Migliori album 2017. La classifica di Tommaso Bonaiuti

Lo sentite anche voi, nell’aria? È QUEL momento dell’anno, in cui si ripete il rituale per il quale noi tutti, scribacchini e wannabe musicanti, ci sprechiamo in voli pindarici, scapicollandoci in salti mortali e valutazioni “definitive” su quanto di buono (o meno) l’anno passato – anzi, gli otto-nove mesi passati, perché di questo lasso di tempo si tratta – ha proposto per affamare i nostri padiglioni auricolari. Ed eravamo quindi rimasti allo scorso Agosto, in cui si faceva un resoconto più o meno sommario di ciò che più ci aveva convinto in “corso d’opera”, riscontrando, a titolo personale, un’incoraggiante varietà di buone proposte e nuovi prospetti, relativamente al loro genere e/o ecosistema competente, in un anno in cui anche la “vecchia guardia” ha avuto la sua porzione di gloria ed ha senza dubbio recitato una parte importantissima nella narrazione dell’almanacco, come vedremo più avanti.

Un anno che quindi, come detto allora e come ribadirò in questa sede, ci ha posti di fronte alla notevole spaccatura creatasi in quel macrocosmo pulsante che da anni occupa posizioni privilegiate tra le alte sfere del music business, e che ha ormai superato le istanze canoniche e le rigide terminologie (tutt’altro che accademiche) nel suo percorso evolutivo: “black music” è forse stato uno dei termini più digitati tra le milioni di battute di riviste e siti di settore, definizione che sottende ad un intero immaginario ma che ha perso ormai il suo connotato in quanto vetusto, residuo di un’epoca in cui “kraut rock” era un termine figo e per molti descriveva perfettamente le istanze di un determinato sound in un determinato periodo storico/segmento geografico. Adesso che gli artisti stessi hanno fatto il giro, e prendono la questione razziale come una sorta di “pretesto narrativo” (Lamar, Beyoncé) o addirittura lo romanzano, ci ricamano sopra epopee fantascientifiche (il “doppio” dei Shabazz Palaces), il termine è talmente ageè che fa quasi tenerezza. Quindi, partiamo subito con un buon proposito per l’anno venturo: BASTA parlare di musica bianca e nera, gialla o marrone. Parliamo di Buona Musica.

E facciamolo quindi cospargendoci il capo di cenere, in virtù della lezione, mai decaduta, del vate Zappa – “Parlare di musica è come ballare di architettura”, per chi è arrivato tardi a lezione e si fosse perso il concetto. Certo, la ridanciana provocazione del Baffo era tutt’altro che un’innocua presa per i fondelli, ma celava sotto i suoi mustacchi selvatici una frecciata al curaro diretta al fianco scoperto e tenero di una critica musicale sempre più afflitta da manie di protagonismo (già allora…), e che adesso raggiunge la sua iperbole più delirante, tra flame sui social degli addetti ai lavori, ripicche, assurde gare sulle tempistiche di pubblicazione, in un “facciamo finta che” che sa tanto di bambinesco e sprecato, per chi pretende di avere così tanta importanza nell’economia della percezione del Bello e del Giusto all’interno della società odierna. E tutto ciò avviene, in un campionato in cui tutte le squadre sono a zero punti e, in fondo, l’importante è partecipare. Le Corbusier si rigirerà nella tomba così tanto da formare un vortice spazio-temporale, venendo a sapere della suddetta constatazione, eppur mi sento di dire che adesso stiamo messi maluccio, almeno da un punto di vista di risorse: se ottimi approfondimenti come questo (o questo, o quest’altro ancora) fanno meno della metà degli accessi che contenuti del genere ottengono, molto spesso anche dopo poche ore, il problema qui è anche vostro, Cari Lettori. Ma, onde evitare di caricarvi di colpe che sentite di non avere, di farvi rimanere il bollito del cenone di traverso sullo stomaco pingue e pulsante come un 4/4 di Hawtin, passerei direttamente ai canditi ed al millesimato, ergo agli ascolti che da queste parti hanno vinto e convinto.

Siamo quindi passati attraverso il periglioso guado di nocivi cantanti indie, la fauna variopinta abitata da pittoresche web sensation e assillanti tormentoni; nuovi, grotteschi supereroi in technicolor sono spuntati nella crescente (o “gonfiante”, perché in fondo di palloni e palloncini si tratta) della trap nostrana e non, come un focolaio di mononucleosi ad una festa delle medie. Ma noi c’avevamo judo, non potevamo presenziare, e in più non hanno accettato i nostri dischi, quindi ce li ascoltiamo inter nos, senza far troppe storie, anzi buttandoli giù come la più salutare delle sbobbe medicinali per formare degli anticorpi resistenti a qualsiasi tipologia di malanno sonoro di cui sopra; e come detto, le difese immunitarie più efficaci e respingenti sono state quelle fornite dalla Vecchia Guardia, dai soliti Marzocchi che, scudo al petto, hanno difeso gli ultimi baluardi di decenza auricolare pervenutici durante il corso dell’anno: ad Agosto celebravamo quindi la tenacia e lo spirito di un personaggio come Trent Reznor, ormai onesto producer e compositore accorto, più che vampirico marchese dei suoni infernali e del mal de vivre dei tempi che furono; compito, questo, che adesso pare spettare a giovani interpreti come King Krule, ancor più ostico e caustico nella brutale narrazione urbana del suo ultimo The Ooz, secondo, preziosissimo tassello di un mosaico che, a suo compimento, potrebbe rivelare uno dei più importanti profili artistici che il nostro Secolo possa proporci – non ci siamo ancora, ma quasi. Stupore misto a quella piacevole sensazione che hai quando ritrovi un vecchio amico sono invece il cocktail che abbiamo sorseggiato in compagnia di LCD Soundsystem e Soulwax, che dieci anni fa erano autentiche rockstar e adesso… no, è cambiato ben poco: autori di due album strepitosi, che ravvivano il fuoco sacro del groove e della dancefloor vista da una prospettiva eurocentrica, mitteleuropea, newyorchese, discocentrica e da molti altri punti di vista – esalta la session cinetica e vagamente futurista del duo belga, commuove invece il Sogno Americano di James Murphy, che può dirsi soddisfatto di aver registrato il suo Speaking in Tongues e il suo Closer al tempo stesso.

È divertimento puro quando ci caliamo invece nelle vorticose spire delle nuove sensazioni elettroniche, una su tutte la gallese Kelly Lee Owens: un album che pare voler fare eco a quello della “madrina” Laurel Halo, e che supera in fatto di freschezza e suggestioni – ma da queste parti, dove la techno è un feticcio, quasi un pretesto per specchiarsi e farsi belle con essenze ed allures dreampop, dalle parti di Detroit con quella materia non si scherza. È un culto, un rituale notturno da consumarsi nelle ore piccole, le prime lancette che scorrono tra PM e AM, e in quel segmento temporale un nottambulo come Shigeto viaggia, ma che dico vola, a velocità improponibili per gli altri: lascia un attimo da parte le fusa pettinate e le suggestioni lounge del Lungo precedente, arrivando a questo The New Monday che suona come un omaggio alla città natale, ma anche come una formula per ridare forma e sostanza all’habitat fumoso, grigiastro e livido della Motor City, anche grazie all’ausilio di cerimonieri ed esorcisti che salmodiano in rima ed alzano di molto l’asticella della “ghettitudine”. La palma elettronica è sua, anche se questo 2017 riporta sulle scene (ma quando mai si è ritirato?) Ben Frost, il signore dei ghiacci che prima ci butta lo scherzone, l’ice bucket diretto tra capo e collo, in estate, con l’EP Threshold of Faith, e poi ci dà il colpo di grazia definitivo con il full length, The Centre Cannot Hold (mentre il buon Bridda storceva un po’ il naso), che ci conduce tra le crepe di un ghiacciaio in decomposizione.

Due ecosistemi agli antipodi rispetto a quello proposto da Washed Out, dove abita l’anima della Madchester dei primi Novanta ed il solito corredo di cartoline metafisiche da luoghi tropicali in cut-and-paste; il producer ci ha raccontato di come il suo ultimo Mister Mellow sia la sua opera più introspettiva e complessa: il buon Ernest fa il passo lungo e ci dona un gustoso cadeau caleidoscopico, sottoforma di 30 minuti scarsi di vibrazioni ipnagogiche e visual spiazzanti. Da godere, nella sua interezza. Questa girandola di suoni è quanto di più credibile possa stare accanto alla follia dinamitarda di un eterno prankster come Ariel Pink: il mattacchione torna con un album che recupera il suo evidente retaggio zappiano, e la consueta enciclopedia di surf rock, nonsense, pop anni ottanta, atmosfere space, e insomma tutto il polpettone di riferimenti, citazioni e sfumature di rosa e di blu che il buon Ariel ci tira dietro come la zia zitella che porta il castagnaccio al cenone.

Forse, solo lo stakanovismo compulsivo dei King Gizzard & the Lizard Wizard può tenere testa al genietto di Venice Beach, ma laddove i sette stregoni australiani cercano l’impresa dei cinque LP in un solo anno, alla fine a spiccare davvero è il primo del lotto, Flying Microtonal Banana. Incoraggiante anche l’evoluzione in salsa Abbey Road dei newyorchesi Beach Fossils: Somersault è il loro “album bianco” ed è il segno che la band ha i numeri per spiccare.
Tornando ai decani, ritroviamo in questo 2017 dei residuati bellici del ventennio antecedente, quei Quicksand ormai ignoti ai più, almeno a coloro che si accollano da anni le brutture pop-punk del catalogo Epitaph, e che si ripresentano inaspettatamente freschi, riposati (e vorrei vedere), catartici e tratti eterei in Interiors: scende la lacrimuccia. Qui però siamo uomini seri, e quando ci troviamo al cospetto di cerberi come i Converge ci battiamo il petto, assumiamo una certa postura, un certo tono: la band di Salem, con lo ieratico The Dusk in Us, ormai non esalta quasi più, non eccita, non si produce in esagitati spasmi e sincopi al limite della tolleranza del vostro stereo; al contempo, irrigidiscono la muscolatura come fanno gli animali sulla difensiva, inquietano, fanno paura – ed è, senza alcun dubbio, uno dei sentimenti più autentici e ben accolti che un album possa scaturire.

Difatti a Natale siamo tutti più buoni, ci sprechiamo in doni e buone azioni, consumiamo fioretti ma alla fine, un pizzico di sana sofferenza e malessere non fa mai male, giusto? E allora saltabecchiamo dalle dolorose parabole dei Protomartyr che mettono a referto la loro cronaca più nera e umorale, con Relatives in Descent che stupisce per la solidità compositiva e la performance ipnotica della band, e il solito piglio istrionico del leader Joe Casey, per passare al Pacific Northwest dei Naomi Punk, cristallizzato in quella polaroid sbiadita e psichedelica che risponde al nome di Yellow, una mirabile stortura doppia che pensa come gli Hüsker di Zen Arcade e suona come la versione oppiacea dei Mudhoney (o dei Butthole Surfers) – forse, la scoperta più sorprendente pervenuta in questa sede, assieme a quella (per metà già rivelata) degli islandesi Fufanu.

Sul frangente post-punk si è fatto molto, ma non tanto quanto accaduto su quello del caro vecchio metallo pesante: un genere bistrattato, trascurato, dato per morto, gettato nel ghetto, ripescato e riportato in vita dalla propria nicchia, l’heavy metal si vede, da meno di un lustro a questa parte (e solo negli anni dispari), tirato a lucido e pronto alla pugna. Il genere ha subìto un restyling generale e un mutamento strutturale operato da ninfee gotiche come Chelsea Wolfe e a corrieri cosmici come gli Elder, nel contesto di pochi metri quadri, in cui le molecole impazzite si sono estese, frammentate, moltiplicate, generando polimeri sonori e formule di fresca e rinnovata rabbia ferina – leggi alla voce Code Orange, il cui Forever è disco dell’anno su Revolver Magazine e Metal Hammer UK. Figurano, su tutti, i tre sopracitati, ma anche tra i vincitori morali (The Body e Full of Hell, Wolves in the Throne RoomBig | Brave) c’è parecchia carne al fuoco, segno che il genere è tutt’altro che estinto.
Per mondare i nostri spiriti natalizi da cotanta oscurità, ci affidiamo ai soliti rituali benefici ed animisti che i nostrani Julie’s Haircut firmano nella loro prima prova su Rocket Recordings: il loro Invocation si rifà alle solite istanze esoteriche, ripulendone i concetti chiave attraverso una destrutturazione della forma jazzistica (siamo in zona-Macero) e delle ridondanze di scuola kraut (parolaccia). I nostri quindi si pongono sulle stesse altitudini, sulle stesse eccellenze di un figliol prodigo che ritorna, quel James Holden che, errante dalle lande secche dell’elettronica modulare, trova pozzi linfatici come un rabdomante, guidato da un manipolo di busker e musicisti “improvvisati”, gli Animal Spirits, in un album che ripulisce da qualsiasi scoria – anche alimentare.

La consuetudine, a questo punto, sarebbe quella di raccogliere questa pappardella in una classifica, con vincitori e vinti. Niente di più sbagliato, l’ordine sparso è la forma che più si confà a questo maelstrom di ascolti e dischetti, archiviando così l’atavico dilemma del podio, della medaglia d’oro e dei cucchiai di legno. Le Corbusier forse aveva ragione, e tiriamo in ballo il defunto ancora un altro po’, giusto per lo sfizio; eppure, se c’è un album che spicca sugli altri per qualità e chiarezza d’intenti, quello è il terzo e ultimo dei Fleet Foxes: un altro ritorno che ha tutti i prismi per finire sotto la voce “capolavoro”, se solo non fosse così ambizioso da concedersi qualche minutino di troppo – ma quale capolavoro non ha difetti? Buon anno, buona musica.

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in ordine (rigorosamente) sparso:

Altri ascolti consigliati:

  • Fufanu – Sports (One Little Indian)
  • The Black Angels – Death Song (Partisan Records)
  • Laurel Halo – Dust (Hyperdub)
  • Nine Inch Nails – Add Violence EP (The Null Corp.)
  • Here Lies Man – Here Lies Man (RidingEasy Records)
  • Ulver – The Assassination of Julius Caesar (House of Mythology)
  • Full of Hell – Trumpeting Ecstasy (Profound Lore)
  • Wand – Plum (Drag City)
  • Power Trip – Nightmare Logic (Southern Lord)
  • Gnod – JUST SAY NO TO THE PSYCHO RIGHT-WING CAPITALIST FASCIST INDUSTRIAL DEATH MACHINE (Rocket Recordings)
  • Algiers – The Underside of Power (Matador)
  • Royal Trux – Platinum Tips + Ice Cream (Drag City)
  • Boogarins – Là Vem a Morte (OAR)
  • Foxygen – Hang (Jagjawuar)
  • Talaboman – The Night Land (R&S)
  • White Hills – Stop. Mute. Defeat. (Thrill Jockey)
  • Blanck Mass – World Eater (Sacred Bones)
  • Ho99o9 – United States of Horror (999 Deathkult)
  • Wolves in the Throne Room – Thrice Woven (Artemisia)
  • Big | Brave – Ardor (Southern Lord)

Le classifiche personali dei collaboratori di SA finora pubblicate: Riccardo Zagaglia, Fernando Rennis e Elena Raugei. Per quanto riguarda le liste dei portali internazionali: Rough Trade, NME, Rolling Stone e Bleep.com, Consequence of Sound, Quietus e Pitchfork (migliori videoclip).

6 dicembre 2017 di Tommaso Bonaiuti
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