Train suonata con i Violators. Reduce da un tour solista – e vi ricordiamo la nostra intervista – Kurt Vile non manca di suonare molto del repertorio senza la sua backing band, segno forse di un disco solista in arrivo. Del resto, con o senza il gruppo, Vile è sempre all’altezza della situazione e In My Baby Arms per voce e chitarra ne è la prova.

Arrivano le 00.30 e, con una puntualità degna dei grandi festival, salgono sul palco i Mogwai. I cinque di Glasgow vengono da un fortunato tour dove hanno presentato l’ultimo Rave Tapes, un lavoro tinto di elettronica che rende molto meglio dal vivo che su disco. Pertanto Deesh, Remurdered e Master Card, in dimensione live, sono tanto coinvolgenti quanto i brani di Hardcore Will Never Die, You Will, album dal quale vengono suonate White Noise, Rano Pano e Mexican Grand Prix.

Kurt Vile ATP Iceland 2014

Day Two

Alle 17.30 di venerdì parte il volo di Ben Frost. Il suono supersonico è quello di un jet, lo si riconosce dalle note iniziali di Aurora, che, dal vivo, è da tappi nelle orecchie proprio come ci aspettavamo. L’australiano, ora di casa a Reykjavik, intervistato di recente su queste colonne, pare essersi ambientato molto bene nella fredda Islanda, tanto da averne assunto anche i tratti somatici. L’ultimo album viene suonato con l’aiuto di un batterista e di un percussionista che fa più immagine che lavoro on stage. Peccato che il laptop di Ben s’inceppi un paio di volte, ma il nuovo live è un’esperienza che non si dimentica facilmente.

Dopo aver assistito ai Mammut, band islandese che ricorda troppo i Sugarcubes, il palco viene occupato da Soley, sempre islandese. L’elettro pop di We Sink, il suo ultimo album, non è niente male. Viene seguita molto dai locals che partecipano al concerto con scorta di birre a 600 corone (quattro euro). Conclude il concerto una commovente I’ll Drown.

Cambia la band e cambia il registro, anche se sempre di elettronica parliamo. Arrivano on stage gli attesi Liars che con l’album Mess inducono i presenti a una sorta di movimento compulsivo della testa. Sicuramente è tra gli act più divertenti del festival e, anche in questo caso, la resa live è superiore al disco.Tra il pubblico c’è Alan Sparhawk dei Low, piacevolmente colpito dalla performance. Scambiamo con lui due chiacchiere a fine concerto e lo troviamo molto affabile. Sembra ricordarsi di quando ci siamo visti nel backstage del Teatro Antoniano di Bologna e della nostra intervista radiofonica. Prima di tornare Italia, mi dice, deve prima incidere un nuovo album. Nel frattempo, ha prodotto Wild Animals, un album in stile country bluegrass dei Trampled by Turtles, band del Minnesota che negli Stati Uniti è più conosciuta dei Low.

Ore 22.30 e arrivano gli headliner. Tocca ai riformati Slowdive, il cui live è già stato coperto in redazione sia al Primavera Sound, sia al Radar Festival. Rachel Goswell mette a suo agio il pubblico e, oziosi paragoni con i My Bloody Valentine a parte, il set, che comprende brani come Slowdive, Catch the Breeze e Souvlaki Space Station, è etereo quanto emozionante e, ciò che più conta, non suona affatto nostalgico. In conclusione, al solito, la cover di Syd Barrett Golden Hair.

A questo punto della serata, il pubblico islandese pare riscaldarsi e non di certo per la temperatura. I Portishead si fanno attendere ma è un boato ad accoglierli nonostante inizino con Silence da Third. I brani più acclamati, del resto, vengono da lontano: Mysterons, Sour Times, Glory Box e Wandering Star (rifatta in acustico) sono vere e proprie perle. Beth Gibbons è sempre carismatica, Adrian Utley concentratissimo sulla sua chitarra mentre Geoff Barrow, oltre a tifare Inghilterra ed avercela con l’Italia, fa ruotare i piatti con i suoi scratch ritmici. Una performance da brividi, al termine della quale la calorosa Beth scende dal palco per stringere le mani fredde dei fan stipati nelle prime file.

Interpol ATP Iceland 2014

Day Three

Anche per il terzo giorno l’appuntamento con l’ATP Iceland è pomeridiano. Alle 17.30 si presenta in consolle Forest Swordsintervistato recentemente al Mattatoio di Carpi – per presentare l’ultimo lavoro Engravings. Le armonie orientali, a cui s’intreccia una sorta di trip hop, fanno del disco un must have. Matthew Barnes, fan dichiarato dei Mogwai e additato dalla band durante il loro concerto, si presenta sul palco con il bassista James. Lui invece si alterna tra chitarra e laptop e trasforma abilmente le tracce in studio in un grande live.

Le sorprese non mancano all’ATP e i For a Minor Reflection, un gruppo locale, si rivela un grande act. Le loro canzoni sanno molto di Islanda, si possono definire post-rock con atmosfere à la Sigur Ros, ma senza plagi. I due album Reistu þig við, sólin er komin á loft… e Höldum í átt að óreiðu sono assolutamente da avere e ci auguriamo che il gruppo possa essere riconosciuto per quel che realmente vale a livello internazionale.

Con Devendra Banhart ci si sente un po’ di più a casa, soprattutto quando canta in spagnolo. Forse la gig solitaria, voce e chitarra, doveva svolgersi in un teatro – il brusio nell’hangar non è certo conciliante – ma la loquacità del cantante, unita a una mimica facciale molto teatrale, compensano bene il tutto. Nonostante le canzoni di Mala siano un po’ al di fuori della line up dell’ATP, Banhart riceve così un sentito riscontro da parte del pubblico.

Mezzanotte e ancora non fa buio, all’imbrunire il rosso hangar dell’ex base Nato si trasforma in Palazzo Pitti Firenze dove gli Interpol presentano la nuova collezione uomo autunno inverno. I più eleganti tra tutti, Paul Banks e soci in completo nero attaccano con una trascinante Say Hallo to the Angels dal fortunato album debutto Turn on the Bright Lights. C’è spazio anche per presentare qualche nuova canzone da El Pintor, tra cui una coinvolgente My Desire. Ma anche per i newyorchesi vale il discorso fatto per i Portishead: la maledizione del primo album. Sono dunque le canzoni dell’esordio a suscitare più entusiasmo, una su tutte Stella Was a Diver and She Was Always Down.

Se hai la fortuna di essere sullo stesso volo dei Mogwai, incontrare Kurt Vile, vedere il Geysir e fare due chiacchiere con Alan Sparhawk, probabilmente eri al posto giusto nel momento giusto.

(Andrea Tabellini è conduttore di Afternoon Tunes in onda ogni Sabato alle 16.30 sulle frequenze di Radio Citta’ Fujiko Bologna)

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