Migliori album 2018. La classifica di Marco Boscolo

La maggior parte dei dischi scelti da Marco Boscolo per la sua classifica di fine anno non si fermano alla sola musica. "Transdisciplinare" è la chiave di lettura per il disco di Sophie, per quello di Julia Holter e per tanti altri

Su SA trovate le classifiche personali di Tommaso Bonaiuti, Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR.

Permettetemi di prenderla larga. Nel 1735, Carlo Linneo pubblica la prima edizione del suo Sistema Naturae, l’opera che fonda la tassonomia moderna degli esseri viventi, cioè quella disciplina che assegna un nome a ogni specie che popola (o ha popolato) il Pianeta, permettendo di individuarla in modo univoco all’interno del grande albero della vita. Tutti i viventi, da Linneo in poi, sono identificati come appartenenti a un Dominio, un Regno, un Phylum fino ad arrivare al Genere e alla Specie. Insomma, è un grande grafo, o un foglio Excel, che permette anche di individuare il grado di parentela tra le specie. Tra il Settecento e la fine dell’Ottocento, nel campo delle scienze della vita succede di tutto. I grandi viaggi di esplorazione e colonizzazione delle potenze europee mettono gli scienziati dell’epoca in contatto con una varietà di viventi mai vista prima, per cui il sistema di Linneo risulta cruciale per non perdere la bussola. In termini di ricerca scientifica, sono nate discipline che non esistevano (la zoologia, la botanica, la paleontologia, ecc…) che prima finivano nel calderone indifferenziato della filosofia naturale.

Eccoci arrivati al punto. Gli ultimi anni, e mi spingo a dire dal 2001 in poi, mi sembrano dal punto di vista musicale come quel periodo tra Settecento e Ottocento nelle scienze biologiche. Abbiamo assistito a una moltiplicazione (postmoderna e retromaniaca?) delle nicchie, tutte legate da relazioni di parentela, ma dedite alla coltivazione della propria piccola (o grande) comunità di riferimento. Come per le discipline scientifiche, “specializzazione” ha significato “approfondimento”, vette eccellenti in una verticalità che però ha raramente fatto tracimare il liquido dal vaso verso altri contenitori. Oramai, andate a leggere le classifiche di praticamente chiunque, non si parla più del disco migliore dell’anno (nonostante si continuino a fare le classifiche generali), ma si parla sempre più frequentemente del “miglior disco di synth pop”, “miglior disco elettronico”, “miglior disco di chitarre”, ecc.. di etichetta in etichetta. Non è un male, cioè non lo scrivo come una critica, perché davvero ritengo che questo abbia coinciso con alcune vette altissime.

Ma torniamo alla fine dell’Ottocento per un attimo, perché se continuiamo con questa metafora che cosa dobbiamo aspettarci? Dopo la fase di grande specializzazione, si è assistito a una crisi. All’inizio del Novecento si pensava che bastasse continuare a classificare quello che si incontrava, e prima poi si sarebbe finito per conoscere tutto quello che esisteva. Beh, non è andata proprio così, perché si è pian pianino cominciato a esplorare nuovi territori che non si pensava nemmeno esistessero (e qui pensate a cosa ha significato l’uso del computer nella produzione musicale), poi si è cominciato a guardare criticamente alcune posizioni che sembravano inamovibili e che venivano dal passato: alcuni hanno pensato che ci fosse la necessità di un ritorno a una visione più “classica” del mondo, seppure aggiornata della scienza (e nella musica, qui potremmo pensare alla retromania reynoldsiana), o si sono abbandonate le strade maestre per cercare nuove applicazioni di quello che si sapeva o si pensava di sapere (e qui pensiamo alla gamma di musica avant che si è sviluppata negli ultimi vent’anni). Ma, soprattutto, si è tornati, nella seconda metà del Novecento, a pensare in termini interdisciplinari, travalicando ambiti e settori per abbracciare nuovi tipi di conoscenza, come quella che oggi ci fa capire cosa sia il surriscaldamento globale o i big data che fanno funzionare le big digital company, ecc…

Tutto questo mi è venuto in mente guardando la classifica di quelli che le mie votazioni indicano come i migliori album del 2018: la maggior parte di loro è connotato da una fortissima inclinazione transdisciplinare. Sono tutte opere che non si fermano alla sola musica. Belief di Richard Young è un disco/performance in cui tanta parte del gusto deriva dall’atto concettuale di essere composto da brani rifiutati dalle etichette discografiche; Phantom Thread di Jonny Greenwood è una colonna sonora che nasce da un feeling tra musicista e regista che prosegue da anni; Aviary di Julia Holter, per quanto un disco-disco, è comunque fatto di una materia (come tutta la sua produzione musicale fin dagli esordi) in diretto contatto con altre forme artistiche (la poesia, il cinema, il musical, la letteratura, le installazioni, le arti performative) e, qui, anche una riflessione sociologica sull’oggi. Per Sophie e il suo esordio sulla lunga distanza la coincidenza tra musica e performance è quasi ontologica, mentre per altri artisti finiti in alto nella mia classifica non si può negare uno stretto legame almeno con le arti visive, come per esempio i NIN.

Poi, certo, in questo continuum che mi piace intravvedere, si insinuano proposte più “tradizionali”, come il rock free-form di Daniel Blumberg, l’elettronica sorprendete per risultati di Vessel o il cantautorato  indie di Joan As A Policewoman. Ma in una tendenza, almeno tra i miei dieci dischi migliori del 2018, a un non fare “solo” musica, io vedo un possibile sbocco futuro che potrebbe sorprenderci, così come è stato sorprendente il percorso intrapreso dalle discipline biologiche nel Novecento (soprattutto se lo avessimo raccontato a un Charles Darwin in vita). Ed è una visione che riconcilia le mie due metà della vita professionale, perché questa fotta classificatoria, questa voglia di trovare tendenze, vedere trend, darsi spiegazioni, è la stessa che anima il mio lavoro di giorno e quello di notte. Con buona pace di chi crede ancora nell’esistenza di due culture.

  1. Richard Young – Belief
  2. Daniel Blumberg – Minus
  3.  NIN – Bad Witch
  4.  Jonny Greenwood – Phantom Thread OST
  5.  Julia Holter – Aviary
  6. Vessel – Queen of Golden Dogs
  7. Son Lux – Brighter Wounds
  8. Sons of Kemet – Your Quee Is A Reptile
  9. Sophie – OIL OF EVERY PEARL’s UN-INSIDES
  10. Joan As Police Woman – Damned Devotion
Tracklist