Migliori album 2018. La classifica di Marco Braggion

Continua la nostra carrellata sulle classifiche dei migliori album del 2018 dei nostri redattori/collaboratori. È il turno di Marco Braggion

Su SA trovate le classifiche personali di Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come Billboard USA, COS, Quietus e NPR.

Quest’anno ho ascoltato, come non succedeva da tempo, molta musica italiana. In particolare Cosmotronic di un Cosmo che nei precedenti lavori non mi aveva detto molto, ha bruciato tantissimo. L’ho ascoltato principalmente girando in mountain bike, magari quando spinge su pezzi come La notte farà il resto, un riassunto del sentimento di tutti quelli che prima o poi si son trovati alle tre di notte fuori da una discoteca, con un drink vuoto in mano, da soli, a fumare l’ultima sigaretta e a pensare che il giorno dopo sarebbe stato come sempre un altro giorno. Con quella voce, poi, che sembra Philip Dick quando vede l’occhio di dio in trip da acidi vari. Cosmo ha saputo dire cose in quattro versi, senza strafare, con suoni caldi come in Italia non sentivamo dall’epoca dei Casino Royale. Un botto pazzesco al cuore. Mi è piaciuto molto poi Luca Carboni con Sputnik. Come al solito, il biglietto da visita prevede “maranza” con malinconia, ammiccamenti da vecchio che non perde la carica, e non risulta ridicolo. La «faccia bella alle 6 di mattina», «parlare della sfiga»… tutte cose da romanticoni. In fondo è vero: anch’io «voglio solo una grande festa». Altro brano sbarazzino, roba da teen-ager che però mi ha ricordato per certi versi Mare mare e Prima di partire (aneddoto per chiudere: la prima volta che ho sentito Una grande festa in radio pensavo che fosse Masini in duetto con Carboni).

Sul versante “hip-hop cumbia trap ritmi nuovi e ggiovani”, non seguo molto la scena. A quarantuno anni mi sento di dire che non seguo più nulla. Non so nulla di Sfera Ebbasta, di Ghali (che apprezzo però in qualche modo) o di altra gente tatuata. Ma Achille Lauro mi ha colpito. Me l’ha detto anche un vecchio rapper come Dariella degli Amari che questo era valido e va su un pianeta suo. In effetti l’ho ascoltato perché il primo brano del disco ha il feat. di Cosmo. Poi però ho scoperto che Pour L’amour è stato anche un modo di avvicinarmi al linguaggio strascicato che probabilmente tra qualche anno mio figlio avrà in bocca. Il trip di Achille Lauro non è soltanto divertimento; è poesia urbana contemporanea: in BVLGARI si respira aria di Gomorra, di sequestro a casa dei Casamonica, quel sound zingaro di vita sporca e tamarra fatta di collane d’oro à la The Snatch. Quell’accento romano che ricorda Ostia Girl da Strange Days di Lory D («a capoccia, a bbira, il calippo»): aria da svacco che respiri sdraiato sul lungomare tirrenico. Guardi il sole a ovest, e ti accorgi che è una bolla che scoppia. In pole position comunque.

Altra cosa pregevole è stato L’amore e la violenza vol.2 dei Baustelle. In particolare i synth di Violenza, in trip Goblin/Dario Argento con solo una parola (il titolo) quasi declamata in modo stupito, e tutta quell’aura di vintage e di strumenti pompati che esplodono pur restando in qualche modo blindati (non saprei come spiegarlo meglio). E poi Veronica, n.2, che mi ha fatto letteralmente venire la pelle d’oca quando nel ritornello dice «uccidi per poterla salvare baby baby come on» e sembra che Bianconi ci possa lasciare la voce di punto in bianco. Una canzone che ogni tanto ascolto ma da cui sto distante. Potrei ascoltarla in loop per giorni, ma alla lunga mi disturba per la troppa malinconia. Tutto il disco è languido al punto giusto, parla di amori maturi, di scintille che accadono, di sogni e di rassegnazioni. Quello che si prova dopo i quaranta. Scritto e cantato da dio però (A proposito di lei da una Rachele in stato di grazia).

Altro personaggio che quando esce è un tuffo al cuore per me è Riccardo Sinigallia. Ciao Cuore. Appunto. Anche questa volta diverso dal precedente. Ha saputo scrivere canzoni che durano. L’intro con quei secondi di attesa in So delle cose che so, quando arriva la voce dopo l’arpeggio di pianoforte, declamata ma non urlata: «So delle cose che so / Non ti posso spiegare / Perché non esistono / Tutte le parole». Qui in 20 secondi ha già detto tutto. Un grande ritorno, come peraltro è sempre stato per lui. In questo disco si respira però un’aura di classicità, di compiutezza e di minor rischio rispetto ai precedenti. Mi viene voglia di andarlo a vedere. Lui che quando suona lo vedi che ci crede. Uno dei pochi, Riccardo. Come si fa a non voler bene a uno che ti fa quegli insert di elettronica così giusti, uno che sa scrivere un grande singolo come Backliner o uno che scrive sulle donne di destra?

Per chiudere con l’Italia, quest’anno ho finito di scrivere Different Times, un libro sui Giardini di Mirò. Inevitabilmente il loro è stato un mio disco dell’anno. Different Times ha portato alla luce ricordi di fine anni Novanta (Different Times), featuring d’eccezione (Robin Proper-Sheppard dei Sophia su quello strappalacrime che è Hold On e una esilarante Failed To Chart con Glen Johnson dei mai dimenticati Piano Magic), o anche voci nuove come Adele Nigro aka Any Other ai cori su Don’t Lie (altro disco bello il suo Two, Geography quest’anno, ma non l’ho ascoltato poi così tanto per pigrizia, comunque apprezzo la sua capacità di arrangiare in modo intelligente). Il libro mi ha permesso di parlare al telefono con i Giardini di Mirò per più di un anno. Di intervistare gente che mi ha raccontato belle storie: Alessandro Raina, Max Collini, Rossano Lo Mele, Andrea Pomini, e tanti altri. Mi ha fatto capire che in fondo c’è una parte di mondo che – come me – vive per la musica fatta in un certo modo. Mi ha fatto star meglio.

Sul versante estero, un disco da perderci la testa (letteralmente) è stato il cofanetto degli Autechre, che ho acquistato in preorder a scatola chiusa semper fidelis al verbo Warp anni 90 (e ci mancherebbe). Quattro dischi che vanno avanti da soli fregandosene di tutto e di tutti. Un’installazione più che un disco. Un viaggio che ti fa diventare una macchina. A volte pesantissimo, a volte leggero. Una cosa da lasciare in sottofondo come se fosse ambient, ma poi ti accorgi che in certi punti la cura del suono è maniacale e allora capisci che magari i quattro dischi non sono stati assemblati alla cazzo. E ti segni – tra le tantissime long-form che vorresti scrivere – un’analisi di queste decine di tracce. Magari tra dieci anni nell’anniversario. Sarà pronto. I brani che mi hanno intrigato di più sono stati frane casual, carefree counter dronal, sinistrailAB air. Sempre parlando di elettronica, Nils Frahm a inizio anno se ne esce con All Melody. Un disco che all’inizio non sai se sia ambient, classica, elettronica o altro. E man mano che vai avanti, te ne freghi di definirlo e ascolti a prescindere. Roba che viaggia su mondi diversi ma ha comunque un tiro a cavallo fra romantico e postmoderno, passando da momenti più tesi a splendide visioni di stupore.

Sempre restando sul versante ambient mi è piaciuto molto il disco (una traccia di tre quarti d’ora) di Jim O’ Rourke, Sleep Like It’s Winter, che ha registrato con Eiko Ishibashi e altri artisti giapponesi. Una cosa magmatica per mattine immerse nella nebbia. Stupore. Mi è piaciuta anche la Holter (Aviary), mai banale. Top quando nei suoi riferimenti, in un’intervista al Guardian, dichiara che ascolta molto la colonna sonora di Blade Runner per un «sense of calm», disco che anch’io ho ascoltato decine di volte e ripetutamente, da quando ho scoperto che ne esiste una versione ampliata rispetto a quella in CD che avevo comprato a suo tempo.

Altre cose notevoli Blood Orange (Negro Swan), l’elettronica di Bjorn Torske (copertina dell’anno), The Internet (Hive Mind) con un tiro da paura e una classe soul uberclassica, il ritorno dei Death Cab con un disco anche qui fuori dal tempo che mette il buonumore. Altro ritorno molto gradito è stato quello dei MGMT, con un album (Little Dark Age) che conferma la loro statura di classico, e inoltre la bravura nell’usare tropi rétro. Cat Power sempre da ammirare per la classe infinita della sua voce in Wanderer. Il jazz dei Sons of Kemet e della neonata scena londinese: un gruppo di giovani che non sperimenta in tendenze free, ma va a concentrarsi sulla melodia e sul suono. Un disco di elettronica-AOR-marimba-post-new age che mi è piaciuto molto è stato quello di Arp (Zebra), stranamente passato in sordina, ma ascoltato veramente tanto.

Altri nomi che spero crescano sono Deena Abdelwahed (bello il suo arabo electro in Khonnar) e l’elettronica post-organica di Objekt (Cocoon Crush). Classe anche per lo storico Mark Pritchard sull’EP The Four Worlds, in particolare il brano Come Let Us. Disco sperimentale dell’anno: Sarah Davachi, Gave In Rest, recensito con sommo sbigottimento, direbbe qualcuno. Ristampa: Fleet Foxes. First Collection 2006-2009. Serie TV: L’uomo nell’alto castello. Singolo e video dance dell’anno: Aulos di Vladimir Cauchemar sulla benemerita Ed Banger. Libri: Bifo, Futurability; Mark Fisher, Realismo capitalista. Libri non del 2018 ma riscoperti con piacere: Giorgio Boatti, Piazza Fontana; Furio Jesi, Cultura di destra. Riviste: Studio, The Passenger.

  1. Giardini di Mirò – Different Times
  2. Cosmo Cosmotronic
  3. Nils Frahm – All Melody
  4. Autechre – Autechre NTS Sessions 1-4
  5. Achille Lauro – Pour l’amour
  6. Riccardo Sinigallia – Ciao cuore
  7. Luca Carboni – Sputnik
  8. Jim O’ Rourke – Sleep Like It’s Winter
  9. Baustelle – L’amore e la violenza vol. 2
  10. Julia Holter – Aviary
Tracklist