In continuo mutamento: intervista agli Aucan

Il 2015 è stato fin qui un anno ricco di soddisfazioni per l’elettronica made in Italy: Yakamoto Kotzuga, Go Dugong, Godblesscomputers, Capibara, Stèv, IAMNOWCOMPLETE, Celluloid Jam, Amycanbe, Ankubu, Apes on Tapes, Piernicola di Muro, Indian Wells, Sonambient, Montoya e Osc2x, ovvero una lista lunghissima e caratterizzata da una qualità media decisamente degna di dota. Ecco che ora si profila all’orizzonte (autunno 2015) anche il ritorno in LP di una delle nostre esperienze più di successo (anche all’estero): i bresciani Aucan hanno alle spalle un articolato percorso di cambiamenti continui, in cui sono sempre riusciti a muoversi con estrema coerenza passando attraverso ogni nuova mutazione e raggiungendo spesso momenti qualitativamente altissimi. Dopo la breve parentesi come duo di producers durante la quale hanno licenziato EP 1 sotto il colosso Ultra Records (Bloody Beetroots, Benny Benassi, Calvin Harris, Deadmau5, Steve Aoki), i Nostri tornano ora al trio originario e si preparano all’uscita del nuovo album con una serie di date live che inizierà venerdì 19 giugno 2015 all’Andrea Doria di Roma. Per l’occasione, abbiamo intervistato Jo Ferliga e Francesco D’Abbraccio.

Il 19 giugno suonerete all’Andrea Doria. Sarà un Dj set o tornerete in veste di band a tutti gli effetti?

Torniamo in tre, con un nuovo live Audio/Visual 100% Hardware. Sul palco avremo campionatori, batteria acustica, trigs, effetti, drum machines, sintetizzatori, una chitarra, un basso acustico e un microfono con vari pedali. Zero computer. Detto questo, non ci siamo mai considerati una band…

Come si è sviluppato il processo creativo del vostro nuovo album, previsto per questo autunno? Proseguirete il discorso inaugurato con EP 1 o avete (di nuovo) cambiato strada?

FD: Aucan esiste ormai da anni, ed è un progetto in continuo mutamento. Non abbiamo mai voluto adagiarci su qualcosa che sapevamo funzionare. Il nuovo album è stata però un’occasione anche per guardarci indietro, per lavorare sulla nostra identità. Sicuramente è il nostro disco più maturo.

JF: Il nuovo album è il disco che avremmo sempre voluto fare e riprende un po’ il discorso aperto nel 2011, in chiave però più elettronica e attuale. Quando registrammo Black Rainbow non avevamo le abilità per produrre musica elettronica pura e l’ibrido che veniva fuori era sempre lontano dalle nostre aspettative. Questo album contiene quattro anni di esperienza in studio, e quindi riesce a portare la nostra musica a un nuovo livello.

EP 1 vi ha visti entrare nel roster del colosso Ultra Records: è stata una scelta che ha modificato in qualche modo il vostro approccio? E’ un’esperienza che proseguirà anche per il prossimo disco?

JF: E’ stato un momento in cui, dopo 300 date live in tutta Europa, avevamo voglia e bisogno di esprimerci in un altro modo. Ultra ha fatto firmare in quel periodo vari artisti sperimentali, fra cui noi e Last Japan, ma non ha saputo successivamente coltivarne le idee. Non lavoreremo più con loro, non abbiamo mai amato il mondo EDM, che consideriamo musica spazzatura.

FD: Ora stiamo ritornando ad un’attitudine completamente DIY, che è la nostra dimensione e che ci permette di esprimerci in ambito multidisciplinare.

Come nasce e a che esigenze risponde il progetto Svrface di Jo? È un’esperienza che continuerà nel tempo?

JF: Ho avuto molti progetti musicali nella mia vita; Svrface era nato in un periodo di malattia e non mi sono mai deciso a pubblicare l’album, che è rimasto sepolto in qualche hard disk. Ora sono concentrato solo su Aucan e sulla sperimentazione analogica/modulare.

Sempre Jo ha curato la produzione di Usually Nowhere, esordio di Yakamoto Kotzuga. Com’è stato lavorare a questa uscita?

JF: Non ho lavorato alla produzione bensì al mixaggio e al mastering (presso il mio studio Tapewave); negli ultimi anni mi sono specializzato in questa attività parallela e ho seguito tanti progetti interessanti italiani, fra cui Iori’s Eyes, Lim, Barks, Antiteq, Aurora Mesa.

Come vedete il panorama elettronico nazionale?

JF: Molte realtà sono riuscite ad emergere, forse c’è  anche un po’ più di coraggio e ci si vergogna meno di “essere italiani”. Detestiamo però chi per “funzionare” si dedica allo snobismo e al “leccaculismo”.

FD: A settembre faremo una data a Londra con altri amici italiani: Yakamoto Kotzuga, Ninos du Brasil, Godblesscomputers. Credo che in generale ci sia una nuova energia qui, e che all’estero se ne siano accorti.

 

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19 Giugno 2015
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