Classifiche Album 2017. Il meglio di Rumore con i commenti di Rossano Lo Mele

Nell'ambito della kermesse relativa alle classifiche e playlist di fine anno abbiamo intervistato l'editor in chief di Rumore, Rossano Lo Mele. Ci siam fatti una bella chiacchierata che da King Krule è finita in sociologia e massimi sistemi

Nell’ambito della kermesse relativa alle classifiche e playlist di fine anno che, come ogni mese di dicembre, piovono come saette, abbiamo deciso di mescolare le carte e accompagnare alcune di loro con le considerazioni mirate dei rispettivi editori/direttori.

Per primo abbiamo interpellato Rossano Lo Mele, l’editor-in-chief di Rumore, come recita il suo profilo Twitter, il cui ultimo numero cartaceo (#311) porta proprio “il meglio del 2017” come unico titolo. La scelta della copertina di dicembre è già spoiler: l’ossuto roscio immortalato nella cover risponde al nome (d’arte) di King Krule ed è proprio lui con il suo The OOZ ad accaparrarsi il podio dei migliori album come, del resto, e lo abbiamo già notato pubblicando varie classifiche end of the year, la sua rappresenta la prova discografica che più spesso ricorre tra le preferenze di svariate testate nazionali (vedi un BlowUp) e internazionali.

Archy Ivan Marshall ha messo d’accordo tutti, rimarca Rossano, ma prima di addentrarci con lui nel commento delle prime posizioni di una classifica «post-ideologica», gli chiediamo del sistema che ha portato alla compilazione gerarchica della lista, la “legge elettorale” dietro allo spoglio, in sostanza. Il direttore ci spiega che hanno concorso alla classifica di Rumore una quarantina di collaboratori votanti («In pratica tutti coloro che recensiscono dischi»), di cui una decina è rappresentata da redattori con diritto al voto raddoppiato in stile grandi elettori d’America. L’anagrafe dei votanti comprende inoltre tre generazioni, quella dei 50/60enni, quella dei quarantenni in cui rientra anche il direttore, e quella dei più giovani, tra venti e i trenta con Krule che, in sostanza, si è posto al centro dell’incrocio inter-generazionale, agevolato dal fatto di formare una categoria a sé da brava pallottola spuntata o «figura pittorica» come piace vederlo all’editor in chief («Mi ricorda anche Mick Jones dei Clash…»).

La sua è, in sostanza, una proposta non facilmente ascrivibile a questa o quella scena, racchiusa in un «polveroso fascino à la Tom Waits» eppure trasversale, che è stata in grado di incrociare diversi generi e stili così come è riuscita a catturare una variegata tipologia di addetti ai lavori all’interno del magazine. Questo piccolo miracolo è però un caso isolato in classifica, altri dischi hanno proverbialmente diviso, creando frizioni o divergenze come nel caso della producer post-footwork Jlin (11a) che è piaciuta ai più giovani, o come nel caso di un Mark Eitzel (con Hey Mr Ferryman) che Rossano dava già per vincitore al tempo della sua uscita (gennaio), e che ha trovato maggiori consensi lato senior. Del resto, come ci siamo detti durante la chiacchierata, «i ragazzi ascoltano trap e hip hop», e se è vero che nella top20 non ha trovato posto Ghali (in copertina in uno dei numeri dell’anno e comunque presente nella sezione dedicata alle migliori canzoni assieme a Liberato), non poteva mancare Re Lamar (DAMN.) che si piazza diritto sul podio, al terzo posto dopo il Sogno Americano dei ritrovati LCD Soundsystem («…Una posizione inaspettata, almeno a livello di podio»).

«Fa sempre piacere trovare in classifica proposte in area hip hop che recuperano una tradizione di impegno politico (e feroce sarcasmo stradaiolo) come quella dei Run The Jewels (RTJ3)», ribadisce, «ma ancor bello trovar in Top20 l’ala più sperimentale, quella che riprende la missiva di un Yeezus, e parliamo di Vince Staples con Big Fish Theory (in 15° posizione)». «Del resto quella di Rumore», ribadisce il direttore, «non è mai stata una classifica che funge da termometro delle preferenze dei più giovani, piuttosto va intesa come sensore di ciò che di buono si è mosso a 360° nel mondo della musica, a prescindere dall’anagrafica, dalle mode e dal rumore, senza distinzioni tra chitarre e sintetizzatori e senza pregiudizi di sorta. Dunque se fa senz’altro piacere ritrovare sei corde ruggenti e «redivivo spirito post punk» negli album di Algiers e Protomartyr, nella top 50 trova posto un variegato set di generi e stili differenti, tra cui un buon numero di songwriter.

Telefonata pertanto la presenza dei National di Sleep Well Beast («E’ un buon disco ma non il loro migliore») come di Magnetic Fields con l’imponente 50 Song Memoir («Mi ha un po’ deluso …ma solo perché non riesco ad immaginare un nuovo 69 Love Song, lo hai fatto una volta, la seconda non può venir altrettanto bene»), ma senz’altro a sorprende Rossano è il piazzamento piuttosto buono dei dischi di Julien Baker e Jane Weaver, due proposte «sulla carta più settoriali» che hanno raccolto buoni consensi tra lo staff. Meno sorprendente invece la scarsa (e storica mancanza della) presenza degli italiani nella TOP, con tuttavia una manciata di eccezioni che rispondono ai nomi di Lucio Corsi, Havah e Edda.

La chiacchierata è poi proseguita su un discorso più generale e sociologico riguardante il senso delle classifiche: Rossano è convinto che nell’era di Spotfiy le classifiche di fine anno non rappresentino più un momento privilegiato all’interno di una narrazione squisitamente (critico)musicale, piuttosto il paradigma sembra ora aderire a un continuo e soggettivo flusso di playlist, senza più distinzioni tra mesi e anni. «Il paradigma della modernità e della narrazione moderna è finito», sentenzia Rossano, che vede sull’altro piatto della bilancia non più la classica figura di autore e musicista bensì quella del curatore («Come nell’ambito museale, ognuno è incentivato a diventare curatore di se stesso. Creatore di arredi magari che siano ritagliati perfettamente in ogni particolare»). In sostanza, al posto di una biografia troviamo il design d’interni, con inoltre anche il tempo a subire una mutazione importante in quanto scandito non più tanto dall’orologio, quanto dalle timeline dei social media.

«Non c’è più una narrazione ma un elenco randomico e annoiato. Un elenco continuo», sbotta Rossano, che stringe di nuovo il campo sulla musica definendo come “spotifizzazione” un macro fenomeno che genera artisti/curatori simili tra loro con i quali diventa molto più semplice stilare una playlist che suoni, in pratica, come un’evoluzione o la traduzione contemporanea di album, appunto perché «gli artisti sono simili e assimilabili». Il genere/sottogenere privilegiato con il quale fare un esempio pratico, concordiamo entrambi, è naturalmente l’EDM, la trap e i suoi derivati. Come in genere è proprio la costosa produzione delle superstar elettroniche e dell’Hip Hop, con tutti i loro feat. e produttori pescati ai quattro angoli del pianeta, a sposarsi naturalmente con il concetto di curatorialità soprascritto.

In sostanza, conclude Lo Mele, in questa «rincorsa ad un grande centro», in questa difficoltà crescente di tenere separati gli argomenti e del poter dire tutto e il contrario di tutto, quest’anno c’è stato ufficialmente il giro di boa, e lo si è notato anche dal semplice fatto che «le automobili che vengono prodotte ora non vengono più vendute con il lettore cd ma con tutto il necessario per far partire lo streaming e dunque le playlist». «Siamo nell’era della Spotify-izzazione della musica. La nostalgia rimane, la retromania, le tracce di hauntology e tutto il resto pure, ma c’è stata una definitiva spallata alla fruizione musicale che ha annichilito la visione precedente». In sostanza, noi nostalgicamente ripetiamo il rito delle classifiche di fine anno mentre una nuova generazione se ne frega bellamente e va avanti a playlist.

Di seguito, le prime venti (tra le 50) posizioni totali della classifica di Rumore.

  1. King Krule – The OOZ
  2. Lcd SoundystemAmerican Dream
  3. Kendrick LamarDAMN.
  4. Protomartyr Relatives in Descent
  5. Mark EitzelHey Mr Ferryman
  6. ArcaArca
  7. Algiers The Underside Of Power
  8. Courtney Barnett / Kurt VileLotta Sea Lice
  9. The National Sleep Well Beast
  10. The Magnetic Fields50 Song Memoir
  11. Jlin Black Origami
  12. Moses Sumney Aromanticism
  13. Edda Graziosa utopia
  14. Mount EerieA Crow Looked at Me
  15. Vince StaplesBig Fish Theory
  16. HavahContravveleno
  17. Jane WeaverModern KosmologyJulien Baker Turn Out the Lights
  18. Run The JewelsRTJ3
  19. Lucio CorsiBestiario musicale

Per quanto concerne le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate, trovate quelle di Tommaso Bonaiuti, Riccardo ZagagliaFernando Rennis, Elena Raugei e Luca Roncoroni. Tra quelle delle testate internazionali invece: Stereogum, Rough TradeNME, Rolling Stone, Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (videoclip)

Tracklist