Migliori album 2017. La classifica di Elena Raugei

Listen to the sounds. Nell’anno di Twin Peaks, il ritorno-capolavoro di David Lynch su piccolo schermo, la musica – Angelo Badalamenti escluso – rischiava quasi di finire in secondo piano, nei miei pensieri. Scherzi a parte, il 2017 ha probabilmente fornito meno eventi, meno dischi capaci di mettere tutti-tutti d’accordo rispetto al precedente 2016, quando PJ Harvey, Nick Cave e David Bowie, per dire, vincevano a mani basse in qualsivoglia classifica (per quanto io impazzissi prevalentemente per gli Essaie Pas). Ma è stato comunque un anno vario e ricco di sorprese, questo che ci apprestiamo ad archiviare. Per chi scrive le tendenze sono state due, col senno di poi. In fondo, equivalenti a due modalità solo all’apparenza opposte per reagire. Da una parte, quell’impeto anti-sistema, quell’insofferenza non solo sociopolitica, quella rabbia di inequivocabile matrice punk rock originalmente perseguita per esempio dai Priests, al primo posto nelle mie preferenze con uno straordinario mix di ruvidità e ganci melodici, utilizzo avanguardista e a tratti filo-jazz di sax e pianoforte, riff surf ed esplosioni noise, e a seguire dai Downtown Boys, responsabili di una serie di mine barricadere dal sound – arricchito da sax e inserti black – sempre più definito grazie all’aiuto di Guy Picciotto dei Fugazi. Dall’altra, quel ritorno all’intimismo, al disvelamento quasi fiero della propria vulnerabilità che, indipendentemente dalle rotte stilistiche, ha contraddistinto tanto gli eccentrici Arca (artefice di un sogno/incubo eccessivo e melodrammatico a suon di ambient e R&B-pop in lingua spagnola, per una sorta di Club Silencio moderno, diametralmente opposto al lavoro svolto in parallelo per l’Utopia naturalista di Björk) e St. Vincent (definitiva icona del nostro tempo con uno spregiudicato affondo nel glam-pop, capace di sovvertire gli stereotipi di genere come forse nessun’altra aveva mai fatto prima d’ora nel panorama “rock” così come appunto di rivelarsi tramite argomenti come successo, desiderio e sentimenti), quanto il ventiduenne Loyle Carner (uno che, in giorni di smargiassi e produzioni pompate, opta per un hip hop super raffinato e ibridato con blues, jazz e funk, uno storytelling rappato che si sofferma su materiale privato come quello familiare e amicale).

Nel complesso, menù a prevalente base di elettricità irruente o sviaggiona (King Gizzard & The Lizard Wizard a fare da assoluti mattatori con una pioggia di schizzatissimi album ecletticamente psych-heavy rock) e suoni sintetici (l’astrattismo avant techno-jazz di Laurel Halo e la minimal trip dubstep per anime post-apocalittiche di Forest Swords, tra i miei ascolti prediletti). Gli altri nomi che mi hanno invece stupito spuntando fuori quasi dal nulla sono stati quelli dei Flowers Must Die (collettivo svedese lanciato a capofitto in una psichedelia jammistica e groovosa), dei B Boys (esordienti sulla scia di un punk rock istintivo, geometrico e artistoide) e dei Broen (semi-esordienti folgorati dall’intento di unire background jazz e nuove tendenze, dal synthpop all’R&B). Sul fronte opposto, sul fronte cioè dei veterani riallineati però in nuovi progetti, Demonology HiFi (Max Casacci e Ninja dei Subsonica) e Filthy Friends (Corin Tucker delle Sleater-Kinney, Peter Buck dei R.E.M. e vari amici del giro Minus 5) hanno proposto dei vitali bignami, rispettivamente, di elettronica e classic rock, i primi ribadendo di tenere sempre le antenne sintonizzate sul presente e i secondi di saper scrivere, molto semplicemente, ottime canzoni a presa rapida.

A proposito di italiani, grandi soddisfazioni arrivano dal dream punk dei Solki (la nostra migliore indie rock band, correte ad andarli a sentire dal vivo), così come da Sequoyah Tiger e Julie’s Haircut, coloratissima con la sua psichedelia electropop la prima, scurissimi con la loro psichedelia jazzy i secondi, entrambi direttamente e meritatamente fuori con etichette straniere, Morr Music e Rocket. E si prosegue a testa alta con l’elettronica colta e in struggente stato di grazia di unePassante, quella spigolosa, ossessiva e imprendibile di Not Waving, quella cosmica di Blak Saagan e quella etnica di Clap! Clap!. Volendosi viceversa orientare su chi impiega la nostra lingua al servizio del songwriting, le certezze restano Baustelle (più pop e giocosi che mai, nonché titolari di uno dei tour più divertenti degli ultimi mesi), oppure solisti non allineati di ampia esperienza ma amanti del rischio come EddaMara Redeghieri e Giovanni Succi. Se niente o quasi niente sembra filare dritto, guardandosi attorno, nothing feels natural, ricordiamoci insomma che c’è sempre dell’ottima musica in circolazione. There is always music in the air

  1. Priests – Nothing Feels Natural
  2. Arca – Arca
  3. St. Vincent – MASSEDUCTION
  4. Solki – Peacock Eyes
  5. Sequoyah Tiger – Parabolabandit
  6. Loyle Carner – Yesterday’s Gone
  7. Julie’s Haircut – Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
  8. Flowers Must Die – Kompost
  9. Downtown Boys – Cost Of Living
  10. Demonology HiFi – Inner Vox
  11. Laurel Halo – Dust
  12. Forest Swords – Compassion
  13. unePassante – Seasonal Beast
  14. Not Waving – Good Luck
  15. Filthy Friends – Invitation
  16. B Boys – Dada
  17. Broen – I <3 Art
  18. Baustelle – L’amore e la violenza
  19. Edda – Graziosa utopia
  20. Mara Redeghieri – Recidiva
  21. King Gizzard & The Lizard Wizard – Murder Of The Universe
  22. Blak Saagan – A Personal Voyage
  23. Clap! Clap! – A Thousand Skies
  24. Giovanni Succi – Con ghiaccio
  25. Schonwald – Night Idyll
  26. Jens Lekman – Life Will See You Now
  27. TORRES – Three Futures
  28. The xx – I See You
  29. Four Tet – New Energy
  30. The Flaming Lips – Oczy Mlody

Le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate: Riccardo Zagaglia, Fernando Rennis e Elena Raugei. Per quanto riguarda le liste dei portali internazionali: Rough Trade, NME, Rolling Stone e Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (migliori videoclip).

5 dicembre 2017 di Elena Raugei
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